Faccia da Birra: Salvatore Arnese, il social brewer

Le vie per la birra sono infinite. Pochissimi hanno la fortuna di trovare una scorciatoia acquisendo i rudimenti direttamente in un birrificio artigianale e imparare il mestiere. Per tutti gli altri il percorso si dipana lungo  vie tortuose e insidiose che passano quasi sempre per i fornelli di casa. Se vivi in famiglia, partire dai fornelli della cucina, compromette gli equilibri della convivenza e serve tanto spirito eroico e costanza diplomatica per non perdere il sacro fuoco del brassare.

Gli steps successivi sono oltre modo difficili e faticosi. Per un Home Brewer superare la fase dei benevoli apprezzamenti di amici e parenti è il primo obiettivo strategico da perseguire. Il confronto costante con chi ne sa più di te diventa fondamentale per crescere, ma il tempo non è sempre galantuomo e spesso neanche chi ne sa più di te .

IMG_0160L’intuizione geniale è uno stato di grazia, arriva quando meno te l’aspetti ed è fulminea. Oggi vi racconto una storia che sa tanto di sogno americano.

E’ Salvatore Arnese, uno scorpione napoletano del 1979, l’HomeBrewer che a partire dal 2011 ha allargato gli orizzonti della sua conoscenza e il confronto interattivo, realizzando tutorials autoprodotti e fruibili in un apposito canale Youtube. Se gli iscritti al canale sono oltre 7500 e le visualizzazioni  oltre 50.000, bisogna prendere atto che il fenomeno è da approfondire; tenendo soprattutto conto che, chi si è preso la briga di produrli, non è un’associazione tra Home Brewer, né tantomeno un distributore commerciale di kit da birra. Dobbiamo quindi riconoscergli il merito di aver saputo sfruttare sapientemente la piattaforma social inventando in pratica – con il canale BrewingFriends – la figura del birraio 2.0.

In tempi  in cui la formazione latita, cioè che non siano solo sterili, ingessati e strapagati percorsi di avvicinamento, possiamo in buona pace esprimere un cauto ottimismo per il futuro.

Su questo tema  Arnese ha idee asciutte e chiare: <<La formazione è essenziale per costruire la professionalità di un birraio. Dove c’è una cultura brassicola solida, come in Germania, esistono veri e propri profili accademici di studio teorico e pratico da seguire, condizione unica per poter esercitare legalmente l’attività di Mastro Birraio. Da noi ci arrangiamo con  il mitico Kit che rappresenta in  molti casi  un sorta di “Ground Zero” da dove partire, una via d percorrere nel modo giusto altrimenti rischia di essere fuorviante. Per similitudine mi vene in mente il paragone con il Bimbi della Folletto che ti cucina il risotto, magari è anche buono ma onestamente non puoi dire di averlo fatto tu>>.

Oggi sei professionalmente impegnato, produci birra in un’azienda che ha riconosciuto la tua competenza di Brewer. Ci racconti come ci sei arrivato?

<<Dal 2011 sono successe molte cose, i tutorial su Youtube hanno ricevuto buoni consensi anche in ambito professionale:  nel senso che birrai e birrifici artigianali si sono interessati con favore ai miei sforzi di crescita.   L’evento cruciale, in pratica la svolta, è stato il fortunato incontro con quello che considero ancora oggi il mio mentore (Luigi Serpe ndr). A lui devo un minuzioso percorso didattico “on the job” in giro per birrifici di mezza Italia e Il mio approccio di umile allievo mi è stato d’aiuto per fare esperienza. Inizialmente nel Birrificio Irpino sono arrivato come semplice aiutante, dando un mano anche solo per imbottigliare, poi lo scorso settembre mi è stata fatta una proposta professionale come birraio, un bella sfida che ho accettato con entusiasmo>>.IMG_0156

Con il Birraio parliamo di stile,  a tuo giudizio esiste una scuola o una modalità campana per produrre birra?

<<E’ un domanda complessa e compromettente quella che mi poni. Ad essere sincero non credo esista neanche una scuola o una modalità italiana di fare Birra. Il boom di birrifici,  cui assistiamo, ha un vizio di fondo: cioè la superficialità con la quale troppo spesso si affronta l’idea imprenditoriale. Contare su un impianto all’altezza è una risorsa che non basta, ci vogliono idee chiare e obiettivi certi.  Si fa uso di troppa enfasi nel marketing e spesso corrisponde poco al reale carattere del prodotto. In questo modo si tradisce il fragile patto di stima con il consumatore che, alla fine, invece di sentirsi stimolato a sperimentare nuove esperienze di beva, getta la spugna. Sono convinto che creare una cultura diffusa della birra in Italia passi inevitabilmente nell’educare il consumatore partendo da birre semplici, buone ma semplici>>.

A fronte di un’analisi così severa, sorge spontaneo chiederti se c’è speranza o comunque possibilità che si verifichi una inversione di tendenza.

<<Non vorrei che il mio pensiero fosse travisato. Dal punto di vista aziendale credo che in un birrificio artigianale sia strategico diversificare le competenze: il birraio deve fare il suo lavoro mantenendo costante la qualità del prodotto e demandare ad altri le attività  indispensabili per ottenere buoni risultati di vendita, sostenendo l’onestà del brand a prescindere dai gusti personali del consumatore. Fare una buona birra costa e questo incide sul prezzo di vendita ma sarebbe un errore prescindere dal radicato e comune senso di prodotto popolare.  Sullo stile italiano e/o campano ne riparleremo quando saranno disponibili luppoli e cereali prodotti e maltati nei nostri territori>>.

Provo ad alleggerire il discorso punzecchiando Salvatore Arnese in vari modi ma il “ragazzo” regge bene le provocazioni, almeno fino al momento di una serena bevuta.

Quasi non ti riconosco, sembravi più morbido e fluido nei tutorial su Youtube.

<< E lo sono, perché la birra vive dei sogni entusiastici del birraio. Nel mio intimo sono costantemente risucchiato da pericolosi fuori pista che servono a foraggiare autostima e creatività. Ti rivelo un segreto: un volta per impressionare gli amici ho fatto una Imperial Stout calandoci dentro un polpo. Certo era un provocazione, ma visto che qualcuno si era già cimentato con ostriche e telline…>>

 

 


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