Gli Hikikomori vivono tra noi- Rubrica Interattiva “Pillole di Pedagogia”

Mi scrive un genitore afflitto dall’abitudine del figlio di passare la maggior parte del tempo nella sua stanza, rifiutandosi di andare a scuola e di incontrare gli amici.

Questo fenomeno, che purtroppo è in crescita, viene chiamato “Hikikomori”. Il termine, tradotto dal giapponese significa “isolarsi”, “stare in disparte” ed indica quei giovani che decidono di chiudersi in camera da letto rinunciando alla vita sociale per lunghi periodi, a volte anche per anni. Loro dicono di stare bene, di sentirsi felici così, senza avere nessun contatto diretto con il mondo esterno, preferendo di trascorrere il loro tempo tra internet, videogiochi, libri, televisioni. Cominciano tagliando i rapporti con amici e parenti, finendo per chiudersi sempre di più in se stessi. La loro camera diventa il loro mondo, escono da essa solo di notte quando gli altri inquilini dormono. Spesso dormono di giorno ribaltando i ritmi naturali per amplificare l’isolamento. E nonostante siano, quasi sempre, ragazzi e ragazze intelligenti e bravi a scuola, alla fine finiscono per non andarci più, magari chiudendo il ciclo di studi con esami da privatisti. In Giappone si calcola siano circa 1 milione, circa l’1% della popolazione giapponese.

Da qualche anno questo comportamento sta prendendo piede anche in Italia. L’antropologa e ricercatrice all’Università di Tokyo Carla Ricci, una delle massime esperte italiane sull’argomento, afferma che in Italia i primi casi si sono resi visibili nel 2007. Sulla loro presenza numerica non esistono dati ufficiali ma alcune stime indicano alcune migliaia a cui si devono aggiungere i moltissimi casi che rimangono nell’ombra per la riluttanza della famiglia a parlarne o per la difficoltà ad affrontarli. Indipendentemente dal loro numero che è destinato ad aumentare.

Il fenomeno si sviluppa nelle società definite “economicamente emancipate” fondate su valori prettamente materialistici e dove competizione e pressione sociale sono regole di vita. Questo fenomeno non è sempre esistito ed è un amaro frutto della civiltà contemporanea dalla quale si è propagata un’altra importante concausa del fenomeno, cioè la dipendenza da Internet. Il giovane infatti, indipendentemente dal Paese in cui vive, nella propria stanza e con il mezzo virtuale (usato soprattutto per video giochi) si sente libero, indipendente, gli sembra di non avere bisogno di nessuno e di niente anche se man mano che passa il tempo il senso di libertà prende sembianze più inquietanti.

Solitamente il dramma non è dei ragazzi ma delle famiglie. Diversi giovani possono giungere ad ammettere che vorrebbero uscire dalla stanza ma che non riescono più a farlo e hanno diversi conflitti, anche interiori, tuttavia la loro reclusione sembra indiscutibile e sostanzialmente vorrebbero che la famiglia li accettasse così come sono. I genitori invece, impotenti e sconfortati, non si capacitano del perché una simile faccenda sia capitata proprio a loro che per quel figlio hanno fatto tutto. Lasciano passare il tempo sperando che la situazione si normalizzi, tentano di abituarsi tenendo la cosa segreta o in alcuni casi, cercano di affrontarla cercando un aiuto professionale.

Nella complessa evoluzione di hikikomori  sono considerate concause la componente della super-protezione famigliare e la relazione molto stretta fra madre e figlio. Entrambe sono condizioni che producono debolezza psicologica e forte narcisismo cosicché screzi con compagni, forme di bullismo, difficoltà comunicative vengono sentite come ferite difficilmente rimarginabili e che possono aprire la strada all’autoreclusione.

Solo le famiglie possono aiutare i ragazzi, ma non sanno come fare. Per questo motivo a Trento esiste un gruppo di Auto Mutuo Aiuto (AMA). Miriam Vanzetta  una delle responsabili dell’AMA afferma che a livello di diagnostica in Italia gli hikikomori non esistono, eppure si stima che ci siano circa 30.000 persone in questa situazione. Parallelamente al problema che sta vivendo il giovane c’è il forte disagio delle famiglie che sono totalmente abbandonate a se stesse e lasciate senza strumenti per agire.

Come si fa ad identificarlo e a capire che non è depressione o agorafobia o una malattia di qualche tipo?

Hikikomori non è una malattia anche se gli effetti di una lunga reclusione possono produrre disagi principalmente di natura fobica. Il giovane non è un depresso e non ha comportamenti da schizofrenico o agorafobico. Sostanzialmente è un giovane introverso, di solito sensibile e intelligente che per diversi motivi si rifiuta di andare a scuola e di partecipare ad una normale vita sociale ritenendo che la cosa migliore per lui sia rinchiudersi in camera ad oltranza. Se in Italia questo fenomeno viene spesso definito malattia è perché manca di sufficienti approfondimenti.

Cosa si deve fare per affrontarlo?

Non c’è una cura specifica. Supporti professionali possono essere utili ma il ritorno sociale non è affatto scontato. Una cosa utile da cui cominciare potrebbe essere quella di risolvere la dipendenza virtuale ma è cosa complessa poiché per superarla (e desiderare di superarla) occorre prima un assetto interiore. Quei giovani niente affatto superficiali sono privi di motivazioni, ossia ciò che loro cercano va oltre a ciò che viene proposto dalla famiglia, dalla scuola e della società. Un genere di motivazioni che loro tuttavia non conoscono e spesso non sanno neppure di stare cercando ma che certamente non sono le stesse su cui si fonda la società. Ecco così l’apatia verso la vita, il rifugio-reclusione e l’abbandonarsi ai video-games. La società difficilmente potrà aiutarli, invece la famiglia può farlo ma serve che sia disposta a mettersi in totale discussione e a “rieducarsi”, termine che racchiude significati impegnativi. Se esiste questa volontà anche la figura del pedagogista assume un ruolo fondamentale. Con questi presupposti, il giovane potrà essere contagiato da ciò che si sta creando all’interno del mondo a lui più vicino, la famiglia, e qualsiasi ascendente procurerà, sarà senza dubbio un primo passo verso il cambiamento.

Inviate i vostri quesiti a valeria.dellaporta@gmail.com

*Valeria Della Porta -Pedagogista Esperto in Criminologia, Disturbi Specifici dell’Apprendimento e Progettazione Sociale. Consigliere Regionale Campano APEI (Ass. Pedagogisti Educatori Italiani). Mediatore Familiare e dei Conflitti Interpersonali AIMeF (Ass. Italiana Mediatori Familiari). Consulente Genitoriale e di Coppia. HR- Selezione e Reclutamento del personale, Formazione e Orientamento al Lavoro. Consulente di Marketing e Comunicazione, Gestione e intermediazione di Servizi.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments