Donne in Italia: ancora poca uguaglianza

0

di Ciro Ferrentino

Proviamo a proporre una panoramica della legislazione e delle politiche in materia di uguaglianza di genere esistenti in Italia, concentrandoci sugli sviluppi e sui risultati degli ultimi anni. In problematiche come l’uguaglianza di genere nel lavoro, l’esigenza di conciliare lavoro e famiglia, la violenza oltre che la salute e diritti riproduttivi delle donne, l’Italia è ancora lontano dal raggiungere risultati soddisfacenti. Infatti, in base all’Indice europeo dell’uguaglianza di genere, l’Italia si classifica fra i paesi dell’UE con la minore uguaglianza. Le politiche adottate per ridurre lo squilibrio di genere sono state prudenti e i progressi pur conseguiti in ambito giuridico sono stati sostenuti principalmente dalle direttive provenienti dall’UE o dalle pressioni esercitate dalla società civile (come la direttiva 97/80/CE sulla discriminazione e 2002/73/CE sulla parità di trattamento nel lavoro). In Italia ad applicare le direttive dell’UE sulle pari opportunità è il Codice Nazionale delle pari opportunità che definisce e vieta le discriminazioni dirette e indirette.

Donne e lavoro

Per quanto riguarda l’occupazione delle donne il dato statistico parla di un tasso di occupazione molto basso, nonostante le incentivazioni previste dalla legge 92/2012 per le aziende che assumano donne di qualsiasi età, ma anche per una cronica carenza di strutture adatte a fornire servizi di assistenza e custodiadonnelavoro dei bambini, e di una notevole differenza retributiva nonostante le leggi antidiscriminazione adottate. Ciliegina sulla torta  l’attuale crisi finanziaria che “minaccia” alcune delle recenti conquiste delle donne in termini di reddito, di occupazione e di infrastrutture sociali. Per promuovere l’occupazione femminile sono stati previsti fondamentalmente due tipi di misure: fornitura di servizi di assistenza e custodia dei bambini e incentivi per i datori di lavoro che assumono donne. La parità fra uomini e donne sul mercato del lavoro è sancita dall’art. 37 della costituzione, l’ultimo ostacolo è stato rimosso nel 1999, con l’apertura alle carriere militari a entrambi i sessi. Vi è una buona tutela della maternità, sebbene venga fatto ben poco per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco: l’illegale pratica di far firmare alle giovani donne una lettera di dimissioni senza data da utilizzare per giustificare l’eventuale licenziamento in caso di gravidanza.

Salute delle donne e diritti riproduttivi

In Italia l’approccio generale prevalente nelle politiche riguardanti la salute delle donne è ancora circoscritto all’ambito della ginecologia e della salute riproduttiva. Soltanto nel 2008 l’Istituto superiore di sanità (l’istituto di ricerca e sorveglianza del ministero della Salute) ha attivato e finanziato una struttura ad hoc sulle differenze biologiche di genere e ha avviato il Progetto strategico salute donna 2008- 2012. Il progetto, che ruotava su 5 priorità (malattie dismetaboliche e cardiovascolari, immunità e endocrinologia, ambiente di lavoro, malattie iatrogene e reazioni avverse), determinanti della salute delle donne, ha avuto un impatto molto limitato sugli orientamenti e sulle norme in ambito sanitario e permane una grave carenza donnesalutedi dati disaggregati per genere e di informazioni sulla salute della popolazione. Per ciò che concerne i diritti riproduttivi in Italia, l’interruzione volontaria della gravidanza è disciplinata dalla legge 194 del 1978. Da allora il fenomeno è ben documentato: ogni anno il Ministero della Salute deve presentare una relazione al parlamento sull’applicazione della legge. Dal 2009 la “pillola del giorno dopo” (mifepristone) è commercializzata nel paese dopo essere stata autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA). Il protocollo seguito per l’assunzione della pillola è diverso da quello raccomandato dall’OMS. In Italia la pillola deve essere assunta durante le prime sette settimane di amenorrea, mentre l’OMS la raccomanda per le prime nove settimane di gestazione e prevede il ricovero nel periodo compreso tra l’assunzione del farmaco e l’espulsione del feto. Un’altra legge, molto restrittiva, che ha influito sulla salute riproduttiva delle donne è la legge 40/2004, riguarda la procreazione medicalmente assistita (PMA). Tuttavia, dopo diversi interventi sia da parte dei tribunali che della Corte costituzionale, poiché molti aspetti erano considerati pericolosi per la salute della donna, l’attuale normativa in materia di procreazione medicalmente assistita non prevede più la creazione di un numero limitato di embrioni e non impone più un unico e immediato trasferimento obbligatorio del prodotto del trattamento nell’utero. Infine l’anestesia epidurale non offerta in tutti gli ospedali del paese dotati di un reparto di ostetricia, sebbene il servizio sia incluso dal 2013 nell’elenco dei LEA. In ogni caso è in corso un dibattito sulla possibilità di adottare tale soluzione per alleviare il dolore durante il travaglio. La ragione alla fonte della mancanza del servizio potrebbe essere che alleviare il dolore durante il parto non è considerato una priorità e che pertanto non si mettono a disposizione risorse finanziarie a tal fine.

