Diaro di Borgo. Ognuno ha la sua lapide ai caduti.

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Caduti nel Sacrario d'Oltremare di Bari

Una delle tante cose che accomuna moltissimi borghi italiani è sicuramente la presenza delle lapidi in memoria dei caduti in guerra. Di solito sono poste nella piazza principale del paese o sul muro di una chiesa, o a volte in un giardino pubblico a mo’ di monumento. Stanno lì, magari ignorate, fino a quando nelle ricorrenze ufficiali arriva l’autorità costituita spesso con al seguito una banda musicale, che intona l’Inno di Mameli e la famosa marcia del 24 Maggio, a fare da sottofondo alla deposizione di una corona d’alloro. Questo è il momento in cui i reduci del posto e le varie associazioni combattentistiche tirano fuori nostalgiche medaglie e berretti militari.

Questa è l’immagine che aveva della lapide ai caduti, posta sulla facciata della chiesa nella piazza del borgo, il protagonista di questa puntata del nostro diario. La piazza era il luogo del gioco da bambino, rappresentava il centro delle giornate di festa, per continuare poi da ragazzi nei pomeriggi estivi passati a chiacchierare e scherzare seduti sui muretti, che fanno tuttora da cornice alla piazza stessa. La lapide se ne stava lì, con quella cinquantina di nomi scritti con lettere di bronzo ormai ossidate dal tempo e dalle intemperie, testimone silenziosa. Il suo silenzio si interruppe un giorno d’estate quando la ragazza del nostro protagonista gli disse: vedi quella lapide? Lì c’è scritto il nome di mio nonno Francesco, morto nella seconda guerra mondiale, io sono la prima nipote e in sua memoria mi chiamo Francesca.Museobari4

Da allora quel pezzo di marmo non gli fu più tanto indifferente, lo guardava con curiosità e con la voglia di saperne di più. Effettivamente il soldato di fanteria Francesco lasciò orfani due bambini piccoli di 7 e 4 anni, di lui in famiglia solo sbiaditi ricordi di lacrime e sospiri della sua moglie rimasta in paese a crescere i suo pargoletti. Uniche tracce tangibili una sola foto e delle lettere scritte dal fronte, traboccanti del desiderio di riabbracciare la famiglia. Per tutti era perito durante una battaglia in Libia, nel porto di Tripoli, “guadagnandosi” una croce di guerra da parte dello Stato. Si erano tutti rassegnati al fatto che probabilmente fosse sepolto in chissà quale luogo libico, fino a quando al nostro protagonista non divenne forte il desiderio di fare una ricerca.

La motivazione principale fu quella di dare una risposta agli occhi lucidi dell’orfano di quel soldato Francesco, nel frattempo diventato suo suocero. Già, occhi che diventavano lucidi ogni volta che il pensiero lo riportava a quel suo padre mai conosciuto, alla tristezza di essere catalogato come “Orfano di Guerra” un marchio di sofferenza che ti accompagna fino alla fine dei tuoi giorni. Il tutto appesantito dal fatto di non avere una tomba dove portare un fiore.

La ricerca del nostro protagonista ha avuto i suoi frutti, infatti attraverso l’apposito Commissariato Generale di Onoranze ai Caduti del Ministero della Difesa, ha ottenuto il documento ufficiale che certifica l’annegamento di Francesco nelle acque del porto di Tripoli, dove era imbarcato su una nave logistica dell’Esercito Italiano, a causa di un’incursione aerea dei caccia bombardieri dell’aviazione inglese in un giorno di gennaio del 1942.

Nel leggere il documento oltre all’emozione nell’apprendere le sorti del povero Francesco, c’è stato anche un senso di profondo orgoglio nel constatare che la sua patria ne aveva avuto cura, veramente come si fa con un figlio in situazioni tragiche come la morte. Infatti dopo averne recuperato il corpo c’è stata la sepoltura in un cimitero cattolico di Tripoli, successivamente c’è stata la traslazione nel sacrario militare che fu realizzato dallo stato italiano sempre a Tripoli. Quando negli anni ’70 Gheddafi andò al potere il sacrario militare fu oggetto di atti vandalici, essendo considerato una testimonianza di uno stato invasore. A questo punto il Governo italiano decise di recuperare tutte le salme che vi erano sepolte e di trasferirle nel Sacrario Militare ai Caduti d’Oltremare, che si trova a Bari. In quel Sacrario, in un’urna distinta da una targa in ottone su cui sono incise le sue generalità, sono conservati i suoi poveri resti.SacrarioBari3

Nel momento in cui il protagonista della nostra storia ha potuto consegnare all’orfano di guerra, ormai quasi ottantenne, quel documento, i suoi occhi lucidi si sono trasformati in due piccole fontane da cui è sgorgato un pianto liberatorio. Si potrebbero definire lacrime lenitive per l’anima, addirittura di gioia, gioia nell’apprendere che i poveri resti di quel corpo che lo aveva generato avevano avuto il rispetto e le cure che sono dovute, in base ai nostri valori morali a chi viene strappato alla vita in modo così feroce, come può essere solo una guerra.

Abbiamo voluto raccontare questa semplice storia, simile a quella delle centinaia di migliaia di vittime di guerra in Italia, per dare un’ulteriore chiave di lettura di un tassello presente nella vita di ogni Borgo, ossia quella lapide ai caduti. Purtroppo in pochissimi conoscono il lavoro che è celato dietro a quelle sbiadite o ossidate lettere dei nomi dei caduti, un lavoro silenzioso, svolto dietro le quinte veramente per onorare e prendersi cura di chi ha avuto la sciagura di perdere la vita nel servire la patria.

Il nostro augurio è che le amministrazioni comunali sappiano andare oltre la retorica delle corone di alloro nelle ricorrenze, per far scoprire invece soprattutto alle nuove generazioni il significato di prendersi cura della memoria in modo concreto, come fa lo Stato con i resti dei caduti di tutte le guerre.

 


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