I primi 50 anni dell’Unità d’Italia: disastri e speranze

Prima Parte

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di Giovanni Minardi

Per una breve sintesi del primo cinquantennio dell’Unità d’Italia, inizio questo mio scritto con due riflessioni: – un Paese che dimentica la storia non ha certo futuro; – rievocare il passato è un esercizio estremamente educativo per le giovani generazioni per fare emergere i fatti della storia e della civiltà; ritengo, pertanto, utile puntualizzare alcune date:

  1. 1861, Unità d’Italia;
  2. 1903 – 1914 il decennio giolittiano.

Alcuni dei più importanti eventi che si sono registrati nella nostra Nazione in quei cinquanta anni si possono così riassumere:

  1. Scandalo della Banca Romana, accertato il 20 gennaio 1893;
  2. I tumulti del 1898 per il forte aumento del prezzo del grano;
  3. L’imponente ondata di scioperi industriali ed agrari del 1901;
  4. L’importante dibattito parlamentare del 1901 sulla “Questione Meridionale”;
  5. Nel 1901, una legge istituisce il Commissariato generale sull’emigrazione;
  6. Nel dicembre 1903, Giolitti propone un programma liberale di riforme;
  7. Nel 1904, si verificò il primo grande sciopero generale della storia italiana.

Quello della Banca Romana, è il primo vero scandalo italiano. È stato un caso politico-finanziario che ha coinvolto deputati, senatori, ministri e presidenti del consiglio, accusati di collusione negli affari illeciti della Banca Romana, uno dei sei istituti che all’epoca erano abilitati ad emettere moneta circolante in Italia. Gli altri cinque erano: Banca Nazionale del Regno d’Italia; Banca Nazionale Toscana; Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia; Banco di Napoli e Banco di Sicilia. La situazione è molto complessa. Nella visione politica post-unitaria, il concetto di banca centrale (istituto che esercita la sorveglianza sul credito e decide la politica monetaria) non esiste;  lobbysti e politici  non ne ravvisano la necessità, anzi l’avversano e, pertanto, l’Italia appena unita ha una economia, rispetto ad altri paesi europei come FranciaInghilterra e Belgio, identificata principalmente nell’agricoltura, nel turismo, nel commercio; in queste condizioni la domanda di credito è molto limitata e mancando la possibilità di erogare prestiti e finanziamenti,  il sistema bancario stagna in operazioni di ordinaria amministrazione, senza alcuna possibilità di crescere e consolidarsi. In questa situazione, la banca di emissione è una banca come ogni altra, svolge anche la normale attività di sportello, con in più il privilegio di stampare cartamoneta ma senza i tipici poteri della banca centrale.

Nel dicembre del 1892, la Camera discuteva la proroga di 6 anni della concessione agli Istituti di Emissione di stampare moneta per conto dello Stato. Durante i lavori parlamentari, emersero voci  circa presunte irregolarità nella gestione degli Istituti di Emissione. Lo scandalo si ingrandiva sempre più e Giolitti, Presidente del Consiglio, agli esordi della sua carriera, chiese ed ottenne un’accurata ispezione di tutti gli Istituti di Emissione da parte della Commissione di vigilanza parlamentare. Il 20 gennaio 1893 la commissione, terminati gli accertamenti, stabilì che la Banca Romana  aveva di molto abusato della concessione: autorizzata a stampare 60 milioni di lire; al momento dell’ispezione risultò invece che ne aveva stampati e messi in circolazione 113 milioni; quasi il doppio. Cosa aveva escogitato: sulle banconote, stampate in Inghilterra, con la scusa di sostituire monete logore, vi fece imprimere gli stessi numeri di serie lasciando in circolazione sia le vecchie monete che quelle nuove: determinando in tal modo una doppia circolazione di monete con lo stesso numero di serie (un falso originale di zecca: ricordate Totò? nel film “la banda degli onesti”). La commissione, nel prosieguo della sua indagine, appurò, che la Banca Romana, non era il solo Istituto che aveva abusato della fiducia e della concessione parlamentare, ma tutti, chi più chi meno, avevano abusato della concessione. Di fronte al dilagare dello scandalo, il Governo decise la liquidazione della Banca Romana e l’approvazione della Legge, che dal 1° gennaio 1894, istituiva  la Banca d’Italia. L’anomalia, poteva dirsi tecnicamente chiusa e risolta, restava però “la domanda”: dov’erano finiti i soldi eccedenti il dovuto e chi ne aveva beneficiato? Era chiaro che le responsabilità della frode non potevano essere solo del Presidente della Banca e degli altri dirigenti. Gli imputati infatti, indicarono nel potere politico la causa scatenante dello scandalo. Il primo nome che venne fuori fu quello del deputato De Zerbi, che un mese dopo morì. Insieme a questi si parlò di ben altre 72 grosse personalità pubbliche fra deputati e senatori, alle quali si aggiunsero grossi nomi del mondo dell’alta finanza romana. Il Presidente della Banca Romana, appena le accuse verso di lui furono più precise, rincarò la dose affermando che vi erano implicati anche tutti i Presidenti del Consiglio fin dal 1885 compresi Crispi e Giolitti: accuse che confermò poi al processo.

Le somme versate, erano servite per finanziare le campagne elettorali personali di decine di uomini politici influenti. Il paese non deve sapere e non saprà mai chi e quanti furono implicati nello scandalo. Anche il Re Umberto I venne accusato di aver trasferito all’estero un centinaio di milioni provenienti dalla Banca Romana a titolo non accertato.  Il nome del re non fu mai fatto al processo.  Alla fine del processo: il Presidente della Banca Romana e gli altri dirigenti risultarono innocenti di truffa ai danni dello Stato e quindi assolti.

Il ministro delle finanze, Quintino Sella, fu il  promotore dell’imposta sul macinato che causò il forte aumento del prezzo del grano; da qui i tumulti del 6 – 9 maggio 1898 scoppiati per l’elevato prezzo del pane causato anche dalle conseguenti imposte comunali che arrivarono in alcuni comuni come Milano a superare il 25%. Il 5 Maggio 1898, segna l’inizio della crisi, che durò quattro giorni con tumulti che causarono più di cento morti ed interessarono le città di: Milano, Faenza, Pesaro, Ferrara, Piacenza, Pavia, Torino, Parma, Ancona, Bologna, Rimini, Ravenna, Firenze, Macerata, Senigallia, Napoli, Bari,  Foggia, Minervino Murge, Molfetta, Palermo ed altre. E’ un periodo in cui il dialogo parlamentare è un vero inferno; deputati che inscenano proteste contro il Governo ed il Re.

Nel 1901 si registrò un imponente ondata di scioperi agrari e industriali: 1671 complessivamente, con oltre 400mila partecipanti di cui quasi 223mila del settore dell’agricoltura. Le agitazioni, generalmente nate in modo spontaneo, dirette da leghe bracciantili locali, riportarono notevoli vittorie salariali soprattutto fra i braccianti della pianura Padana che, uniti nelle prime federazioni provinciali, stimolarono la crescita del movimento sindacale. A maggio del 1901, nasce a Livorno la FIOM (Federazione italiana operai metallurgici e meccanici), che si caratterizzerà come espressione soprattutto degli operai specializzati della grande industria metallurgica e meccanica.


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