Divari digitali e divari sociali: “Da quale parte della barricata” siamo?

Un importante contributo alla comprensione della dimensione del divario digitale nell’insieme di queste dimensioni in Italia è venuto da un’indagine condotta dall’ISTAT “Il digital divide in Italia: l’uso di internet da parte di cittadini e imprese” presentata alla fine del 2015. Da tale indagine emerge un ritardo del nostro Paese rispetto agli obiettivi previsti dall’Unione Europea per il 2015 per quanto riguarda sia la percentuale della popolazione che usa Internet (63% in Italia rispetto all’obiettivo del 75%), sia la percentuale della popolazione che non usa Internet (ben il 28% in Italia a fronte di un obiettivo del 15%), sia la percentuale di popolazione compresa tra i 16 e i 74 anni che acquista online (26% a fronte di un obiettivo del 50%). Inoltre tra il 2013 e il 2015 è diminuita la crescita delle famiglie collegate a Internet che in Europa sono l’83% con punte del 96% in Olanda, e che in Italia si fermano al 75%. Molte le ragioni di tale disparità, prima fra tutte quella di una disponibilità di banda larga ancora troppo spesso disomogenea non soltanto nelle diverse aree dell’Italia ma all’interne delle stesse aree urbane. Esemplificativa in tal senso la mappa realizzata da Infratel e disponibile sul sito istituzionale dove, a seguito di una consultazione pubblica, è stato possibile giungere a dettagliare il livello di copertura in ognuna delle 94.645 aree territoriali omogenee oggetto della consultazione funzionale a individuare gli interventi necessari per raggiungere gli obiettivi di copertura previsti a livello europeo. All’inizio del 2015 l’Italia era al 45% dell’obbiettivo di coprire al 100% la popolazione italiana con banda pari ad almeno 30 Mbps entro il 2020, ed è all’1% per quanto riguarda l’obiettivo di coprire al 50% la popolazione italiana con banda pari ad almeno 100 Mbps entro il 2020. Il Piano Banda Ultralarga del Governo adottato nel 2015, e in fase di forte accelerazione in buona parte delle Regioni, vedrà un primo passaggio significativo nel 2018 su cui sono da raggiungere i target intermedi rispettivamente al 75% per i 30 Mbps e del 30% per i 100 Mbps.

Se, quindi, sul piano infrastrutturale si registra una forte accelerazione anche in ragione di obiettivi definiti a livello europeo, è utile concentrarsi sugli altri divari in particolari quelli sociali e culturali. Anche su questo l’indagine dell’Istat offre interessanti spunti di partenza. I fattori che contribuiscono in modo significativo al divario digitale sono guidati dall’appartenenza generazionale (valore di 17,4) seguiti dal titolo di studio, dalla condizione professionale (rispettivamente 13,6 e 11,5) e dalla posizione professionale (4,1). In particolare, il titolo di studio e la condizione professionale rappresentano ancora fattori fortemente discriminanti nell’accesso con banda larga:tecnologie e occupazione

  • ne dispone l’89,4% delle famiglie con almeno un componente laureato ma solo il 51,7% delle famiglie in cui il titolo di studio più elevato è il la licenza media;

  • sono più connesse le famiglie in cui il capofamiglia è dirigente, imprenditore o libero professionista e quelle con il capofamiglia direttivo, quadro o impiegato: registrano la quota più elevata di connessioni a banda larga fissa (circa il 50%) e i valori più elevati nella combinazione di entrambe le tecnologie (circa il 20%);

  • le famiglie con capofamiglia operaio sono invece caratterizzate da valori più elevati per la sola banda larga mobile, che consente una riduzione del gap (28,6%).

  • le più connesse sono quelle in cui è presente almeno un minorenne: l’88,3% ha un collegamento a banda larga e usa esclusivamente ADSL, DSL, Fibra ottica, o una combinazione fisso/mobile;

  • le meno connesse sono le famiglie composte solo da ultrasessantacinquenni, fra queste solo il 18% dispone di una connessione a banda larga.

