Dialoghi meridionali, il “calcio d’inizio”

L'autore scriverà un articolo il primo lunedì del mese; disponibile a leggere e a rispondere alle sollecitazioni, di qualsiasi tipo, dei lettori.

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di Massimo Calise

Tocca a me dare inizio, il  “calcio d’inizio” così lo abbiamo definito con gioiosa serietà, alla rubrica “Dialoghi meridionali”; una iniziativa nella quale sono stato coinvolto, con mio piacere, dagli amici di Polis-SA Magazine. Il titolo della rubrica ne indica sia la finalità sia il metodo che si intende adottare. In sintesi, si vuole discutere dei problemi del meridione istaurando un dialogo fra cittadini che sarà tanto più proficuo quanto più vivacemente alimentato.

L’idea nasce da una considerazione semplice ma, credo, innegabile: la “quistione” non si affronta, ne tantomeno risolve, rimuovendola. E quello che accade da alcuni decenni con la cancellazione del meridione dalla agenda politica e non solo. Infatti essa è assente anche dibattito pubblico, nei discorsi dei meridionali; e ciò, a mio avviso, nasconde un male insidioso che si chiama rassegnazione. Un male antico che ha contraddistinto la nostra storia come ci ricorda Carlo Levi: “Che cosa fare dunque nelle presenti condizioni? — Niente,giustino-fortunato — diceva Orlando con la sua profonda tristezza meridionale, ripetendo la stessa sconsolata parola del migliore e più umano pensatore di questa terra, Giustino Fortunato, che amava chiamarsi « il politico del niente »” (*).

È un affidarsi alla sciòrta (sorte). Ma reagire al fatalismo significa anche dare una risposta alla domanda se lo sviluppo del sud debba avere una spinta esogena o endogena. Credo sia ragionevole affermare che da soli non si va da nessuna parte: il sud ha bisogno dell’Italia  e dell’Europa, e viceversa. Tuttavia senza un protagonismo endogeno che faccia leva ed esalti il capitale umano esistente non sarà possibile avviare un duraturo sviluppo socio-economico.

Purtroppo la nostra antica apatia si somma ad un clima di disaffezione diffusa, in Italia e non solo, nei confronti della politica che ha avuto inizio, pressappoco, agli inizi degli anni novanta; un atteggiamento, a mio avviso, autolesionistico che già fa intravedere i suoi frutti amari.

Noi meridionali, più di altri, non possiamo permettercelo.

Insomma la rassegnazione come malattia da combattere serrando le fila e ricreando un forte movimento di opinione.

Creare o ricreare questa consapevolezza è l’obiettivo di questa rubrica. Che l’argomento non sia riservato a benemeriti accademici, a pochi ed inascoltati politici ma che viva fra i cittadini come presupposto di un concreto impegno collettivo.

Per me parlare della questione meridionale significa parlare del futuro dei giovani italiani.

È oggi utile parlarne? La mia risposta è scontata ma saranno i lettori a sancirne, eventualmente, la giustezza.

Per parlarne proficuamente sarà necessario evidenziare i dati che contraddistinguono il persistente divario nord-sud e le radici storiche dello stesso.

Dovremo chiederci quale futuro possiamo immaginare, se è possibile condividere una visione, una idea di futuro per i nostri territori e, infine, interrogarci se le eventuali iniziative in campo possano confortare le nostre aspettative.

Molte sono le domande e i dubbi ma, chiaramente, l’obiettivo non è stilare ricette ma bensì giungere ad una informata consapevolezza collettiva che prema affinché siano superate tutte le inerzie, soprattutto quelle politiche.

Solo questa volontà di rinascita rappresenta il perimetro ampio di questo spazio dove chi ha scritto queste righe si impegna a scrivere il proprio contributo con cadenza mensile.

Basterà? Certamente no e non solo per la modestia dell’autore. È solo il punto di partenza; il calcio d’inizio, appunto. Un calcio d’inizio virtuale, un po’ anomalo, visto che tanti giocatori sono ancora in panchina e molti devono ancora giungere allo stadio.

Io vi aspetto tutti, in campo.

Massimo Calise

 

(*) “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi – Oscar Mondadori pag.158

 


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