Il delitto di Cogne – Oggi Samuele avrebbe avuto diciannove anni.

Apriamo la rubrica “Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” con uno dei più orribili delitti che si possano concepire, quello di una madre verso il proprio figlio.

Il delitto di Cogne è, purtroppo, uno di questi casi particolari, e ha sconvolto l’Italia di quindici anni fa, piombando imprevisto il 30 gennaio del 2002 alle ore otto e ventotto della mattina.

Samuele Lorenzi, un bambino di tre anni, fu ucciso a Montroz, una frazione di Cogne, paesino della Val d’Aosta, nella casa che abitava insieme ai genitori e al fratellino Davide.

L’episodio scatenò l’attenzione dei mass media, anche per la disponibilità medianica della madre della giovanissima vittima, Annamaria Franzoni, casalinga, condannata poi in Corte di Cassazione, il 21 maggio del 2008 per l’assassinio del figlio. La donna è attualmente agli arresti domiciliari e può uscire per quattro ore al giorno, dopo aver scontato sei anni e un mese della pena in carcere.

Ripercorriamo insieme le tappe di quel triste evento.

Alle otto e ventotto, come scritto sopra, Annamaria Franzoni contattò il 118 chiedendo aiuto in quanto suo figlio stava “vomitando sangue”. Nel frattempo, allertata un minuto prima della telefonata al pronto intervento, la dottoressa Ada Satragni, il medico di famiglia, interveniva constatando la morte del piccolo Samuele. La sua ipotesi fu quella di un aneurisma cerebrale, probabilmente sollecitato dal pianto del bambino svegliatosi solo in casa. La dottoressa affermò che la causa naturale poteva costituire il motivo dell’”apertura della testa”, riportata dalla vittima. Samuele Lorenzi presentava infatti una ferita alla testa da cui era fuoriuscita materia cerebrale. Ada Satragni dopo aver deterso il capo e il viso del bambino lo aveva adagiato su un cuscino e spostato fuori dalla casa, alterando la scena del crimine e il piccolo cadavere. La ferita alla testa fu inizialmente giustificata con convulsioni che avevano fatto battere ripetutamente il capo contro uno spigolo.

Samuele fu dichiarato ufficialmente morto alle nove e cinquantacinque e l’autopsia evidenziò come causa del decesso almeno diciassette colpi sferrati alla testa con un’arma contundente, probabilmente di rame. Anche le mani presentavano lievi ferite.

Dopo l’intervento del 118 furono avvisati i Carabinieri e iniziarono i sopralluoghi nella villetta, ma le indagini non hanno mai scoperto l’arma del delitto. In realtà è stato solamente ipotizzato che potesse essere un mestolo di rame, o un pentolino.

Annamaria Franzoni
Annamaria Franzoni – Fonte: dilei.it

Dopo quaranta giorni Annamaria Franzoni fu accusata di omicidio e iscritta nel registro delle notizie di reato, e il 14 marzo 2002, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, fu arrestata con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela. La mancanza di indizi portò alla sua scarcerazione ad opera del Tribunale del Riesame di Bologna sedici giorni dopo.

L’accusa fu giustificata dall’esame col luminol. Sopra il pigiama di Annamaria Franzoni, trovato sotto le coperte del letto matrimoniale dopo alcune ore dal delitto, furono infatti rinvenute moltissime tracce di sangue. Insieme al sangue erano presenti anche frammenti di osso e cervello di Samuele, quindi fu detto che l’unica spiegazione plausibile fosse quella che la donna lo indossasse al momento del delitto. Anche le pantofole della Franzoni presentavano tracce ematiche sia all’interno che sulle suole.

Sempre le tracce di sangue, assenti all’esterno della camera da letto, esclusero l’ipotesi di un intruso. Nessuno sconosciuto era stato visto dai vicini, che nemmeno avevano notato movimenti sospetti di alcun genere. Il fatto era accaduto nel lasso di tempo di otto minuti.

La porta e le finestre della villetta non presentavano segni di effrazione. Nulla era stato rubato.

I suoi legali, avvocato Carlo Federico Grosso, penalista e professore universitario, e avvocato Carlo Taormina, parlamentare politico italiano, lasciarono in seguito la difesa a Paola savio, legale d’ufficio.

