Genova oltre la “Zona Rossa”. Una settimana da raccontare

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Scrivere dalla Valpolcevera oggi è come farlo da una zona di guerra, dove la “Zona Rossa” è una trincea a tratti invalicabile. Questo non vuol essere un elenco di problemi, o il racconto già troppe volte sentito e letto di un dramma, vorrei invece trasmettervi cosa si prova a vivere in una zona che ai suoi mille problemi somma la difficoltà del collegamento con il resto di Genova.

La Valpocevera è un immenso quartiere con più di 60.000 abitanti che lavorano (chi ce l’ha un lavoro!) vanno a scuola, hanno bisogno di uffici e servizi ubicati altrove. Sessantamila persone che, in maggior parte, devono muoversi, collegarsi al resto del mondo. Mi avevano raccontato del disastro, e in un certo senso l’ho vissuto in prima persona: mia moglie era a Genova per lavoro in quei gironi e alle 11.30 stava passando sotto quel ponte, il ponte che alle 11.36 si accartoccerà su stesso e poterà con se 43 vittime. Vite masticate e sputate via.

La prima cosa che ti colpisce, passando su una strada parallela è il ponte spezzato, mutilato! Qualsiasi cosa tu abbia visto in tv, su internet, o sui giornali, riguardo a quell’immagine non può rendere l’idea. Ti si presenta un gigante reso impotente, una enorme ferita, un qualcosa di innaturale, là in mezzo sospeso sul torrente dovrebbe esserci il pezzo del ponte che è crollato … ma non c’è e quel che vedi risulta innaturale, inconcepibile. Pensi a quelle persone che stavano percorrendo quella parte che ora è come invisibile, pensi a dove stavano andando, cosa hanno fatto prima e cosa avrebbero fatto dopo. Pensi all’uomo morto al pronto soccorso, con nessun documento , solo una fede di nozze con una data, la stessa data riportata sulla fede di un altro cadavere: Gennaio 2018.

Non sei preparato neppure al dramma che vive ora Genova, tutta Genova. Perché, come per effetto domino, le difficoltà della Valpocevera si ripercuotono su tutti i dintorni. Il traffico che dovrebbe fluire sulle due strade interrotte, quelle sulle quali incombono i tronconi del ponte, si incanala tutto su quella che era una stradina secondaria: la strada di Borzoli.

È da lì che capisci cosa significa “traffico al collasso” . Una strada dove sino a poco fa transitavano poche macchine deve sopportare tutto il traffico di chi dalla Valpocevera va verso Ponente. Nell’ora di punta, una doppia fila di macchine che vanno in senso opposto, si staglia lungo un percorso fatto di curve e contro-curve, in spazi dove a stento due macchine potrebbero passare contemporaneamente, un numero impressionante di scooter e moto che, in un senso e nell’altro, sfruttano lo spazio tra una macchina e l’altra, rischiando ogni volta l’incidente. Studenti che per fare un percorso, per il quale sarebbero bastate tre fermate di bus, devono , oltre al bus, proseguire in metropolitana sino alla prima stazione di Genova centro per poi prendere un altro bus che ritorna quasi indietro. La già provata Aurelia, la strada che unisce la Riviera di Levante con quella di Ponente, l’unica strada alternativa alle autostrade, in alcuni tratti è nel caos, come a Cornigliano, dove da Sestri sbucano le macchine che arrivano da Borzoli. Un fiume ininterrotto di macchine che fa da muro a chi dovrebbe accedere dalle strade laterali, attività commerciali con grosse difficoltà a rifornirsi e a servire i clienti, probabilmente molte chiuderanno se non si farà in fretta.

Scrivo questo pezzo mentre sto ritornando a Sud, alla mia isola dove non esistono problemi di traffico, dove non ci sono ponti nè semafori … dovrei essere sollevato! Invece sono triste. Triste per una città che non meritava questo, per la ferita che ho visto, per come è peggio di come pensiamo che possa essere. Intanto è sera e passo ancora una volta in vista del ponte. A quest’ora me lo ricordo illuminato, con i fari delle macchine che ne facevano quasi un festone di luci natalizie, me lo immagino come sarà a Natale: buio come ora! E mi sfiora un pensiero: forse dovrebbero lasciarlo cosi, come un “monumento all’incapacità dell’uomo” ad andare oltre i propri interessi, o a ricordarci quanto sia fragile quello che noi chiamiamo progresso!

immagini:

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