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Quella mattina, dopo la conferenza stampa, alla quale, parteciparono tutti i giornalisti autorizzati delle testate nazionali e internazionali, si ebbe l’incontro tra Giovanni XXIII e i coniugi Adjubei. Nella tarda mattinata, lontano dai curiosi, il Pontefice e i suoi ospiti si recarono nella biblioteca privata del Vaticano dove li aspettava il traduttore personale del Papa.

Il dialogo che tennero è rimasto per lungo tempo sconosciuto ai più, e ad oggi le versioni che sono arrivate a noi sono due: una del segretario personale di Giovanni XXIII, Loris Capovilla, il quale parlò del dialogo sia durante una conferenza ad Assisi, pochi mesi dopo la morte di Giovanni XXIII, e sia in un suo libro successivo; la seconda da Koulic, il traduttore russo presente all’incontro.

Anche se le due versioni sono discordanti in alcuni punti, entrambi ci danno l’impressione di un dialogo del tutto confidenziale, lo stesso Capovilla affermò che “si ebbe quasi l’impressione di un dialogo tra un uomo anziano e una giovane madre russa in pieno imbarazzo”.

Capovilla affermò che per lunghi tratti del discorso i protagonisti dell’incontro furono Giovanni XXIII e Rada Kruscev. Entrambi si rivolsero parole estremamente cordiali, Giovanni XXIII le regalò un rosario, come era usanza in occasioni di incontri con regine o principesse; Rada invece parlò del legame che li univa, infatti entrambi avevano origini contadine, e parlò del fascino e dell’ammirazione che aveva suscitato nel mondo russo la figura del Pontefice. Fu così che rivolgendosi al Papa affermò che “in Russia lei, Santo Padre, viene chiamato il Papa contadino, l’uomo della campagna. Avete infatti le mani indurite dei contadini, come mio padre”.

Dopo ciò intervenne Adjubei, che dopo aver portato il dono e i saluti di Nikita, e dopo aver sottolineato l’importanza storica di un così grande evento e aver ricordato il ruolo di riformatore che Kruscev aveva avuto in Russia, così come lo stava avendo Roncalli al Vaticano, espose le richieste del Cremlino: «Vostra Santità non crede opportuno di avviare fra l’Unione Sovietica e la Santa Sede relazioni diplomatiche per risolvere eventuali problemi, come quello appena concluso della liberazione di Slipyj?».

La risposta di Giovanni XXIII fu molto chiara e diretta: «Lei è giornalista. Conosce certo la Bibbia. Vi si legge che il Signore impiegò sei giorni per creare il cielo e la terra. Ma si tratta, si sa, di ere geologiche. Nel primo giorno, la parola creatrice: Fiat lux! Per oggi, la luce dei miei occhi nei vostri! È già molto. Noi che siamo molto meno potenti dell’Onnipotente, non dobbiamo precipitare le cose, dobbiamo andare dolcemente in queste cose, preparando gli spiriti. Attualmente un simile passo sarebbe mal compreso. Continuiamo intanto a lavorare alla riconciliazione di tutti i popoli, con discrezione e fiducia».

Il Papa riuscì a rifiutare la proposta di Adjubei con frasi bibliche ma al tempo stesso senza rompere il rapporto creatosi e senza chiudere le porte per il futuro. Da questo momento in poi la conversazione diventò molto più familiare. Giovanni parlò del suo passato in Bulgaria e Turchia. Spiegò poi che vedeva un fratello in ogni uomo, senza distinzione di razza, nazionalità o colore. Parlò della sua vita nel paesino natale e il legame che c’era nella sua famiglia.

CatturaNel congedarsi Adjubei rivolse al Papa la richiesta di pubblicare qualcosa sull’udienza, ma il Pontefice rifiutò poiché “quando si mescola la stampa” si complicano sempre le cose. Il Papa consegnò anche un messaggio per Kruscev in cui augurò “prosperità e benessere al popolo russo”.

Data la mancanza di fuga di notizie riguardo l’incontro, nel più totale silenzio del Papa e di Mosca, iniziarono a nascere versioni e ipotesi diverse e contrarie dentro e fuori il Vaticano. Il dialogo rimase sconosciuto fino ad agosto di quell’anno, alcuni mesi dopo la morte del Pontefice. Quel dialogo, però, non rimase all’oscuro per volontà di Roncalli, infatti, anche se in un primo momento fu lui stesso a dire di evitare la pubblicazione, subito dopo, per smentire tutte le voci che stavano iniziando a circolare in merito alla questione il Pontefice stesso chiese la pubblicazione del dialogo da parte dell’unico testimone presente, cioè il traduttore russo. Tuttavia la prima sezione della Segreteria di Stato rifiutò.

Intanto la stampa andò giù in modo duro nei confronti del Pontefice che fu accusato di non riflettere sulle proprie azioni. Alcuni giornali accusarono il Papa di non comprendere la situazione attuale europea basata sulla difesa dai valori comunisti, altri lo accusarono di dimenticare e di aggravare la situazione della DC per la imminente campagna elettorale. La stampa nazionale ed estera fece commenti pesanti su tutto ciò che era accaduto. In modo surreale quasi, a prendere le difese del Pontefice fu proprio il giornale comunista “L’Unità”.

Cattura 1In tutto ciò Giovanni XXIII chiese all’Osservatore Romano di pubblicare integralmente il discorso che si era tenuto in seduta privata consultando l’unico testimone come risposta alle speculazioni che stavano avvenendo in tutta Europa. Ma le richieste non furono accolte e proprio per questo, ormai stufo della situazione, incaricò il cardinale Dell’Acqua a comunicare il dissenso del Papa nei confronti della rivista con cui si conclusero le polemiche.

Il pensiero e l’agire di Giovanni XXIII fu criticato per molti anni ancora dopo la sua morte, ma il Pontefice tramite l’incontro con Adjubei aveva finalmente rotto il silenzio che durava da secoli con Mosca riuscendo a creare un’apertura con il popolo russo e il suo leader senza alcuna azione strumentale. Con Giovanni XXIII venne meno il linguaggio tipico dell’intransigenza dogmatica che da decenni era utilizzata dalle più alte cariche vaticane nei confronti dei comunisti e si arrivò finalmente a comprendere ciò che Roncalli affermava: “bisogna distinguere tra l’errante e l’errore”.


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