Alfredo, detto il Prof., sessantenne, chirurgo sempre impegnato, e Costanza, quarantacinquenne, sua moglie piombano nella casa dei loro amici, Vanni, cinquantenne, scrittore di successo ora in crisi d’identità, e Linda, trentenne, sua ghostwriter. Costanza ha scoperto che il marito l’ha tradita. Immediatamente si pensa all’atmosfera narrativa del film di Polanski “Carnage” (2011): due coppie che si confrontano in uno spazio chiuso, facendo affiorare conflitti e verità reciproche tenute nascoste.

Dobbiamo-Parlare1Ma Sergio Rubini, regista e sceneggiatore, insieme a Carla Cavalluzzi (sua abituale collaboratrice) e il bravo Diego de Silva, è autore provvisto di personalità e di talento, perché lo si possa incasellare a riporto di chicchessia. In questo film, “Dobbiamo parlare” (ITA, 2015) la scelta di mettere a confronto le quattro persone obbedisce a logiche di ricerca che, così sembra all’inizio, privilegia la riflessione sulla dimensione sociale e l’analisi di taluni comportamenti ad essa inerenti. Su questo scenario mobile definisce con accuratezza dinamiche psicologiche di gruppo e singolari molto precise e frastagliate.

L’intelligenza narrativa esplicata nel corso del film, fa in modo che le premesse poste in partenza (l’analisi dei maturi e sgradevoli Alfredo e Costanza), diventino occasione di mettere sotto osservazione e in chiaro la crisi ben più profonda tra Vanni e Linda, i quali credevano di avere costruito un altarino perfetto alla loro unione.DobbiamoParlare In realtà le cose stanno ben diversamente: in particolare è lui a voler ingannare se stesso nascondendo la reale situazione della loro situazione. La sua sicurezza porta ma moglie Linda, insicura ai massimi livelli, a delegare a lui, l’intellettuale di successo e suo ex docente, la costruzione di quel quadro di sicurezza psicologica, materiale e spirituale, entro cui costruire la propria esistenza con il riconoscimento, nel tempo sempre più affievolito, di una sorta di superiorità intellettuale.Una specie di guscio protettivo il suo, privo di responsabilità, una prigione che compromette la sua maturazione schiacciando la sua personalità. Processo su cui stava incamminandosi, invece, in maniera autonoma.  A Vanni invece sembra che tutto fosse immobile, rischiarato da quelle reciproche manifestazioni di esteriore carineria verbale che sembrava amore eterno.
Il film costruisce questi doppi percorsi “rovesciati”, per cui gli sbrodoloni di volgarità – alla fine – sono più umani e sinceri, e in fondo più simpatici di questi due mostri di insincerità e ipocrisia, mascherati da raffinatezza esteriore. La verità che s’impone ai due intellettuali della casa assediata, creerà probabilmente condizioni e speranze di crescita reale, cosa che non avverrà per i due più maturi che continueranno a  sopravvivere a loro stessi.

Dobbiamo Parlare3Questo bel film è costruito, all’apparenza, tenendo conto soprattutto dei tempi teatrali: difatti è nato come pièce teatrale portata in giro per l’Italia. Ma il lavoro svolto da Rubini già in sede di sceneggiatura è stato di pregio. Egli ha reso nervosi e veloci gli scambi. Non c’è alcun momento di stanchezza. Inoltre il montaggio, curato dal bravissimo Giogiò Franchini, non solo facilita gli spostamenti, rendendo gli scambi verbali serrati e ben marcati, ma li rende molto chiaramente funzionali ai cambiamenti dei personaggi.

Gli attori sono splendidi: Isabella Ragonese è di una sensibilità e varietà incredibile. Maria Pia Calzone riesce ad essere contemporaneamente violenta, ma anche indifesa; la sua eleganza griffata nasconde ferocia e isteria. Fabrizio Bentivoglio finalmente è passato alla commedia: il suo romanesco è volgare, isterico, ma anche umano. Sergio Rubini fa quasi tenerezza nel suo essere un “sonnambulo” della vita e ad affannarsi ad essere solo in parte ciò che presumeva di essere.


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