«Restiamo umani». Così Vik Arrigoni, attivista e giornalista italiano, chiudeva ogni suo reportage dalla striscia di Gaza ove si era trasferito ed ove trovò anche la morte per mano di un gruppo di terroristi. Ma cosa resta della nostra umanità di fronte alle notizie e alle immagini che in questi giorni provengono dalla Siria? Bombardamenti chimici che uccidono centinaia di civili inermi e tra di essi decine di bambini; le foto di quei piccoli corpi innocenti inducono a ritenere spento ogni barlume di speranza per un’umanità che sembra precipitare nel baratro di un orrore crescente: attentati terroristici che colpiscono indiscriminatamente, disprezzo per la vita propria e altrui, camion impazziti che piombano su persone rilassate su un lungomare, armi chimiche che straziano i corpi devastandone fisico e dignità.

Come possiamo reagire di fronte all’orrore? Alle autorità internazionali compete individuare le responsabilità per questi crimini di guerra non meno gravi di quelli perpetrati nei campi di concentramento nazisti o nella guerra della ex Iugoslavia degli anni Novanta. A noi, invece, tocca reagire in un solo modo: scandalizzarci, sempre, ogni volta che tali atrocità si ripetono. Guai al momento in cui ci abitueremo alla morte violenta, sarà davvero la fine della razza umana. Occorre un’indignazione forte, occorre esprimere con vigore la ripugnanza per atti che generano orrore. Inorridiamoci quindi, come inorridimmo nel settembre del 2015 quando un’altra immagine scosse la nostra coscienza troppo assopita: Aylan aveva tre anni, fuggiva dalla guerra civile siriana –  ancora e sempre la Siria-  il suo corpo riverso su una spiaggia turca, a seguito del naufragio della nave su cui scappava dall’inferno della sua terra, ci rese muti e storditi.imagesW4SS28K9

Aylan allora, i bambini di Idlib oggi, ci urlano in faccia​ tutta l’ipocrisia della nostra società che si indigna per un giorno, che condanna i bombardamenti, che pretende interventi, ma che poi è pronta ad alzare muri per quelle donne, quei bambini, quegli uomini che cercano rifugio tra le nostre strade, nelle nostre città per evitare di morire sotto il peso di raid militari che seminano ferocemente lutti e lamenti e di armi chimiche che causano stragi orribili.

L’indignazione e lo sdegno però non bastano. I fatti di Siria, così come un bimbo ucciso cullato dalle onde del mare, sono un monito che parla anche a noi che abitiamo a migliaia di chilometri di distanza dai quei luoghi martoriati. La nostra responsabilità morale è pienamente coinvolta ogni volta che accadono vicende come queste che annullano il senso di appartenenza alla specie umana. E‘ una responsabilità di cui stentiamo a prendere coscienza, è la responsabilità che abbiamo ogni qualvolta non ci scandalizziamo, o peggio ancora acconsentiamo, quando il politico di turno, nel talk show della sera, dice che “vanno aiutati a casa loro”, ogni volta che il nostro vicino afferma che “ci vengono a rubare il lavoro”, ogni volta che ognuno di noi comincia il suo discorso ipocritamente precisando che “non sono razzista ma…”. I muri, anche mentali, che siamo istintivamente portati ad erigere non ci rendono estranei agli orrori delle guerre che generano morte lontano da noi, ma anche in mezzo a noi attraverso le azioni terroristiche che si moltiplicano ormai quasi quotidianamente.

siria

Soltanto quando l’indignazione si trasformerà da uno stato d’animo momentaneo, buono per pulire la nostra coscienza per un giorno e poi voltare tranquillamente lo sguardo dall’altra parte quando barconi di rifugiati stremati arrivano sulle nostre coste, in uno scandalo che scuota in modo permanente la nostra sensibilità, potremo dire di aver recuperato quella umanità che purtroppo anche noi, inconsapevolmente, contribuiamo a seppellire nell’indifferenza del nostro apparente benessere.

Ritenere che in fondo vicende come quelle di Idlib sono vicende lontane geograficamente è un pensiero pericoloso che ignora i mutamenti epocali che stiamo attraversando: l’appartenenza ad un’unica razza, la razza umana, non è un’utopica idea buonista, ma è un assunto confermato da una globalizzazione che non riguarda solo le cose, gli scambi commerciali, ma anche e soprattutto le relazioni tra gli uomini. Indigniamoci pertanto e, indignandoci, proviamo a restare umani.


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