Quando comunichiamo on-line siamo costretti a colmare quello che è sottinteso nella comunicazione off-line. I codici analogici e quindi la mimica, la gestualità e la prossemica: una serie di meccanismi che ci aiutano a non fraintendere il messaggio che si sta ricevendo o che si sta esprimendo. Ed è per questo che da più o meno quando è stata inventata la scrittura, si cercano modi per sostituire tutti i comportamenti che entrano in atto nella comunicazione faccia a faccia, fenomeno che si è incrementato con la CMC (Computer Mediated Communication).

Tra gli espedienti più diffusi a compensare queste carenze, oltre ai segni d’interpunzione, l’uso degli asterischi e dei caratteri maiuscoli, oggi ci sono le emoticons (emotion+icon): faccine o smileys che hanno la funzione di disambiguare il linguaggio in rete. O almeno questa era l’opinione diffusa fino a qualche giorno fa.

EmojiLacrimeGioia-3007-kPFB-U10602856927827WTH-700x394@LaStampa.itA mettere in crisi quest’assunto, quello secondo il quale le emoji servono a rendere più chiaro il discorso scritto, è stata una ricerca pubblicata recentemente dal team GroupLens dell’Università del Minnesota. Così, ad esempio, l’emoticon che piange di gioia è passata dall’aver vinto il premio come “parola dell’anno” 2015 (conferito dall’Oxford Dictionaries) ad essere una di quelle che causa maggiori problemi d’interpretazione agli utenti.

«La scrittura con l’alfabeto tradizionale fa ormai fatica a star dietro alla comunicazione velocissima e prevalentemente visiva del 21esimo secolo, quindi nessuna sorpresa se un’emoticon è arrivata a colmare quel vuoto».

1460827306_tabella1-600x335In particolare, il gruppo di ricerca ha interrogato circa 300 persone su 125 emoji: agli intervistati è stato chiesto di esprimere un giudizio, su una scala da -5 (totalmente negativo) a 5 (totalmente positivo), indicando il tipo di emozione comunicato dalla faccina in questione. Dai risultati emerge che il livello di discordanza tra persone diverse circa la stessa emoticon risulta piuttosto alto. Le motivazioni sono varie: innanzitutto, i diversi sistemi operativi (Apple, Microsoft, Google) e le diverse piattaforme (Facebook, Twitter, Instagram) codificano la medesima faccina in modo diverso; e poi, semplicemente, questi simboli sono sottoposti a molteplici interpretazioni a seconda di chi li guarda (o li clicca).

Insomma, le emoji dovevano facilitare la diffusione di un messaggio efficace in assenza di tutte quello che trasmettiamo all’altro, anche senza volerlo, durante la comunicazione verbale. Si sono rilevate invece, grazie a questa ricerca ma anche precedentemente, non meno problematiche dello scopo per il quale sono state create.

ImmagineForse dovremmo attenerci al principio di cooperazione di Grice: “conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato”; più semplicemente al fatto secondo il quale un messaggio riesce ad essere comunicativo solo quando il significato attribuitogli dal mittente corrisponde a quello compreso dal destinatario.

Anche on-line, quindi, possono sorgere le incomprensioni che alle volte scaturiscono off-line, e sarebbe il caso di comportarsi come si fa in quest’ultimo caso, magari chiedendo chiarimenti. Anzi, l’ideale sarebbe confrontarsi con Emojipedia, potente strumento al servizio di tutti come qualsiasi enciclopedia online.


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