Giuseppe Vitolo: io attore in un territorio sordo

Quel che si dice una gran bella persona! 

Conosco Giuseppe tramite mail. E’ così ormai che si conoscono le persone soprattutto se a dividerci sono 700 chilometri. Eppure, forse, a volte le parole aiutano molto a conoscere le persone molto meglio rispetto a modalità “convenzionali” di incontro.

Giuseppe Vitolo è un attore in un territorio abbastanza restio ad ascoltarlo. Gli ho chiesto di questa passione per il teatro, gli incontri, del concetto di normalità ispirandomi ad un suo lavoro “La penna dell’Uccello Grifone e della sua Nocera Superiore. E’ venuta fuori una gran bella lunga intervista. 

Chi è Giuseppe?

«Beh, descriversi in poche battute non è mai semplice… si corre sempre il rischio di non essere mai obiettivi. Comunque ci proverò… Giuseppe è un figlio della Nostra terra, una persona vivace, che ama molto la vita ed è sempre disponibile ed aperta al confronto, quando esso non  è offensivo o distruttivo. Per me il rispetto, la correttezza e la cortesia sono alla base per un vivere civile. Credo molto nell’amore e nella comprensione verso l’altro, pur mantenendo sempre attivo il pensiero critico».

Quando è nata la mia passione per il teatro? Da piccolo! Ricordo che da bambino memorizzavo degli sketch della tradizione napoletana e li recitavo a tavola dopo il pranzo domenicale. Era un vero spasso per me vedere ridere tutti i miei familiari. Questa cosa mi faceva stare bene, e non vedevo l’ora che ritornasse la domenica successiva per recitare un’altra scenetta.

Quando è nata la tua passione per il teatro?

«Da piccolo. Ma ancora non sapevo cosa fosse il Teatro… questo l’ho scoperto più in là, grazie ad un insegnante delle Medie che amava molto la recitazione. Bravissima persona e grande appassionato di teatro. Ricordo che parlò con i miei genitori e suggerì loro di iscrivermi ad una Scuola di Recitazione a seguito di uno spettacolino organizzato dalla scuola. Lui si occupò della regia, e a me affidò una poesia di Raffaele Viviani: ‘O Pazziariello. Devo ringraziare anche i miei che accolsero positivamente il consiglio. Infatti, l’anno successivo, dopo aver sostenuto il provino d’ingresso, che ancora oggi ricordo molto bene, ero tra gli allievi all’Accademia di Teatro di Napoli: che periodo fantastico. Lo studio mi ha dato le basi per poter calcare il palcoscenico e corretto molte storture recitative dovute all’inesperienza. Ma non ero ancora un attore, ho dovuto fare un lungo apprendistato presso varie compagnie: molte volte anche a gratis. Nel tempo, non ho mai smesso di fare corsi di perfezionamento e frequentare altre scuole per sviluppare ulteriori linguaggi espressivi, come il mimo ad esempio. Per fare questo mestiere al meglio, ci vuole tempo e dedizione. Poi, mi si è aperta ancora un’altra finestra, un’altra possibilità di concepire e sperimentare l’arte scenica. Ho fatto studi sul teatro in ambito educativo e sociale.

Giuseppe, ne La penna dell’Uccello Grifone, un suo lavoro, tratta un tema molto delicato: il pregiudizio nei confronti delle persone affette da malattie psichiatriche. Il pregiudizio nasce dalle persone cosiddette “normali”.

Se la Normalità si misurasse col termometro avremmo tutti la febbre.

Ti chiedo: cos’è per te la normalità? E come hai cercato di declinare questo concetto nel mediometraggio andando anche oltre il pregiudizio.

«Ho lavorato per circa nove anni in ambito Psichiatrico come Operatore Teatrale, e questo mi ha dato la possibilità di rimettere in discussioni molte mie convinzioni, tra cui anche questo concetto. Molte volte si banalizza affermando che la normalità è fare quello che è stato stabilito dalla massa. Il pensare e l’agire collettivo ci identifica come “Normali”. Ma quanti vorrebbero fare il contrario?  Allora dovremmo essere tutti folli. Se la Normalità si misurasse col termometro avremmo tutti la febbre. Chiunque di noi potrebbe avere un atteggiamento, un modo di pensare che per un altro potrebbe risultare strano. Sant’Agostino diceva: “AMA e fa ciò che vuoi”.

