El Sharawy, metafora calcistica del giovane italiano

La metafora sportiva si rivela valido strumento per riferirsi alle imprese quotidiane o raccontare storie. Partendo dalle recenti premesse per la rinascita sportiva del calciatore italiano si vuole indugiare, da un lato, sulla situazione interiore della gioventù, dall’ altro sulla sua forza propulsiva

0

Italiani: popolo di poeti, santi e navigatori, ma anche di calciatori e allenatori da Bar. Gente il cui calendario settimanale è scandito da anticipi, posticipi e turni di coppa. Se sei un giovane del Belpaese, probabilmente, hai appreso il gergo calcistico subito dopo quello familiare, entro i primi sei anni di vita hai scelto irrevocabilmente la squadra del cuore e in occasione dei mondiali imparato le bandiere di mezzo mondo. Tutti gli scandali legati al mondo del “pallone”, susseguitisi negli anni, dulcis in fundo quello delle ultime settimane, non ti hanno mai distolto dal concepire questo sport nella sua accezione più romantica. In una partita, volente o nolente, vedi la vita intera e nei suoi interpreti scorgi la trasposizione dei personaggi del quotidiano: la caparbietà operaia del 4, la senile saggezza del regista di centrocampo, il talento sprecato del 10 svogliato, la brillantezza disarmante del 7 alla Best, che se ne andrà troppo presto per aver vissuto ad un numero di giri esagerato. Magari nell’epopea di uno dei tuoi beniamini ti capita di riconoscere un po’ della tua storia.

Un po’ come per Stephan El Sharawy: con il cognome esotico, la faccia da bravo ragazzo e un’acconciatura che desterebbe certamente la disapprovazione dei più anziani. Approda al Milan poco più che adolescente e, dopo una stagione di ambientamento, comincia a segnare a raffica mettendo in mostra un talento cristallino, grande capacità di saltare l’uomo e puntare la porta, una sfrontatezza conferibile solo dall’età acerba. La parabola di Stephan sembra perseverare nella sua ascesa, ma l’incantesimo si interrompe all’arrivo di un nuovo acquisto, un rampollo più “sponsorizzato” che si guadagna le attenzioni di tutti: Mario Balotelli. Da quel momento la stella del faraone inizia a mluccicare sempre meno e infine, in seguito a prestazioni sbiadite, l’acuirsi della “sindrome del vorrei ma non posso” e svariati infortuni, pare spegnersi. La sua angoscia la percepisci. La stessa che hai provato quando hai sostenuto un colloquio d’esame con quel decano assonnato che, fingendo di ascoltarti, lasciava andare le pupille all’indietro rendendoti, così, edotto del fatto che avrebbe preferito alla cattedra l’ennesima ragazza graziosa e compiacente. Il senso di inadeguatezza vi accomuna: il faraone sarà anche un potenziale portento ma non funziona, e quindi passerà le domeniche a fare introspezione in panchina o in tribuna; tu sarai una persona intelligente e con uno spiccato senso critico, ma dovrai continuare ad incassare lezioni di vita da sedicenti saggi accomodatisi di fianco a te in pullman, almeno fin quando non sarai troppo cresciuto per assomigliare ai loro pargoli. Se quelli della leva del ’68 avevano paura di battere un rigore, noi della classe ’92 abbiamo un dannato timore di scendere in campo.

Qualcuno in un recente passato ci ha definito “bamboccioni”, altri ci accusano di scarsa vocazione civile se andiamo a cercare fortuna all’estero, insomma, come a voler sostenere che le nostre debolezze siano caratteristica ontologica generazionale, che qui ragazzi “come quelli di una volta non ne fanno più”. Argomento dalle fondamenta instabili se si valuta il contesto in cui siamo maturati: la ridondanza della “crisi” economica mondiale, l’attitudine alienante dell’agevole accesso alle tecnologie, la consapevolezza d’esser parte di un sistema in cui la corruzione non sembra percepita come il male maggiore. Però liberarsi dai fantasmi può risultare semplice come girare di tacco nell’angolino basso un cross teso, con un movimento naturale da cui traspare l’irriverenza di Davide che affronta Golia, come cambiare maglia e ritrovare il ritmo e l’autostima smarriti e, così, invertire la tendenza. Il preludio di una rinascita sportiva ci esorta a mordere la società e a portarcela a spasso, come fa il cane con l’osso. È compito nostro.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments