Diario di Borgo del giovedì. Tony l’americano, un turista speciale.

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Gentilissimi lettori del Diario di Borgo del giovedì, questa settimana vogliamo raccontarvi le emozioni e le sensazioni che si provano in occasione della visita di un emigrante al suo borgo d’origine, lasciato quando era bambino. La storia che leggerete è vera, le cose si svolsero proprio così.

In quella calda mattina di luglio del 1977 mi stavo godendo uno stupendo panorama.  Ero seduto sulle travi in legno del tetto della casa dei nonni paterni, che si stava ristrutturando; ero proprio sul punto più alto da dove lo sguardo dominava il borgo di Tussio. Sotto un cielo terso i contrafforti del massiccio del Gran Sasso facevano da cornice alla Piana di Navelli, dorata dai campi di grano ormai maturo. Che magnifica policromia con il rosso dei tetti che sotto il mio sguardo scendevano fino alle parti più basse del paese. Al silenzio e a quella sensazione di pace faceva di tanto in tanto da sottofondo l’abbaiare di qualche cane che, trotterellando, rincorreva il padrone nei sentieri verso i campi. tussio_estate

Erano circa le 11 quando  si avvertì in lontananza l’eco del motore di una autovettura che sbuffava sulla ripida strada di accesso al paese, rumore sempre più stridente con quel silenzio paradisiaco, mentre si avvicinava alla meta. Fu allora che mio padre, notando che si trattava di un taxi dall’inconfondibile colore giallo, esclamò “è lui! Tony, me lo aveva scritto!” Fu tanta l’emozione nell’accogliere quel signore che io conoscevo solo dai racconti di parenti emigrati verso gli Stati Uniti, oltre che leggendo le sue lettere che inviava periodicamente. Era visibilmente emozionato insieme alla sua signora di origine irlandese, ma bastarono i sorrisi di mio padre e mia madre sull’uscio di casa perché l’emozione si sciogliesse in un fraterno abbraccio.

Quello che agli occhi di un ragazzo di diciassette anni, quale io ero, apparve come un turista speciale si chiamava Antonio Giordani ed era un cugino di mio padre. Da sempre però, per i parenti lui era Tony l’americano. Allora aveva sessanta anni Tony ed era partito per gli Stati Uniti insieme ai suoi genitori quando ne aveva nove, poverissimi come la quasi totalità della popolazione di quei luoghi nei primi decenni del ‘900. Familiarizzammo subito, era intelligente e ironico e fu così che mi nominò seduta stante sua guida personale. Ci disse che aveva deciso di trascorrere al suo paese natio quella settimana per festeggiare il sessantesimo compleanno e i trentacinque anni di matrimonio.

Come prima tappa quel pomeriggio decidemmo di far visita alla chiesa del paese. Così giungemmo nella vicina piazza e mentre aspettavamo il parroco che ci aprisse la chiesa vidi che Tony aveva il  viso  teso,  l’espressione pensosa. Quando il parroco ci aprì la chiesa entrammo in una penombra austera, che faceva solo intravedere la  bellezza  e la sobrietà  del luogo, in parte ricostruito dopo i danneggiamenti della 2° guerra mondiale. Tony l’americano si guardava intorno ed avanzava con passo calmo, prudente, quasi nel timore di calpestare qualcosa di prezioso!  Lo sguardo vigile di chi ha paura che qualche particolare gli possa sfuggire.  Camminava al centro della chiesa, tra le file dei banchi quando a un tratto si fermò e, fissando lo sguardo sull’angolo a sinistra dell’altare, esclamò: “Là, in quel posto, ci mettevamo con mia nonna ogni pomeriggio per la recita del Rosario, ai Vespri”.  In quello stesso punto s’inginocchiò e con gli occhi lucidi dal ricordo  recitò alcune preghiere. Rimase così per qualche minuto in raccoglimento, poi lasciò un’offerta al parroco che prese l’impegno di celebrare una S. Messa per i suoi defunti ed uscimmo fuori.

la chiesa di Tussio
la chiesa di Tussio

Nella piazza c’era lo stesso sole di prima ma il viso di Tony ora appariva trasformato, disteso, come quello di uno studente che ha appena superato un difficile esame. La sua espressione di gioia faceva pensare a qualcuno felice nel ritrovare un oggetto familiare, di valore, che si credeva smarrito per sempre.  Fu allora che mi disse una frase che non dimenticherò mai “io questi posti li riconosco, è come se da qualche parte c’è un’anima che mi aspetta”.