Non è questa la questione. Quando si parla di folle (non normale), si intende una PERSONA con una grande sofferenza personale e familiare. È un problema di SALUTE. Purtroppo queste malattie incidono sul comportamento e pertanto sui rapporti interpersonali. Il più delle volte chi ha il problema neanche se ne accorge: lo avvertono i familiari. Succede che una persona “Normale” con due occhi, una bocca, un cuore ecc., ha avuto la sfortuna di AMMALARSI di schizofrenia o altro. Al massimo potrei dire che si è differenti, con potenzialità e tempi diversi… ma questa è un’altra storia. Tralascio qui il concetto di diversità perchè ci vorrebbe, anche in questo caso, un approfondimento lungo un chilometro».

Come hai declinato il concetto di normalità nel film?

«Rispondo alla domanda non partendo dalla storia dell’opera filmica, perché essa è solo un pretesto, ma del perché sia stato realizzato il film e come. Intanto, devo dire che il mediometraggio nasce nell’ambito delle progettualità “Laboratorio di Teatro espressivo” poco dopo il suo inizio nel 2007 a favore di pazienti di una struttura psichiatrica. Già dai primi anni di laboratorio, sentimmo la necessità di fondare una compagnia teatrale e di portare i nostri prodotti artistici verso l’esterno come una normale compagnia. Ovviamente, la qualità recitativa e i concetti culturali espressi nelle rappresentazioni, hanno avuto una crescita ed una maggiore evoluzione solo con il passare del tempo. L’idea di parlare del pregiudizio, senza però sottolineare la condizione della sofferenza mentale, si è affacciata nel 2013. Ricordo che portammo il laboratorio nelle piazze, nella scuola e fatto spettacoli itineranti all’aperto. Nel 2015 mi viene l’idea del cinema integrato.

Ho voluto, attraverso il lavoro di equipe, che è proprio del cinematografo, mettere in relazione persone con disturbi psichici con i soggetti partecipi della comunità locale per creare un’opportunità di incontro e di confronto, dove la conoscenza reciproca e la collaborazione diventava un momento formativo per entrambi. Lo è stato. Fatta la sceneggiatura a marzo del 2015, con tutta la compagnia teatrale ho indetto dei casting pubblici dove sono pervenute quasi un centinaio di persone. Cercavamo attori per rinforzare il cast artistico. Per un giorno ho voluto ribaltare i ruoli, così i “Normali” sono stati provinati e valutati da me e dai “Folli”, ovviamente dopo un corposo lavoro di preparazione. Tutto il tempo della realizzazione del film, dalle riprese al montaggio, è stato vissuto da tutti come un momento magico, dove si respirava aria di normalità: si era compagni di scena senza nessuna distinzione.  Abbiamo tutti compreso che non c’era nulla da temere.

Come regista, ho voluto confondere totalmente le acque e lasciare allo spettatore il compito di districarsi, se lo ritiene opportuno, nella comprensione di chi possa essere il paziente o il savio.

Devo specificare, che tutto il progetto è stato sostenuto da tutti i partecipanti gratuitamente… il film non ha avuto nessun costo. Il mio amico Maestro Umberto D’Auria e i suoi collaboratori”, ci hanno gentilmente concesso l’utilizzo di musiche di loro produzione. Non posso che ringraziare anche gli altri amici artisti che, con la loro professionalità,  mi hanno sostenuto ed aiutato durante la tutta realizzazione del progetto film. La voglia di vivere l’esperienza ha fatto superare qualsiasi paura della malattia ed ostacolo economico. Si sono spalancate molte porte… e alla fine, ve lo posso garantire, ci siamo ritrovati tutti amici. È proprio vero, dove c’è meno pregiudizio c’è più salute».

La mia città in tre parole…?

«Come disse un insegnante a dei genitori: “Suo figlio con la sua intelligenza potrebbe fare di più”».

Cosa cambieresti della Città?

