Napoli, il teatro cerca casa con “Il Cunto di Mare e Ferro”

La rassegna itinerante “Il Teatro cerca Casa” ha messo in scena “Il cunto di Maruzza” tratto da un antico racconto popolare siciliano

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Il cunto di Mare e Ferro

NAPOLI – Lo scorso lunedì, 2 novembre, la rassegna “Il Teatro cerca Casa” ha ospitato lo spettacolo “Cunto di mare e ferro” nel salotto culturale del drammaturgo Manlio Santanelli.

Santanelli è ideatore e direttore artistico della kermesse di teatro itinerante negli appartamenti privati campani.  Gli attori Rosario Sparno e Antonella Romano hanno curato l’adattamento di un cunto siciliano e le installazioni che sono in scena. La rappresentazione è una favola che richiama i personaggi dell’Odissea di Omero, e si snoda tra magia, fantasia e realtà sullo sfondo di leggende arcaiche e superstizioni della Sicilia di fine ‘800 e inizio ‘900.

Si narra di uomo che, dopo aver fatto fortuna in America, torna nel suo piccolo paese siciliano “…fra terra e mare”. L’uomo è alla ricerca di una moglie che trova con l’aiuto di una intermediaria di matrimoni. L’uomo quindi sposa la bellissima donna e da lei ha due figli. In realtà la giovane è una sirena, ammaliatrice e divoratrice di uomini. La morte di Ulisse tinge la vicenda di inquietudine e mistero. La pièce si basa su due personaggi che narrano in vernacolo siciliano “il cunto”, la storia, mentre tessono con un filo di ferro la coda di una sirena. I due protagonisti interpretano di volta in volta anche gli altri personaggi della rappresentazione, alternando ritmi e canti antichi, monologhi e dialoghi con versatilità, disinvoltura e naturalezza.

L’ambiente domestico dello spettacolo, riducendo le distanze fisiche tra attori e pubblico, ha consentito allo spettatore una tale compenetrazione nella scena da sentire di farne quasi parte, diventando esso stesso protagonista di “… una storia mostruosa e seducente come lo sono le storie dove cielo e mare si incontrano. Attenti a non tagliarsi con quel filo che cuce, che fila e che sfila e ha sapore di ferro, di mare e di vendetta”.

Polis SA Magazine ha brevemente conversato con il padrone di casa, il drammaturgo Manlio Santanelli.

Come è nata l’idea di un teatro itinerante negli appartamenti privati?
«Io sono per metà l’ideatore, perché già ho trovato un tracciato che era quello del teatro d’appartamento. Parlo di quel teatro d’appartamento che si è sempre fatto dall’alba dei tempi, costituito da una compagnia che andava in una casa. Ad esempio, la compagnia che recitava girando nelle corti rinascimentali dei principi e delle signorie.

La formula del “Teatro cerca Casa” invece, è innovativa, nel senso che non si tratta di una sola compagnia, ma di più compagnie che visitano più case. Pertanto, si crea una specie di “battaglia navale, verticale ed orizzontale” e noi cerchiamo di inserire gli spettacoli nei vari appartamenti. Questo presuppone un’organizzazione molto attenta e molto capillare.

È nata perché ci siamo resi conto, intorno al 2012/13, parlando con gli amici attori, che tutti lamentavano mancanza di tournee. L’allarme maggiore me lo dette Isa Danieli, dicendomi che, dopo 40 anni di teatro, era il primo anno che non aveva una scrittura degna di essere presa in considerazione per poter fare una tournee. Allora, consultai degli amici attori con un giro di telefonate per chiedere se erano disposti a fare delle recite per un pubblico di amici, pagate con un omaggio del pubblico.

Così, piano piano, attraverso l’assenso degli attori e la disponibilità dei padroni di casa, è nato il primo tipo di circuito che contava 10 appartamenti. Ora ne sono 23. L’anno scorso abbiamo fatto un conto consuntivo finale, constatando di aver raggiunto 5000 spettatori.»

C’è anche l’idea di creare un circuito da salotto culturale?
«No, il salotto costituisce l’anticamera del teatro. Noi non abbiamo nessuna presunzione di sostituirci ai teatri ufficiali. Noi consideriamo un salotto come una “trappola” per dirottare le persone che si associano per ragioni più futili, come il gioco delle carte, il burraco, verso un intrattenimento qualitativamente più valido. Ciò ci permette di recuperare parecchie persone che non uscirebbero di casa e non andrebbero a teatro. Questo poi genera automaticamente la voglia di tornare a teatro, perché gli attori durante queste manifestazioni in appartamento familiarizzano con il pubblico e viceversa. Si vince quella reticenza, quel disagio che ci può essere tra loro e si stabilisce una confidenza che continua nel tempo dando frutti. Pertanto, la persona che ha visto un attore e lo ha apprezzato s’informa e lo segue poi nel suo percorso ufficiale. Noi, quindi, siamo dei sottoufficiali del teatro.»

Il suo è un pensiero innovativo e stimolante.
«La nostra formula ha preso la forma di un appuntamento nel tempo e sollecita molto le persone, perché, evidentemente, ci troviamo in un momento in cui la creazione è diventata più difficile.»

Come mai la scelta di mettere in scena uno spettacolo basato di un antico racconto siciliano?
«Il testo rientrava nelle proposte che ci sono state fatte e che noi abbiamo preso al vaglio, attraverso l’opinione anche di un comitato, che poi le giudica. Secondo noi questa storia si presta ad un teatro di parola, da camera, con una sua valenza che stimola l’immaginario e, dunque, non ha bisogno di particolari scene, luci e altri componenti dello spettacolo. Nella sua essenzialità va bene ed è proprio il prototipo degli spettacoli d’appartamento, cioè quelli che si fondano sulla parola che diviene stimolo dell’immaginazione, perché questa è la funzione della parola teatrale.»


(Foto di Cesare Abbate, per gentile concessione)


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