I primi 50 anni dell’Unità d’Italia, seconda parte

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di Giovanni Minardi

La questione meridionale, uno dei problemi dell’Italia unita, se non il primo, riceve nuova attenzione alla Camera con un importante dibattito tenuto nel corso del mese di dicembre. Il precedente 31 gennaio dello stesso anno, una legge aveva istituito il Commissariato generale sull’emigrazione al fine di disciplinare il forte flusso migratorio. I dati del 4° censimento generale della popolazione, concluso il 4 febbraio 1901, rilevano che dal precedente censimento del 1881 sono emigrate dall’Italia 2.251.436 persone. Circa il 67%  del flusso migratorio si indirizza ormai verso gli Stati Uniti. L’8 luglio 1904, lo sviluppo industriale di Napoli è oggetto di una legge che prevede una serie di agevolazioni per le industrie locali. La Società ferriere italiane ottiene, con la mediazione del Credito italiano, la concessione per creare un impianto siderurgico a ciclo integrale a Bagnoli, che verrà inaugurato nel 1906. Il 17 luglio del 1906, vengono varati alcuni provvedimenti per il Meridione: sono approvate una legge speciale per la Calabria, una legge sulle ferrovie complementari della Sicilia e una legge per la costituzione del consorzio obbligatorio per l’industria zolfifera siciliana.

L’11 settembre 1904, la Camera del lavoro di Milano approva una mozione per lo sciopero generale da organizzare in tutta Italia per protestare contro la violenza esercitata dalle forze dell’ordine in occasione delle manifestazioni popolari dei mesi precedenti in cui si verificarono diversi morti fra i manifestanti. Il 14 settembre, a Castelluzzo (TP) la polizia spara sui contadini che protestano contro lo scioglimento di una riunione locale e l’arresto di un socialista, dirigente di una cooperativa agricola. Si contano due morti e dieci feriti. La repressione suscita una nuova ondata di indignazione in tutto il paese. Il giorno dopo è proclamato lo sciopero generale dal 16 al 21 settembre. Si estende rapidamente da Milano a Monza, a Genova, a Torino e a Parma. Il 17 ad Alessandria, Savona, Bologna, Como, Varese, Ancona, Fabriano, Terni, Piombino e Roma. Il 18 settembre lo sciopero è proclamato pure in Emilia e in alcune zone delle Puglie e dilagherà anche nelle campagne. È stato il primo grande sciopero generale della storia italiana.

Le ondate di scioperi e rivolte portarono Giolitti a fare una lucida analisi della situazione nazionale e quindi a programmare il suo decennio:

  1. nel Settentrione, c’era tutta una nuova borghesia, in cui entravano largamente gli uomini delle industrie sorte nell’ultimo quinquennio dell’800, con particolare riferimento agli stabilimenti della Pirelli di Milano; a quelli della FIAT di Torino; della Edison di Milano; e così via, con tutti i loro addentellati di relazioni e di interessi. A questa nuova borghesia non interessavano le formule politiche dei partiti di destra e di sinistra; interessava esclusivamente la politica rivolta alle tariffe doganali ed a quelle salariali;
  2. nel Settentrione c’era anche tutto un nuovo proletariato. Operai, riuniti in Camere del Lavoro, la maggior parte ancora privi del diritto di voto, ma consapevoli di costituire una forza efficiente nella vita della nazione e di pesare anche nella soluzione di una crisi ministeriale. Contadini, organizzati anche loro in leghe e cooperative per avere la loro parte di produzione. A questi operai e a questi contadini, inquadrati con le loro organizzazioni, non interessavano le questioni di principio tra monarchia o repubblica, interessava la loro parte di produzione;
  3. nel Mezzogiorno, invece, non v’era né borghesia nuova, né proletariato organizzato.