«Nocera, così come l’Italia tutta, esprime un’apatia che è asfissiante. Purtroppo, a mio parere, pare che nessuno possa farci niente. È come se ci fossimo abituati a questa costante. In questi ultimi anni si sono fatti molti sforzi per poter emergere. Ma non bastano. Non soltanto la politica deve pensare e attuare progetti di cambiamento favorevoli per tutti, ma ogni singolo cittadino. La responsabilità è di tutti. In primis, cambiare la mentalità schiacciante che definisce il nostro paese un territorio avverso alla crescita dei suoi cittadini. Quando sono a Nocera mi sento sempre dire: “Ti vuoi realizzare nella vita? Allora devi andare via di qua”. Ma perché? Eppure calpestiamo un suolo che anticamente ha fatto la storia. Avevamo la nostra moneta. Oggi abbiamo dimenticato tutto, e come se avessimo perso la memoria storica. A questo punto mi chiedo: “Ma i nostri antenati erano molto più capaci di noi? Boh! Bisogna, a mio avviso, incoraggiare positivamente e con convinzione chi decide di investire sul nostro territorio, e non soltanto economicamente. Mettere da parte i nostri interessi e proteggere chi non lascia il paese. Insieme si può. Dobbiamo evitare atteggiamenti di sfruttamento passivo, ma essere generosi e restituire, in termini di pensiero positivo ed azioni concrete, quanto abbiamo preso dal territorio. Ci sono tantissime risorse inespresse, persone incluse. Fermiamoci un attimo, riflettiamo, riscopriamo i luoghi, le persone, troviamo il giusto senso nelle cose e costruiamo. Io sono fiducioso».   

Cosa invece vorresti rimanesse intatto?

«Tutto il resto che di bello abbiamo… e non sto qua ad elencarlo, perché è sotto gli occhi di tutti. Abituiamoci ad avere più fiducia in noi stessi e negli altri».  

Emersione è il racconto dei talenti del territorio. Ma tu in questo “territorio” riesci ad esprimerti? Intendo spazi, mezzi, luoghi in cui poter praticare la tua arte.

«Purtroppo no. Forse in passato, quando ero giovanotto. Ma allora ci si contentava di poco perché c’erano le speranze e i sogni a ripagarti. Poi, crescendo tuto è cambiato. Quando si è adulti si diventa più concreti e si cercano, a giusta ragione, maggiori sicurezze sia da se stesi che dal territorio. Pertanto, nel 2010 ho dovuto salutare la mia famiglia e trasferirmi a Roma per continuare a svolgere il mio lavoro. Sono un attore, un regista ed un operatore teatrale in aree disagiate. Qui recito in una Stabile teatrale, e conduco laboratori di teatro per bambini e diversamente abili. Insomma, mi do da fare. Però, devo essere sincero e dire che prima di lasciare Nocera, ho fatto il possibile. Ho investito tutte le mie risorse, ma senza nessuna possibilità di crescita professionale. Purtroppo, sul territorio non riuscivo ad avere degli interlocutori con cui parlare è progettare qualcosa. Ho fatto molto anche nel sociale, ma con scarsi risultati che potessero aiutarmi. Crescendo, ho capito sempre di più che, dalle nostre parti, l’artista non è considerato come un vero e proprio lavoro. A volte si è addirittura oggetti di discriminazione: “Chist’ tène ‘a capa fresca, vò fa l’attore”. In passato ho pagato pure qualche scotto… lo ricordo tutt’ora. E dire che ho sempre confidato nel nostro territorio, ma ad un certo punto ho dovuto ricredermi.

Però, mi fa piacere vedere molti gruppi teatrali amatoriali. Oggi qualcuno potrebbe dirmi: “Ma come, sono stati costruiti de bei teatri, il Diana a Nocera, L’auditorium Sant’Alfonso Maria Dei Liguori a Pagani, e tu non hai possibilità?” e io rispondo: “No, perché queste sono strutture che ospitano le produzioni teatrali girovaghe. Non prevedono, almeno per il momento, delle compagnie stabili.

In conclusione, non posso fare al meno di restare qua…: spero in un concreto cambiamento».


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