Partiamo da un assunto: il termine “femmicidio” non è una tattica sfruttata dai mass media per richiamare l’attenzione su un caso particolare di omicidio.
Etimologicamente “omicidio” deriva dal lat. homicidium,  homo ‘uomo’ e -cidium ‘-cidio’ con radici nel sec. XIV. Non a caso.

L’Accademia della Crusca si è posta i medesimi quesiti:
C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in -cidio?

DDFCQuesto per dire che il femminicidio non è solo un fenomeno etimologico, ma rappresenta tutto ciò che affonda le sue radici nella crisi del patriarcato.
L’atomizzazione prodotta dal neoliberalismo ha spalancato le porte della competizione passando dai marciapiedi agli usci ed entrando fin dentro le abitazioni delle famiglie occidentali, destrutturando l’assetto storico della familia.
Il capofamiglia sessuato al maschile ha smesso di essere il breadwinner: la maggior parte delle famiglie percepisce un doppio salario, prodotto dal lavoro sia dell’uomo che della donna. L’ evoluzione dell’emancipazione femminile, dal diritto di voto all’indipendenza economica, ha portato al caos a cui oggi assistiamo.

La nostra percezione giuridica del fenomeno è mutata: l’omicidio è quello a cui siamo da sempre abituati, cioè l’assassinio tra pari di fronte alla legge. La concezione stessa dell’uxoricidio, l’assassinio del coniuge femminile, era vincolata alla sovrastruttura del matrimonio. Prima del 1975, anno in cui formalmente venne sancita l’equiparazione dei coniugi nei diritti e nei doveri (art. 143 c.c.), il delitto di famiglia era ben altra cosa, a cui è seguita l’abrogazione delle disposizioni in materia di delitto d’onore soltanto nel 1981. L’altro ieri, per intenderci.

Se oggi ci scandalizziamo per l’assassinio di una donna è proprio perché ora siamo in grado di attribuire un diritto alla donna, al pari di qualsiasi altro cittadino: cioè il diritto all’incolumità individuale, alla salute, alla vita.

Molti uomini celebri si sono definiti femministi, sono i cosiddetti “male faminists“: Mark Ruffalo, Ryan Gosling,  il Dalai Lama, Barack Obama addirittura si è definito un “femminista militante”, Daniel Craig, Nick Clegg, fino al premio Nobel per l’economia Amartya Sen. La Presidentessa della Camera, Laura Boldrini, prendendo spunto dalle parole del premier canadese Justin Trudeau (“Mi definisco femminista e sono orgoglioso di esserlo. Passo tanto tempo a spiegare a mia figlia che il suo genere non può e non dovrà mai determinare i limiti di ciò che può raggiungere. Ma mia moglie mi ha fatto notare che dovrei trascorrere altrettanto tempo con i nostri figli maschi e spiegare loro che cos’è il femminismo e l’importanza dell’uguaglianza“), lo scorso anno ha spinto affinché anche in Italia ci fosse una Sala dedicata alle Donne simbolo della storia nostrana. Intervistata, dichiarò: “Autorevolissimi, per carità. Ma, a parte quello di Nilde Iotti, non c’è un solo busto di donna, donne-boldriniuna traccia che in queste istituzioni ci sono state anche le donne. Così ho fatto quel che ho visto al Parlamento svedese: una Sala delle Donne, dove sono ricordate coloro che hanno contribuito a creare e a far crescere la democrazia. La inaugureremo qui a Montecitorio il 14 luglio (2016, ndr). Ci sono le foto delle ventuno costituenti, la prima ministra — Tina Anselmi —, la prima presidente della Camera — Nilde Iotti —, la prima presidente di Regione: Nenna D’Antonio. Mi mancano tre foto, sostituite da tre specchi. Ogni ragazza che verrà qui avrà il diritto di pensare: la prima donna presidente della Repubblica, presidente del Senato, presidente del Consiglio potrei essere io”.


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