Felice di essere la guida ufficiale di Tony l’americano, andai a letto quella sera euforico nel pensare al giorno dopo. Mio padre aveva organizzato infatti, per la mattina seguente la visita alla sua casa natale e io morivo dalla curiosità nell’immaginare le scene che ci si potevano parare davanti e, soprattutto, la reazione di Tony nel rimettere piede nei luoghi che lo avevano visto muovere i primi passi.

Già dalle otto Tony era impaziente e attendeva che ci incamminassimo. Aveva un passo deciso e lesto mentre scendevamo per le ripide vie, nel percorso tra casa nostra e la casa dove lui era nato. Da quando era arrivato non aveva fatto altro che osservare, con sguardo intenso, tutto ciò che lo circondava, mentre facevo queste riflessioni mi accorsi che eravamo giunti alla nostra meta. Tony guardò l’orologio come se avesse un appuntamento importante. Alcune persone anziane nella vicina piazzetta lo guardarono con curiosità; sento ancora il loro bisbiglio “quissu è ‘n american” (quello è un americano). Tipico infatti era il suo abbigliamento per la moda dei tempi: pantalone a quadri stretto in vita, camicia dal collo ampio sbottonata, grandi occhiali da sole e macchina fotografica al collo.

Ad attenderci il fabbro del paese con mio padre, che si misero subito ad armeggiare per spezzare la robusta catena che teneva chiusa la vecchia porta di legno del fabbricato. Nel giro di qualche minuto entrammo in quella che era la cucina, forte era il contrasto tra l’accecante luminosità dell’esterno ed il buio di quegli ambienti inviolati per così tanti anni. Mio padre aprì la piccola finestra e ricordo l’immagine di una luce che faceva fatica a squarciare quel buio, quasi per pudore di interrompere una pace assoluta. Man a mano che la luce si impadronì di quegli ambienti polverosi e umili mi venne agli occhi la figura del piccolo caminetto, annerito dai tanti focolari vissuti, ai lati del quale c’erano ancora sistemate due sedie quasi come se qualcuno vi si fosse appena alzato. Tony non riuscì a resistere alla tentazione di sedersi su una di quelle polverose sedie, come se volesse rivedere quella stanza con la stessa prospettiva di quando era bambino. Magari quando la sera giocava sulle ginocchia della nonna seduta accanto che sferruzzava la lana per confezionare calze o sciarpe per la famiglia.

Casa di Tony l'americano
Casa di Tony l’americano

Passato qualche minuto si alzò di scatto e salimmo per la ripida scala in legno due piani più su, in quella che era stata la camera da letto dove dormiva da bambino con i genitori. Fu lui ad aprire la finestra e guardò quasi con estasi il panorama di quel cielo di un azzurro intenso, quasi blu,  che metteva in risalto tutta la maestosità del massiccio del Gran Sasso, la cui sagoma nelle stellate notti estive, soprattutto con la luna piena, assume il profilo di una donna sdraiata: “la bella addormentata” come la chiamavano i vecchi del paese. Sulle povere assi in legno del letto c’era ancora quello che le famiglie di ceto povero chiamavano a quei tempi materasso, ossia un sacco di tessuto grezzo riempito di foglie di granturco essiccate. Tony aprì il cassetto di un malandato comò che conteneva solo qualche straccio, ma lui si mise a rovistare lo stesso. Fu grande la sorpresa quando, avvolto in una consunta e tarlata pezza trovò un quaderno. Era un quaderno di quelli che si usavano una volta, con la copertina nera ed i bordi dei fogli rossi. Da non credere, in quel quaderno c’era annotata in alcune pagine una lista di biancheria e oggetti personali. Sì! Era proprio la lista scritta dalla nonna di tutto ciò che era stato messo nel baule usato dai genitori quando partirono con lui verso l’America. Tutto lì, erano bastate poche pagine e per di più scritte con caratteri molto grandi per racchiudere tutto il loro bagaglio.

Il tipico baule primi 900
Il tipico baule primi 900

Tony fissò quella lista con commozione. Ci disse che quel baule lo ricordava ancora bene, era di colore verde con le borchie dorate. Alla partenza dal porto di Napoli, sulla banchina in attesa dell’imbarco, quel baule conteneva poche misere cose ma il suo cuore e quello dei genitori era stracolmo di desideri, sogni, speranze e tanta ansia. Nel tornare, invece, sull’aereo il cuore di Tony era traboccante di ricordi, emozioni, amore e gratitudine per chi gli aveva consentito di vivere la meravigliosa avventura della sua vita. In quei pochi minuti rivide scorrere davanti ai suoi occhi i fotogrammi di tutta la sua esistenza. Fu come se avesse chiuso il cerchio. Da quelle stanze era partito con il baùle verde dalle borchie dorate e li era tornato! Alla sua casa natia come se fosse il grembo materno.

 


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