Hostiles | L’Opinione

1892, New Mexico: un Capitano, celebre cacciatore di indiani, sul finire della carriera, è costretto ad accompagnare un Capo Cheyenne, contro cui aveva combattuto, ora malato terminale, alle sue terre native. Nel suo percorso incontra una donna scampata ad un massacro.

Il film (USA, ’17) è un western. Anzi, proprio un classico, quanto alla confezione. Ma tematicamente, in un mirabile equilibrio, contiene numerosi elementi che lo includono in una sorta di confronto a distanza temporale sulle varie declinazioni del genere. Che sembrava ormai defunto. Però “Gli spietati “, il capolavoro plurioscar del ’92 di Clint Eastwood, è come se lo avesse risvegliato dalle tombe: ma è un maestro del cinema ed è in grado di utilizzare il genere, non viceversa.

Il regista e sceneggiatore del presente titolo è Scott Cooper, americano (della Virginia), che nei film precedenti ha cercato sempre di collegare un livello narrativo, sempre rigorosamente interno ai generi, a doti non banali di introspezione e di riflessione sociale. Attraverso l’identificazione dei generi, in realtà, passa lo scrupoloso rispetto delle leggi della spettacolarizzazione. Sembra un assunto “strano”: ma è tipico del grande classicismo hollywoodiano; e, ad esempio, in tal modo funziona il cinema di Clint. Così è stato per “Il fuoco della vendetta- Out of the furnace” (’13), un film ambientato tra comunità socialmente out in lande montagnose, con più di un riferimento a dinamiche narrative western, anch’esso con Christian Bale; e col successivo “Black Mass- L’ultimo gangster” (’15), con al centro la complessa vicenda, documentata da fatti reali, di un criminale che utilizzò l’FBI per liquidare la mafia a Boston. Insomma: è uno a cui piacciono le sfide e che non ama soggetti banali.

L’anno in cui parte la vicenda è un momento in cui le “Guerre indiane”, cioè le sistematiche campagne di annientamento e deportazione dei Nativi americani perpetrate dal Governo USA, erano finite: o per lo meno si stavano concludendo, nonostante alcuni nuclei di irriducibili, che, per la disperazione della sconfitta, erano divenuti crudeli e selvaggi. Ora gli strascichi sono di tipo interiore. Questi soldati hanno guardato l’abisso e sono rimasti coinvolti dal maleficio. Alcuni diventando incontrollabili, come il condannato sotto custodia del Capitano alla Corte Marziale; altri sono rimasti sconvolti: come il Sergente amico del protagonista e lo stesso protagonista, il quale vive in un’insopprimibile angoscia interiore. Il suo interfacciarsi con il vecchio Capo ha questa profonda ambiguità: da una parte è il nemico abituato ad odiare, perché si è “comportato male”, nel senso delle vendette e delle morti che ha portato a suoi amici; ma dall’altra è la testimonianza vivente di uno sconfitto, dei lutti e del genocidio.

Il sergente, amico del Capitano cita, tra i ricordi comuni, “i fatti di Wounded Knee”: sappiamo che quello fu uno dei più feroci massacri perpetrati dall’Esercito americano contro una tribù dei Lakota Sioux, in cui perirono 300 tra uomini, donne, anziani e bambini, falciati dalle mitragliatrici, sul finire del 1890. Ed era un ricordo ancora vivo e pesante come un macigno.

Il film, grazie ad una sceneggiatura originale di Donald E. Stewart, uno dei più bravi di Hollywood, morto nel 1999, affronta questa dimensione spirituale di consapevolezza di essersi prestati ad una feroce e programmata politica di distruzione di un intero popolo. D’altronde la violenza non viene solo dal conflitto Nativi, coloni ed esercito: ma diventa una dimensione che alligna distruttivamente all’interno dell’intera società, che “premia” chi fa della sopraffazione il proprio fine. Come mostrano quei cacciatori di pelli che rapiscono le donne e i nuovi “padroni” delle terre dei Nativi nello scontro finale: tutti bianchi.

I personaggi protagonisti evolvono nella loro rappresentazione. Il Capitano che arriva a vedere nel vecchio Capo non solo un nemico, ma uno sconfitto, una persona; la donna, Rosamund Pike, attrice duttilissima di colta provenienza, vista e ammirata in “L’amore bugiardo-Gone girl”, pur avendo subito lutti terribili, riesce a non percepire solo nemici nei Nativi, grazie all’incontro con il Vecchio e i suoi familiari. Il film è un viaggio. Ma lo è anche in chiave metaforica, perchè ingloba (ma non in modo compiaciuto citazionistico), tutte le grandi stagioni del western: c’è l’omaggio al “classico” John Ford di “I Cavalieri del Nord-Ovest” (’49), il secondo film della celebre “Trilogia della Cavalleria”, in cui è uno stanco e invecchiato John Wayne che conduce l’ultima missione; ma anche di “Il grande sentiero” (’64), considerato una specie di rilettura in chiave filo-indiana del western, in un episodio in un qualche modo analogo a quello di “Hostiles”. E del grande regista c’è il senso e l’uso ampio e arioso degli spazi e del movimento all’interno di questi, e delle dimensioni cromatiche adottate: il bravo e ispirato direttore della fotografia Masanobu Takayanagi, che ha già collaborato col regista, richiama i colori del citato film del ’49. Però l’impianto culturale e di ricerca è quello del western “critico”, più attento alle responsabilità storiche bianche rispetto ai Nativi, degli anni ’70 de “Il piccolo grande uomo” e “Soldato blu”: tutti e due proprio del ’70.

Ma c’è anche quel generale atteggiamento antiretorico e realistico che è tipico del cosiddetto “western crepuscolare”, che dal maestro Sam Peckimpah arriva fino al Tarantino del presente secolo. Il regista ha tenuto in piedi una macchina narrativa piuttosto articolata con polso, unitarietà, ritmo e senso dell’azione. Ma anche con una capacità di approfondire dinamiche interpersonali. Oltre a quella col Capo, interpretato da Wes Studi, noto e carismatico attore Nativo, anche quelle tra il Capitano e la sopravvissuta: la loro è una fitta rete di non-detti, ma che gestualmente affermano e costruiscono una relazione solida, delicata e profonda, basata sulla comune necessità di “elaborare” i propri rispettivi lutti.


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