Questi i tre grandi raggruppamenti di forze e di interessi che portarono Giolitti a valutare: “Tra queste forze, questi interessi vi erano sì dei contrasti; ma erano contrasti fisiologicamente sani, che non dovevano far paura, che giovavano al progresso generale del paese, e che erano a volta a volta, componibili in un equilibrio vantaggioso per tutti. Compito dell’uomo di governo era quello di puntare più che sugli umori e sulle vanità degli uomini di partito, sul buon senso dei borghesi, degli operai, dei contadini, tutti desiderosi di lavorare e star meglio.” In una formula breve: poca politica e molta amministrazione.  Quindi: “aiuti alla nuova borghesia industriale, con un dosato protezionismo; aiuti al proletariato organizzato del settentrione, con opere pubbliche e bonifiche; aiuti alle popolazioni meridionali nell’unica forma ritenuta possibile, quella di assicurare le condizioni relativamente normali di ordine pubblico, e nelle amministrazioni locali. Libertà a tutti, borghesi delle industrie, operai e contadini organizzati del settentrione, contadini e fittavoli meridionali, di fare i loro affari: gli uni con l’aumento dei propri impianti, di cui il paese aveva pure bisogno; gli altri con l’aumento delle mercedi; gli altri, infine, con l’emigrazione”.  Giolitti, con il suo programma di riforme ha consolidato e sviluppato il triangolo industriale del Nord: Milano – Torino – Genova: non altrettanto  quello del Sud: Napoli – Bari – Palermo; ha agevolato le migrazioni oltre Oceano che, oltre a funzionare come strumento di controllo e valvola di sfogo delle tensioni connesse alle trasformazioni demografiche e ai rapporti sociali, fornivano anche un valido sostegno all’economia interna attraverso le rimesse degli emigranti, che in età giolittiana coprono più della metà della parte attiva della bilancia dei pagamenti, consentendo di far fronte all’importazione di  materie prime e di beni capitali necessari alle accresciute esigenze del Nord.

Per una compiuta disamina ritengo utile riportare i seguenti dati della situazione nazionale:

  • Popolazione residente nel 1901: 569.000;  nel 1911:  36.184.000;
  • Prodotto interno lordo a prezzi costanti (miliardi di lire): anno 1901 – 74,90; anno 1911 – 95,00;
  • Prodotto lordo per settori economici 1901 / 1910:
  • Agricoltura 43,80%;
  • Industria 22,00%;
  • Terziario 28,10%;
  • Amministrazione pubblica 6,10%;
  • Le rimesse degli emigranti fra il 1901 e il 1910 costituivano il 25% della bilancia dei pagamenti.
  • Attività lavorative  negli anni:    1901-1910
  • Popolazione attiva totale 49,40% – 47,40%
  • Agricoltura                      61,70% – 58,40%
  • Industria 22,30% – 23,70%
  • Servizi 16,00% – 17,90%
  • Analfabeti 48,50% – 37,90%
  • Emigrazione oltre Oceano ( 1876 – 1909 )  fonte: F. Colletti, Dell’emigrazione italiana, Milano 1912
REGIONI 1876 – 1878  1896 – 1898  1902 – 1904 1908 1909
Piemonte 1.554 9.072 17.446 21.568 24.148
 Liguria 2.066 3.737 4.716 4.610 5.359
Lombardia 4.541 11.874 9.406 10.600 12.738
Veneto 5.981 20.255 6.909 10.918 11.334
Emilia 320 8.309 5.896 6.164 7.963
Toscana 942 9.587 8.772 7.605 11.365
Marche 83 6.360 9.938 11.204 15.045
Umbria 1 938 1.342 1.514 3.429
Lazio 12 2.590 6.640 6.261 15.206
Abruzzi  e  Molise 626 14.272 36.199 23.273 47.124
Campania 1.959 32.515 61.437 33.263 64.646
Puglia 52 3.253 11.135 12.986 23.419
Basilicata 1.292 8.369 12.698 9.760 13.532
 Calabria 1.180 15.401 32.340 29.173 51.068
Sicilia 290 19.122 48.041 45.837 90.324
Sardegna 3 1.758 246 3.425 2.582
totali 20.902 167.412 273.161 238.161 399.282
nel 1913 la popolazione emigrata ha raggiunto la punta massima: 872.958

Dalla tabella precedente si può rilevare che nei primi quindici anni dell’unità d’Italia la popolazione emigrante dell’Italia settentrionale è superiore a quella dell’Italia meridionale; dopo trentacinque anni inizia l’inversione di tendenza: l’Italia meridionale supera quella settentrionale, per aumentare sempre più negli anni a venire. Gli emigranti inviavano il denaro in valuta alle famiglie in patria che, cambiato in lire, costituirono un prezioso contributo al riequilibrio della  bilancia dei pagamenti dell’Italia ed al decollo industriale del Nord, nel decennio giolittiano (1903-1914). La dirigenza politica ed amministrativa del Sud ha le sue colpe: è stata assente e, purtroppo, lo è ancora.


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