Diario di Borgo del giovedì. Chi prima non pensa, dopo sospira.

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Pacentro (AQ)

Cari lettori del Diario di Borgo del giovedì, dopo avervi proposto il 9 marzo l’istantanea di un piccolo borgo (Le 91 anime di Tussio) e giovedì scorso le riflessioni su terremoti e piccole comunità (I terremoti e i borghi), oggi sottoponiamo alla vostra attenzione le impressioni e considerazioni di una giovane professionista aquilana, Eleonora Marchini, sul rapporto con il Borgo di origine. Eleonora è una giovane mamma non ancora quarantenne che ha una grandissima passione per la scrittura, è infatti una collaboratrice del quotidiano online Abruzzo Web (www.abruzzoweb.it), sito di notizie che gode di un ottimo seguito.

La nostra protagonista è inseparabile dal suo notebook che ha sempre con se in borsa, infatti vi può capitare di vederla intenta a digitare idee o consultare notizie magari al tavolo di un bar, tra un cappuccino e un cornetto alla marmellata. Proprio in un bar a colazione abbiamo incontrato Eleonora e gli abbiamo chiesto:

Sappiamo che hai una esperienza quasi ventennale nel mondo dell’informatica e una buona padronanza di tre lingue straniere, ma allo stesso tempo sei sensibile verso i temi della memoria e delle radici familiari. Parlaci quindi del legame con il borgo dei tuoi nonni, Pacentro.

Torno spesso al mio paese d’origine, Pacentro, vicino Sulmona, non troppo distante dall’Aquila, città in cui vivo da ormai 19 anni. Ogni volta è un tornare per la prima volta, emozione unica di rivedere posti e luoghi cari e un tempo parte della vita di tutti i giorni. È una sorta di malinconia che sale già nel vedere, in lontananza, la sagoma nota delle case e del campanile, percorrendo le curve tortuose e ripide della strada vecchia che da L’Aquila porta in Valle Peligna, passando per le gole di Popoli. Man mano che la distanza si assottiglia, il cuore si riempie di tranquilla serenità, i muscoli si distendono, i sensi si rilassano e si allertano, pronti a percepire odori, suoni, luci, colori e immagini. Ed è proprio in questi istanti che abbasso, specie d’estate, il finestrino: per cogliere quegli odori, indovinare il profumo intenso della mentuccia e della resina dei pini.

È bello tornare: non mi preoccupo di riaprire costantemente la ferita per un nuovo abbandono, una nuova ripartenza. Ne vale sempre la pena. È bello tornare, nonostante ogni volta una parte di me resti a vagare tra i vicoli stretti, tra le pinete silenziose e odorose, tra i volti senza età dei vecchi del paese. L’aver vissuto in posti diversi ha solo arricchito il baule dei ricordi. Nei miei sogni ricorrenti, però, c’è sempre questo angolo di mondo così vicino eppure così distante dal fragore e dalla frenesia della vita moderna.

Pacentro è un comune che negli ultimi anni soffre, come molti borghi abruzzesi, di dissesti e danni dovuti anche agli eventi sismici sia nel borgo antico che nella viabilità, con conseguenze negative sulla sua economia basata sul turismo, attività agricola e artigianato. Quali sono le tue riflessioni.  

Da quella maledetta notte del 6 aprile 2009 del Terremoto a L’Aquila che tutto ha cambiato, quei luoghi mi sono ancora più cari perché fino ad oggi ancora risparmiati dalla distruzione della furia di una natura tradita dall’uomo e incurante di essa. Proprio per questo pensiero continuo e incessante di ciò che potrebbe accadere e di quanto andrebbe perso non soltanto per me, goccia di acqua in un oceano di persone, scrivo dell’amore per la mia terra che non è al sicuro. Direi forse ancor più in pericolo di quanto non siano oggi L’Aquila o Montereale o La Calabria o L’Emilia, solo per citare luoghi recentemente colpiti da devastanti terremoti. 