La difesa comunque sostenne che il pigiama non fosse stato indossato dall’assassino, ma che era già sul letto, spiegando così le tracce evidenziate dal luminol e i resti trovati. L’assassino si sarebbe quindi introdotto in casa dopo aver visto la Franzoni uscire per accompagnare l’altro figlio alla fermata dello scuolabus, forse per “fare un dispetto”, o anche, come è stato in seguito sostenuto, con uno scopo a sfondo sessuale verso la donna. Spiazzato dalla vista del bambino sul letto matrimoniale lo avrebbe ripetutamente colpito, e poi sarebbe fuggito.

Inoltre Annamaria Franzoni cambiò versione sostenendo in un primo momento di aver chiuso la porta di casa una volta uscita, “l’ho chiusa e so bene quello che faccio”, furono le sue parole, ma in seguito affermò il contrario, dopo che il marito, secondo un’intercettazione ambientale presso la Caserma dei Carabinieri di Cogne, le aveva suggerito che il fatto non deponeva a suo favore. La porta quindi fu indicata come aperta.

Anche altre intercettazioni telefoniche gettarono non pochi dubbi sull’estraneità della Franzoni ai fatti, riportando conversazioni familiari in cui sembravano alla ricerca di un capro espiatorio.

Nel 2004 fu in effetti sporta dai coniugi Lorenzi una denuncia contro il signor Ulisse Guichardaz, vicino di casa, guardaparco, indicandolo come il “vero assassino” e adducendo a sostegno della loro conclusione indizi inconsistenti. La denuncia si ritorse contro i genitori di Samuele che furono indagati per calunnia, in quanto l’uomo quel giorno era stato sempre nel negozio del padre a lavorare.

Anche la signora Daniela Ferrod, altra vicina di casa Lorenzi, fu indicata dalla Franzoni come implicata nel delitto, sebbene fosse stata la prima persona a cui si era rivolta per chiedere aiuto.

Inoltre, a detta di un appartenente alle forze dell’ordine, mentre il piccolo Samuele veniva trasportato per mezzo dell’eliambulanza del 118 verso l’ospedale, la madre rimasta sul luogo insieme al marito per essere interrogata su quanto accaduto, insisteva nel chiedere a quest’ultimo di fare subito un altro figlio. Cosa che tra l’altro poi avvenne, con la nascita di Gioele nel 2003.

Fonte: libero.blog
Annamaria Franzoni con il figlio Gioele – Fonte: libero.blog

Quella stessa mattina Lorenzi aveva chiamato la guardia medica perché la moglie aveva accusato un malessere, poi minimizzato dalla stessa come influenza, mentre i sintomi potevano far pensare anche a un attacco di panico.

In effetti la donna ha sempre rifiutato l’ipotesi dell’infermità mentale, sia totale che parziale, sebbene potesse spiegare l’amnesia dell’assassinio. Proclamatasi sempre innocente, ha avuto in tutti questi anni il pieno sostegno da parte della sua famiglia.

Il processo di primo grado si concluse due anni dopo e Annamaria Franzoni, che aveva scelto il rito abbreviato per evitare l’ergastolo, fu condannata a trent’anni di reclusione dal giudice dell’udienza preliminare di Aosta Eugenio Gramola. Anche il processo in appello della Corte d’Assise di Torino del 27 aprile 2007 confermò la colpevolezza con l’emissione di una pena ridotta a sedici anni per via delle attenuanti generiche.

L’imputata fu dichiarata sana di mente al momento del fatto: “La Corte non può non tenere conto del fatto che Anna Maria Franzoni ha sofferto di un reale disturbo, che rientra nel novero delle patologie clinicamente riconosciute (degne anche di trattamento terapeutico), ma che nel sistema giuridico-penale vigente non costituisce di per se stesso infermità che causa vizio di mente”.

Dopo il processo di primo grado fu effettuato un sopralluogo nella villetta dall’avvocato Taormina e, in quell’occasione fu rinvenuta un’impronta digitale insanguinata sulla porta della camera da letto. Anche nel garage erano presenti tracce ematiche e quindi fu presupposta una fuga da parte di un intruso sconosciuto. In seguito fu appurato che l’impronta era stata lasciata da un tecnico della difesa e non consisteva di sangue, ma di luminol, e che il sangue rinvenuto non era umano.