Anche la dimensione territoriale continua ad avere un peso se pensiamo che dati dell’indagine ISTAT emerge ancora nel 2015 una differenza di 12 punti percentuali per l’uso di Internet tra il Sud e il Nord-Est, che detiene il primato di area a maggior utilizzo. Emerge quindi, dall’indagine Istat, un’Italia nella quale i fattori che condizionano l’accesso o meno a Internet vedono ancora una forte disparità in ragione dell’appartenenza a una classe sociale e/o a un territorio e in cui la presenza di famiglie con figli è un potente acceleratore di connessione. Ciò è ancora più evidente ove si guardi all’uso che si fa di internet.

In particolare il 71% dichiara di usarla per fruire di contenuti culturali (streaming di film, ascolto di radio, video streaming in particolare su canali video come YouTube). Molto significativa anche la percentale di persone cha usano la rete in modo attivo per pubblicare contenuti di propria creazione (come testi, fotografie, musica, video, software, ecc.) pari al 32,1% che per i giovani tra i 18 e i 24 anni arriva al 50%. E anche sul piano della cosiddetta presenza social i numeri evidenziano un significativo effetto traino: il 56,1% ha creato un profilo utente, inviato messaggi o altro su Facebook o Twitter mentre l’80% dei 15-24enni utilizza un social network e, fra questi, sette su 10 vi partecipano quotidianamente (contro il 56,6% della media). Un dato interessante riguarda la diffusione territoriale ove l’uso dei social è meno diffuso al Nord (51,5% rispetto a 60% degli utenti residenti nel Centro e nel Mezzogiorno). Questi dati – e molti altri se ne potrebbero citare da altre analisi condotte a livello internazionale e nazionale – ci raccontano di una profondissima rivoluzione che nell’arco di pochi anni ha completamente trasformato il modo di fare e pensare globale. In successivi articoli analizzeremo l’impatto delle tecnologie digitali sulla produzione di beni e servizi mentre in questo ci soffermiamo su come a livello internazionale e nel nostro Paese la diffusione di tecnologie digitali sia diventata un fattore preminente della condizione umana. Le tecnologie digitali sono state associate generalmente a un processo positivo in grado di ampliare gli ambiti di libertà e di autonomia delle persone e di offrire loro maggiori opportunità di accesso al bene più considerato più rilevante delle economie contemporanee: l’altissima conoscenza tecnico-scientifica incorporata per lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Per cui lo stesso termine “divari” viene associato ancor meglio nella contrapposizione tra gli Have e gli Have NOT a chi possa accedere a tale opportunità. Le cose – come sempre – si stanno rivelando più complesse – sopratutto per gli impatti di natura cognitiva che tali tecnologie stanno producendo – ma sicuramente la disponibilità o meno di infrastrutture abilitanti di natura tecnologica e applicativa fanno la differenza in termini di sviluppo di produzioni qualificate e ad alto valore aggiunto. Quindi non si può che esprimere preoccupazione per una crescita sinora modesta dell’utilizzo di Internet, in Italia ancora insufficiente per raggiungere i livelli europei per ridurre il divario digitaleCosì come permane molto forte la differenza generazionale, ancora elevata quella sociale, si riduce a poco a poco quella territoriale e di genere che emerge soprattutto dopo i 55 anni. L’accesso in banda larga in mobilità diventa la modalità “standard” per l’accesso a contenuti e applicazioni. A fronte di tali situazioni vi sono 4 fondamentali azioni su cui spingere a fondo il pedale dell’acceleratore:

  • bruciare i tempi per lo sviluppo del Piano per la rete a banda ultralarga raggiungendo in anticipo gli obiettivi intermedi previsti per il 2018;

  • spingere per l’individuazione mirata di applicazioni a forte impatto massivo che permettano in particolare nell’interazione con il mondo pubblico di rendere più semplice l’accesso a servizi;

  • accelerare la realizzazione delle 35 azioni previste nel Piano nazionale per la scuola digitale promosso dal MIUR;

  • puntare a raggiungere con una formazione di base (molte positive esperienze si svolte sviluppate in questi anni sul territorio) per le persone a maggior rischio esclusione per età e condizione sociale.

Se entro la fine del 2017 buona parte di queste azioni saranno diventate realtà, potremo esserci messi abbastanza in pari con gli altri Paesi europei. Ma, soprattutto, avremo costruito un pezzo di presente futuro dell’Italia.


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