Eleonora Marchini
Eleonora Marchini

In questi anni abbiamo assistito a roboanti processi alle intenzioni, i fatti hanno però stabilito (come se ce ne fosse bisogno) che con i terremoti si deve andare cauti, che nessuno può essere tranquillizzato stante una perenne spada di Damocle sulle nostre teste. Per il mio punto di vista, insignificante-personalissimo-singolo, è stato un cercare colpevoli di errori di tutti. Giustizia per morti che non torneranno comunque, per dolori che non saranno meno intensi, ora che la colpa è di qualcuno. Indietro non si torna. Se qualcosa deve insegnarci tutta questa triste vicenda è il non ripetere gli stessi sbagli, abitudine purtroppo largamente diffusa. Siamo un popolo di pigri e imborghesiti che “prima non pensano e dopo sospirano”.

Imparare dagli errori quindi? Facci degli esempi

Imparare dagli errori di quegli aquilani che continuano a litigare per spartirsi torta e briciole e pure la carta delle “pastarelle” mentre la città prova a risorgere dopo aver lottato in un’agonia lenta, uno stillicidio di forze, anime, cuori e pensieri, per inseguire quel punto di luce alla fine del buio. Dagli errori di quegli aquilani che non hanno la forza di lottare per far rivivere la loro città e si coprono gli occhi, perché gli occhi non sono fatti per non guardare ma ci vuole pure coraggio a guardare le cose e ad affrontarle perché cambino e la normalità, che a sprazzi si vede in città, sempre di più, sia finalmente la normalità che tutti sognano. Dagli errori di quegli aquilani, infine, che hanno scelto di andarsene, per sopravvivere. Se scegliere di sopravvivere, si può chiamare errore. E ora la loro città la sognano, la ricordano, bella com’era pur con tutte le sue manchevolezze e imperfezioni. Bella come sarà, sperando che non resti solo una bellissima scatola vuota di anime.

Nel tuo immediato futuro c’è l’intenzione di scrivere e occuparti di progetti e attività culturali proprio a favore delle realtà di borghi come il tuo Pacentro, cosa scriveresti ai tuoi compaesani? 

Per questo, per non sospirare e piangere e dire “avremmo potuto… avremmo dovuto… se avessimo fatto, detto, pensato, agito…” vorrei, in una lettera immaginaria ai miei compaesani, chiedere loro se da qualche parte negli animi un po’ di amore per questa terra è rimasto. Amore per la storia, per chi ha vissuto questi luoghi e ne ha tramandato gli usi e la memoria nei piccoli gesti e nelle tradizioni che si rinnovano, per quelle Torri che per centinaia di anni hanno vigilato sulla vallata e hanno protetto il paese dalle incursioni dei briganti, per il Girone, Il Cinematografo, Il Campanile, La Madonnina, La Villa, Il Convento, Il Colle, La via Di Sotto, La Pietra Spaccata, tutto! Per tutto questo bisogna osservarlo, questo paesello arroccato, con occhi diversi, così come dovrebbe fare ciascuno con il proprio borgo del cuore.

Guardare le fessure nelle case, le crepe sul campanile e nella chiesa parrocchiale, cogliere i segnali di un abbandono cui si può ancora porre rimedio. Ognuno dovrebbe farlo per se stesso e per la propria comunità, nel ritrovare il senso di appartenenza a luoghi e persone. Per i figli, per i nipoti. Per i bambini. Perché non conoscano mai il dolore, il male che nasce dall’essere impreparati di fronte alla furia della natura. Perché non soffrano mai per le ferite di corpo e anima che ne conseguono. Perché, anche se la vita non è rose e fiori e non si può tenerli sotto una campana di vetro, almeno possiamo fare in modo che siano pronti ad affrontarla con coraggio.

Ecco, io scriverei una lettera al mio paesello e ognuno dovrebbe scriverla al proprio, per dire queste quattro cose in fila. Perché Chi Prima Non Pensa, Dopo Sospira.

 


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