Mentre la Cassazione decideva il pronunciamento della sentenza definitiva, Annamaria Franzoni fu rimessa in libertà senza esigenze cautelari.

Infine, il 21 maggio 2008, la Cassazione confermò la sentenza d’appello e Annamaria Franzoni fu arrestata dai Carabinieri a Ripoli Santa Cristina. Sempre nello stesso anno la donna fu sottoposta ad una perizia psichiatrica da lei stessa richiesta, che evidenziò il rischio di reiterazione di reato. Le fu quindi vietato di incontrare i figli, se non all’interno del carcere.

Pare infatti che l’omicida fosse affetta da “nevrosi isterica”, con tendenza alla simulazione e alla teatralità causata dall’incapacità di elaborare il quotidiano problematico. Non è mai stata accertata una depressione post-partum, ma la donna si era rivolta alla dottoressa Satragni proprio per affrontare lo stato di stress in cui era piombata. A causa della situazione si verificò anche una breve separazione tra i coniugi Lorenzi.

Un’altra perizia psichiatrica ha portato infine alla scarcerazione di Annamaria Franzoni in data 26 giugno 2014, dopo sei anni di reclusione, grazie all’esclusione del rischio di recidiva. La Franzoni a quel tempo già lavorava esternamente ed era stata più volte premiata con dei permessi di uscita.

La Procura di Bologna nel 2015 ricorse contro la concessione dei domiciliari. Inizialmente accettato dalla Corte di Cassazione, il ricorso vide poi la proroga erogata dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, con il rifiuto del 2016 della richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali.

Attualmente i coniugi Lorenzi sono in causa civile opposti all’avvocato Taormina. Quest’ultimo, infatti, ha sostenuto di non aver ricevuto alcun pagamento per i suoi servigi, e la cifra di ottocentomila euro richiesta dal legale è stata abbassata in conciliazione a duecentomila dal giudice Pasquale Gianniti. Annamaria Franzoni chiede però la stessa somma come risarcimento per il coinvolgimento nel “Cogne bis”, legato al reato di calunnia ai danni del vicino di casa, e l’accordo non è stato ancora raggiunto. Il reato di calunnia le è stato prescritto.

L’opinione pubblica si è da subito divisa in innocentisti e colpevolisti, sull’onda anche del massiccio impatto mediatico scatenatosi intorno alla vicenda.

Fonte: Amazon.it
Libro “La verità” – Fonte: Amazon.it

Nel 2006 Annamaria Franzoni ha scritto “La verità”, un libro in collaborazione con l’inviato della rivista “Gente” Gennaro De Stefano, pubblicato da Edizioni Piemme.

Nelle pagine la donna nega l’accusa verso il vicino, Ulisse Guichardaz, sebbene esista un esposto-denuncia firmato da lei e dal marito.

L’influenza sociale di questo terribile delitto è inconfutabile, e la vicenda ha ispirato persino alcuni testi musicali, come “Killer Star” di Immanuel Casto e “Cattiva” di Samuele Bersani.

Fonte: valledaostaglcal.it
Ada Satragni – Fonte: valledaostaglcal.it

Protagonista indiscussa della scena, Annamaria Franzoni è stata comunque affiancata da una figura minore che ha da subito suscitato curiosità e illazioni. La dottoressa Ada Satragni, psichiatra e medico di famiglia intervenuta prima del 118, restia alle interviste, apostrofata “la donna del mistero”.

Dopo l’omicidio di Samuele si concesse un mese sabbatico in cui si allontanò dalla confusione e dall’interesse generale. Ora non lavora più a Montroz a causa dello spopolamento dei borghi e al regolamento della ASL per cui ogni medico deve avere un numero minimo di pazienti da seguire. La dottoressa a tale proposito ha fatto ricorso.

Stefano Lorenzi lavora per il suocero, Giorgio Franzoni, titolare di un agriturismo e di una ditta di costruzioni.

Davide Lorenzi ha ormai ventiduenne e lavora, mentre Gioele, è quattordicenne.

Samuele avrebbe avuto diciannove anni.

Paola Bianchi


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