Il “Cimitero delle 366 Fosse”.

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Il Cimitero delle 366 fosse rappresenta un monumento di straordinaria importanza, l’unico esempio conosciuto di “macchina illuminista” cimiteriale.

Nel 1762 Ferdinando IV commissionò all’Architetto Ferdinando Fuga la progettazione di un cimitero concepito secondo innovativi metodi di razionalizzazione delle sepolture, finalizzati alla pubblica igiene per evitare la propagazione di epidemie.

Pur consapevoli che, nell’ambito del programma di rinnovamento edilizio del re Carlo di Borbone, l’architetto Ferdinando Fuga si identifica pienamente come uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, un’osservazione ha solleticato non poco la nostra curiosità: molti dei suoi progetti ci hanno lasciato credere che realizzasse veri e propri “contenitori” di eventi non razionali che, azzardando, definiremmo “magico-esoterici”.

Cominciamo dunque con il mettere a fuoco la figura di questo architetto, osservandolo da vicino e, ruotandogli intorno, come se fossimo alla ricerca di una nuova angolazione dalla quale osservarlo, quasi una “quarta dimensione”.

 

Ferdinando Fuga nasce a Firenze nel 1699, si forma ed opera come architetto in differenti città come Roma, Napoli, Palermo e la sua opera si contestualizza nel panorama settecentesco, caratterizzato da spinte contrapposte quali quella della tradizione e quella della sperimentazione del nuovo, che andrà affermandosi in modo definitivo più tardi e soprattutto a Napoli dove avrà modo di immergersi in un clima culturale che fonderà le proprie tradizioni artistiche con le novità intellettuali di respiro europeo.

Il luogo scelto per la costruzione del Cimitero di Santa Maria del Popolo, meglio conosciuto come Cimitero delle 366 fosse, fu uno spazio ai piedi della collina di Poggioreale, nei pressi dell’Albergo dei Poveri. L’architetto fiorentino realizzò un lungo edificio con un retrostante spazio quadrato a cielo aperto, circondato da alte mura.

All’interno di questo spazio furono inserite 360 fosse comuni a pianta quadrata di circa 7 metri di profondità, coperte da pietre tombali numerate; l’apertura di altre 6 fosse fu strutturata nell’atrio dell’edificio rettangolare. Quotidianamente una fossa diversa veniva utilizzata per accogliere i morti della giornata anche negli anni bisestili. Questo cimitero fu il primo esempio cittadino di area specificamente dedicata ai poveri e si colloca nell’ambito dell’attenzione dedicata da Ferdinando IV di Borbone alle classi meno abbienti. Fu inoltre in assoluto il primo cimitero ad essere costruito al di fuori delle mura cittadine; in precedenza, era comune, per i ceti popolari l’uso di sotterrare i morti nelle cavità di ospedali, chiese e grotte, ed in particolare l’uso di una grande cavità, detta piscina, posta sotto l’Ospedale degli Incurabili. Quest’ultima fu in particolare sfruttata durante l’epidemia di peste del 1656, insieme alla caverna sottostante la vicina chiesa di Santa Maria del Pianto.

L’area cimiteriale delle 366 Fosse è stata chiusa nel 1890, dopo aver accolto più di 700.000 corpi. Oggi l’area cimiteriale, ancora affidata alla famiglia di custodi che ebbe originariamente l’incarico di prendersene cura, necessita di interventi di restauro e sistemazione che vanno ben oltre la manutenzione corrente.

Vediamo, nello specifico, come erano organizzate le sepolture: Le salme del primo giorno dell’anno venivano calate nella fossa contrassegnata dal numero 1, quelle del secondo giorno nella fossa numero 2 … così avanti nel tempo, giorno dopo giorno, secondo una rigorosa successione ciclica, si arrivava fino all’ultimo giorno dell’anno, utilizzando la fossa numero 365, mentre il 29 febbraio, in coincidenza degli anni bisestili, si utilizzava quella contrassegnata dal numero 366.

Entrando nel sito, si avverte da subito l’aura di monumentale sacralità: ci si ritrova in una piazza quadrata, spoglia, che riporta indietro nei secoli facendo sentire dentro se stessi quella povertà e quel dolore vissuto da quei corpi ammassati, di giovani, anziani, bambini, uomini, donne, che non si potevano permettere una degna sepoltura. Dalla tessitura diagonale della pavimentazione emergono quelle pietre tombali che tanti corpi hanno accolto in una fossa comune… come in un unico abbraccio. Ogni pietra, di forma quadrata e della dimensione di 80 centimetri per lato, presenta un numero in cifra araba scolpito a mano, inscritto in un cerchio, attorno al quale sono disposti tre anelli che servivano a sollevare le pietre che occludono le fosse.

