Chissà cosa è frullato in mente ad Alessio Manzo quando, in un gioco di parole, ha deciso di chiamare il suo birrificio “Lievito e Nuvole”.

A me, da vecchio musicista, riporta in mente Paolo Conte, Virano e Pallavicini che regalarono nel 1970 a Enzo Jannacci un brano storico, a mio giudizio più sociale di quanto appaia a tutti (in quel tempo per divorziare si volava in Messico) anche se ammantato di una melanconia spessa e fuorviante. cottaManzo

La nostra terza Faccia da Birra cela un’insolita tristezza in occhi liquidi. Ricorda quel soffio di vento in un’armonica che strugge, magari senza volerlo, perché ad Alessio Manzo la voglia di volare certo non manca, e in effetti , senza “situazioni di contrabbando” veleggia – caparbio – su nuvole di schiuma, a volte dense altre leggere e fugaci, che si tramutano in palpabili emozioni al suo primo spontaneo sorriso.

Dall’impatto con lui – in corso di cotta – ho colto in netta evidenza l’aspetto meno aulico del lavoro del birraio, quello in cui emerge, al di là delle impegnative temperature ambientali, una tenuta fisica invidiabile, testimoniata senza discussioni da una evidente e abbondante sudorazione.

Certo è che mi meraviglia di quanta intima passione serva per equilibrare un impegno organizzativo e fisico così tosto e sfibrante. Con un occhio ai risultati tutto quadra invece, le spese di avvio sono ben oltre il break even, si ammortano agevolmente i costi e si realizzano profitti, magari anche producendo birra per conto altrui.

Se vogliamo Alessio ha ben chiara la questione marketing, teso com’è a proteggere il vero tallone d’Achille di quasi tutti i produttori artigianali che, superati gli iniziali entusiasmi e le autocelebrazioni, hanno bisogno di vendere per dare un senso imprenditoriale al duro lavoro profuso. Alla fine della fiera la sua giusta via sembra diretta su quattro corsie in intima relazione ed equilibrio: economie di scala e ottimizzazione delle risorse, margini ridotti e distribuzione mista.

Ok Alessio, ora ci spieghi che “birra speciale” bevi per riuscire a fare tutto questo da solo.

<<Eh, magari ce ne fosse una. In verità, grazie a Maria Luisa (compagna di vita e di lavoro ndr), ho mollato alcune incombenze, soprattutto in ambito amministrativo e commerciale. Ottimizziamo il programma di lavoro il più possibile, creandoci anche gli spazi temporali per la vendita diretta negli eventi, fiere e sagre. La parola d’ordine è mai senza birra>>

Registro lucidità e una certa soddisfazione: il birrificio cresce in termini produttivi, la birra si vende, la visibilità aumenta. Qual è la chiave?

<<Secondo me non bisogna assolutamente perdere di vista che il lavoro deve dare soddisfazioni economiche. Il prodotto si deve vendere in un tempo ragionevolmente breve per mantenere le caratteristiche produttive, d’altra parte il mercato è in crescita costante e le opportunità non possono sfuggire, lo abbiamo imparato sulla nostra pelle. La nostra è una produzione trasversale, flessibile ma di carattere, leggiamo il mercato e interpretiamo di conseguenza, senza scartare le opportunità che arrivano dal brassare per conto terzi. Ci accontentiamo di una marginazione ritenuta in genere bassa, compensandola con un’attenta gestione del credito. Non dimentichiamo che il birrificio è un’impresa come le altre e in quanto tale risponde alle logiche economiche che regolano il mercato.>>
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La scelta di locare il birrificio tra i noccioleti di Avella ha a che fare con l’intenzione di trovare un’interazione col territorio?  

<<No. Sarò franco: facciamo una birra con note aromatiche di nocciola per conto di un nostro cliente ma non sono certo che quelle che utilizziamo siano di questo territorio. Abbiamo scelto il posto tenendo conto dei costi in rapporto ai metri quadri disponibili, alla facilità del movimento a terra ed alla vicinanza al casello dell’autostrada, punto. Inoltre qui l’acqua della condotta pubblica è buona ed è una fortuna per noi. Lo spazio ci serve, abbiamo intenzione di potenziare l’impianto a breve.>>

Manco il tempo per una riflessione più approfondita che scatta in piedi e si allontana per la luppolatura. Io mi giro vero Maurizio Chiosi, che mi accompagna come un angelo custode, e gli chiedo sottovoce “Ma è davvero così?” e lui “Di più, è un caterpillar”.


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