Europa, un compleanno amaro

Giorgio Ambrosoli, vittima della mafia a causa della sua azione come curatore del fallimento della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, rivolgendosi alla moglie Anna  con riferimento ai loro figli, nel 1975 scriveva in una lettera-testamento : “abbiano coscienza dei loro doveri…verso il Paese, si  chiami Italia o si chiami Europa”. Ambrosoli prefigurava l’idea che prima o poi l’Europa sarebbe diventata la Patria comune di tutti i suoi abitanti, arrivando a immaginare addirittura un’unione politica, non soltanto economica.

Ambrosoli venne ucciso l’11 luglio 1979, quando aveva appena fatto in tempo a votare alla prima elezione diretta  del  Parlamento europeo, evento che fu  salutato con un entusiasmo enorme: sembrava essere l’inizio di una nuova era per la storia del Veccassassioniohio Continente. Cittadini di Stati diversi che, nello stesso giorno, si recavano alle urne per eleggere i membri di un unico Parlamento comune. Ben presto ci siamo resi conto, però, che il Parlamento europeo risultava comunque depotenziato rispetto agli organi di  direzione politica che invece restavano di nomina dei singoli governi, e dunque l’illusione di creare una vera unione politica, seppur indiretta, è ben presto evaporata.

L’Unione europea compie 60 anni e arriva a questo compleanno, purtroppo, mostrando tutta la sua età: anzi, in questo momento, sembra addirittura un corpo agonizzante, dilaniato da conflitti intestini, che ha appena perso uno dei suoi pezzi più importanti, la Gran Bretagna, proprio in questi giorni impegnata ad avviare le procedure della “Brexit”, ossia dell’uscita dall’Unione Europea. Dove sta fallendo, dunque, l’idea di un’unica Patria per tutti gli Europei, idea sancita dai primi trattati di Roma del 1957 che  hanno garantito un periodo di pace che mai il nostro continente aveva vissuto e culminata con l’adozione di una moneta unica?

L’Europa  è stata sempre teatro, nel corso dei secoli, di guerre, lotte e rivalità feroci:  terminata la seconda guerra mondiale, invece, essa non solo ha conosciuto l’alleanza di Paesi che erano sempre stati nemici ma addirittura, nel corso dei decenni successivi, ha allargato i suoi confini verso est, complice il fallimento del comunismo applicato, con la conseguente caduta dei muri che dividevano in senso longitudinale il continente.

Oggi possiamo riconoscere nell’Unione europea sostanzialmente un duplice profilo: quello “tecnocrate” e quello relativo alla persona e ai suoi diritti. Nel campo del rispetto della persona, dello sviluppo dei diritti fondamentali di ciascuno, non solo l’Unione Europea ha garantito l’affermarsi di principi basilari che spesso nei singoli Stati erano ignorati o inapplicati, ma ha contribuito, sia attraverso la normativa comunitaria che attraverso una giurisprudenza attenta, all’affermazione di un concetto di libertà e di dignità della persona che probabilmenteunione-europea-mani i singoli Stati, da soli, non avrebbero garantito appieno.

E’ il profilo tecnocrate ed economista invece che ha sostanzialmente fallito, creando un coacervo di regole tecniche spesso incomprensibili o quantomeno non sufficientemente chiare, imposte dall’alto, senza la necessaria partecipazione delle rappresentanze politiche e sociali dei cittadini che avrebbero potuto contribuire ad accettarle meglio.  La visione eccessivamente tecnocratica dell’Unione Europea ha soffocato gli aspetti liberali e solidaristici dell’idea di un’unica Patria europea: si è discusso di quote latte e non anche di tutela del piccolo imprenditore che quel latte produceva; si è pensato ai bilanci degli Stati, vincolandoli sempre più al rispetto di rigorosi parametri spesso impossibili da raggiungere, soprattutto per le economie più deboli, e si è ignorato il desiderio dei singoli cittadini di quegli stessi Stati di sentirsi parte di una grande comunità sovranazionale che li tutelasse.

Paradossalmente, il rigorismo tecnico ed economico imposto a Stati quali la Grecia (ma anche l’Italia) ha indebolito l’idea di un’Europa unita, innescando la paura di sacrifici  eccessivi:  l’Unione Europea è diventata così non più la casa madre di tutti i suoi cittadini, ma la matrigna che ti mette in punizione e ti tiene in castigo a suo piacimento, col sospetto che lo faccia solo per favorire le economie più forti.

Occorre un cambio immediato di rotta: la dissoluzione dell’idea dell’Europa unita sarebbe sostanzialmente una sconfitta epocale che porterebbe l’orologio della storia indietro di 70 anni, sarebbe il trionfo dei movimenti nazionalistici più pericolosi che, una volta crollata la costruzione dell’Europa, non troverebbero altro motivo di esistere se non lo scontrarsi l’uno contro l’altro, facendo precipitare il nostro continente di nuovo in un’epoca  da cui pensavamo di essere definitivamente usciti. Un’Europa unita è quanto mai necessaria anche per affrontare il suo vero nemico: il fondamentalismo terrorista che non fa distinzione di Stati e colpisce indifferentemente a Londra come a Parigi e a Bruxelles.

Sarà indispensabile, per chi ha la responsabilità di governo in ciascuno dei singoli Stati europei, individuare soluzioni che rilancino il sogno di una Patria unica nella testa di ciascun europeo. E’ necessario tornare a sentirsi orgogliosi di appartenere all’unione politica europea, magari anche mantenendo l’identità nazionale, ma facendo di quella stessa un elemento di ricchezza della comune identità europea: sarà così più semplice sia sfidare i nuovi colossi economici mondiali e sia, soprattutto, immaginare un futuro che diventi davvero un “Inno alla gioia” come recita la corale della IX sinfonia di Ludwig van Beethoven, eletta inno ufficiale dell’Europa unita.


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