È storia di vite umane quella testimoniata dal Cimitero delle “366 fosse”, vite, di cui ad un certo punto, se ne provò commiserazione quando nel 1875 il Cimitero ricevette, in donazione, una macchina funebre in ferro che rendeva meno macabro un rito delicatissimo e carico di sofferenza. E così, camminando con ossequioso silenzio, si sta attenti a non calpestare quelle fosse che un “piede distratto e inconsapevole” calpesterebbe.

UNA FOSSA PER OGNI GIORNO DELL’ANNO

La procedura prevedeva che ogni giorno venisse aperta una fossa diversa, che a sera venisse poi richiusa e sigillata. La sequenza, che a regime prevedeva l’utilizzazione di tutte le fosse, era fissata secondo un criterio logico: si partiva il 1° di ogni anno dalla riga confinante col muro opposto all’ingresso, procedendo da sinistra a destra sino alla 19ª fossa e da destra a sinistra nella riga successiva e così alternando, fino ad esaurimento.

 

Con questo sistema si riduceva al minimo lo spostamento del macchinario per il sollevamento delle pesanti lapidi di basalto, utilizzato anche per calare il corpo nella fossa. Quest’ultima procedura veniva realizzata attraverso l’uso di una cassa con fondo a rilascio, che eliminava quindi la possibilità di sepolture sbrigative e impietose. Il macchinario per il sollevamento delle lapidi è ancora oggi visibile, seppur inutilizzabile. Inizialmente, le salme venivano semplicemente gettate nelle fosse. Nel 1875 una baronessa inglese, avendo perso la figlia durante un’epidemia di colera, volle contribuire a rendere più compassionevoli le operazioni di sepoltura nel cimitero. Ella donò un argano con cui “calare” nelle fosse una cassa dotata di un meccanismo di apertura sul fondo, permettendo in questo modo di adagiare le salme nelle fosse. Si tratta di un’attrezzatura civica che anticipa, di oltre cinquant’anni, gli editti napoleonici riguardanti l’igiene delle sepolture e il conseguente divieto di costruire cimiteri vicino a luoghi abitati.

UNA VISITA OPPORTUNA IN UN LUOGO PER ME SCONOSCIUTO.

La nostra ricerca quindi ci ha dunque condotti a Napoli, alla scoperta di quest’intervento poco conosciuto. Appena giunto sul posto, comprendo che sto “vivendo” di una ulteriore ricchezza di Napoli. La “Gran Madre”, che non dimentica la propria gente e, con un amore speciale, continua a prendersi cura dei suoi figli più fragili, più indifesi, delle loro morti atroci, troppo spesso beffate ed offese dall’oblio e dall’abbandono. Questa città rende palpabile un legame particolare con la Morte, attraverso la cura amorevole delle “Anime Pezzentelle”, ovvero di ciò che resta dei corpi di coloro che erano morti di peste o di colera così spesso oppressi da miseria ed indigenza a causa di pessime gestioni politiche del conquistatore di turno. La “politica sociale” seguita dai Borbone, sotto l’influenza della cultura illuministica napoletana, fu avviata con la costruzione dapprima dell’Albergo dei Poveri (1751) e, successivamente, del Cimitero delle 366 fosse (1762).

Per la prima volta dunque, questa “politica sociale” che comporterà una vera e propria trasformazione della realtà urbanistica meridionale, diviene anche “politica di sostegno ai poveri”, che, con l’Albergo dei poveri, ospiterà i vivi, mentre con la realizzazione del Cimitero delle 366 fosse, verranno decorosamente sepolti i corpi degli indigenti provenienti dall’Ospedale degli Incurabili.

Varcando la soglia del “Cimitero delle 366 fosse”, anche un occhio “non iniziato” può rendersi facilmente conto che il cimitero non presenta aspetti esoterici di immediata evidenza, tuttavia è inevitabile non lasciarsi inebriare da un fascino particolare che si respira dopo aver varcato la soglia d’ingresso. Solitamente i resti di quei corpi, divengono veri e propri “cimeli da adottare”, da curare come se fossero parte integrante della vita familiare: abbelliti con corone di fiori, adagiati su morbidi cuscini e poi custoditi in teche spesso di fortuna, impreziositi con corone del Rosario, rivestimenti delle pareti del focolare domestico come le mattonelle di Vietri, ed inondati di preghiere e … di richieste!

DECIDO DI USCIRE: IL LUGUBRE CANCELLO CIGOLANDO SI RICHIUDE

Durante la visita mi sono fatto una domanda … e mi sono dato una risposta:“E’ solo una questione di fede!” Allora i miei occhi si son riempiti di tenerezza, rispetto, assertività. Ho avvertito l’orgoglio di far parte di una terra piena d’amore, contrasti e dolori.

Un amore così grande, va sempre rispettato!

Immagini:

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