Violenza di genere

Iniziamo col dire che, nonostante la limitatezza dei fondi a disposizione il movimento femminile italiano è riuscito a costruire una rete nazionale di centri antiviolenza, atti alla condivisione delle esperienze e a favorire il dialogo con le autorità pubbliche a livello locale e nazionale che nel tempo è diventata il cardine del servizio nazionale di assistenza telefonica gratuita per la violenza contro le donne. Pensiamo che in Italia la violenza sessuale è stata riconosciuta violenza contro la persona solo nel 1996, fino ad allora considerata “reato contro la moralità pubblica”. Un ventennio di discussioni è stato necessario per arrivare a riconoscere che la violenza sessuale costituisce un reato contro la persona con la legge 66/96 che sancisce la punibilità di qualsiasi atto sessuale o tentativo di ottenere un atto sessuale mediante violenza o coercizione come pure le avance o i commenti indesiderati a sfondo sessuale da parte di uomini e donne, bambini e adulti. Sono violenza-donne_01ugualmente inclusi i casi in cui non vi è contatto fisico tra l’aggressore e la vittima. Successivamente, per effetto delle pressioni esercitate dalle organizzazioni della società civile, sono state introdotte diverse modifiche e nuove leggi atte a contrastare il fenomeno della violenza. Nel 1998 la legge contro la pornografia e lo sfruttamento della prostituzione e la legge n. 286 (legge sull’immigrazione) ha introdotto la possibilità, per le vittime della tratta di persone, di ottenere un permesso di soggiorno speciale. Tale legge è considerata molto progredita in quanto, diversamente da quanto avviene in altri paesi, il diritto delle donne al suddetto permesso di soggiorno non dipende dalla loro partecipazione attiva al processo contro i responsabili della tratta o gli sfruttatori. La legge del 2001 sulla violenza domestica (154/2001) applicabile a tutti i membri della famiglia  che subiscono violenza fisica e psicologica. Ancora, la legge del 2003 contro la tratta di persone (228/2003) che ha completato il quadro legislativo relativo alla lotta contro la tratta, cui era stato dato inizio con la summenzionata legge sull’immigrazione. Nel complesso, il sistema italiano per la protezione delle vittime della tratta di persone è coerente con i principi guida adottati a livello internazionale, segnatamente per quanto concerne il rispetto dell’autonomia delle vittime e il loro diritto all’integrazione sociale. Nel 2006, la legge n. 38/200644 ha definito le disposizioni atte a punire lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia (anche a mezzo di Internet), nello stesso anno la mutilazione genitale femminile è stata vietata dalla legge n. 7/2006 Sempre nel 2006 è stato istituito un numero di pubblica utilità per le vittime di violenza: si tratta del 1522, un numero verde disponibile 24 ore su 24. Nel 2009 la legge n. 38/2009 ha inasprito le sanzioni per le violenze sessuali, introducendo il reato di atti persecutori (stalking).

donne-boldrini
Laura Boldrini, attuale presidente della Camera dei deputati

Nel giugno 2013 è stata istituita una task force contro la violenza sulle donne, che opera sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’obiettivo di sviluppare un osservatorio sulla violenza di genere. Il 19 giugno 2013 la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (cosiddetta Convenzione di Istanbul) è stata convertita in legge (legge n. 77/2013). In data 8 agosto 2013 il Consiglio dei Ministri ha approvato una serie di misure volte a contrastare il fenomeno del femminicidio (legge n. 93/2013) mediante l’introduzione di pene più severe e il miglioramento degli strumenti per la protezione delle vittime. Va tuttavia rilevato che il caso italiano è singolare rispetto al modello di intervento prevalente a livello internazionale, basato sulla creazione di un ampio partenariato cui partecipano soggetti pubblici e attori della società civile, i quali sinergicamente affrontano la questione da varie prospettive utilizzando competenze professionali diverse. In Italia manca un approccio globale al problema e la protezione e il riscatto delle vittime della violenza di genere sono stati a lungo considerati aspetti secondari. Inoltre il femminicidio-stopsistema italiano di servizi sociali si basa su un partenariato pubblico/privato in cui il settore privato è spesso rappresentato da organizzazioni della società civile o terzo settore e sulla ripartizione dei diversi compiti tra i vari livelli di governance (regioni, province e comuni). Questa impostazione ha dato origine a un sistema di servizi caratterizzato da profonde differenze a livello nazionale e da un’elevata variabilità delle pratiche in tutti i settori di intervento sociale, inclusi i servizi a favore delle donne vittime di violenza. Ciononostante, l’esperienza dei centri antiviolenza e l’ampia gamma di attività da essi svolte costituiscono un importante buon esempio. Infatti, la pluralità dei modelli di cooperazione tra i settori pubblico e privato e, più nello specifico, la creazione in tutto il paese di centri antiviolenza, finanziati e promossi dalle organizzazioni della società civile connesse al movimento femminile italiano, rappresentano i contributi più importanti apportati dall’Italia nella lotta alla violenza contro le donne.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments