Berlusconi – Renzi: cronache di relazioni pericolose

La politica italiana come non l'avete mai letta

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In ogni matrimonio che si rispetti vi è sempre un momento di crisi. Basta un periodo di difficoltà più o meno grave per mettere in discussione tutto: anni di vita insieme, vacanze, Natali, Pasque, estati dai suoi. Tutto.  La crisi del settimo anno, la chiamano, eppure può capitare anche prima. In questo tempo difficile l’economia della famiglia mette a dura prova le unioni anche le più solide: lo stipendio, le spese, il dentista per il maschietto e la danza per la femminuccia. Esigenze e estenuanti assensi. Negazioni, privazioni e così boom la coppia scoppia o rischia di scoppiare sotto il macigno delle necessità e dei doveri. Ma una crisi di coppia non capita solo alle coppie sposate. Basti pensare a quei fidanzamenti lunghi ed estenuanti che ci si stanca solo a raccontare da quanto tempo si sta insieme. Lunghi, lunghissimi. Autostrade infinite di relazioni più o meno sincere tra persone che lottano per stare insieme perché poi “le famiglie sono coinvolte” e quindi se si può chiudere un occhio…! Eppure anche le coppie più stacanoviste possono attraversare uno di questi momenti da copie sposate. Momenti di dissesto personale che si riversa inevitabilmente sulla coppia. Chi vuole andare avanti e chi, invece, vuole continuare a stare un passo indietro perché l’amore può correre mentre noi possiamo aspettare, poi non si sa cosa. L’esempio calzante è quello di Matteo e Silvio; la loro è metafora di un amore costruito e buttato giù. Gelosie, tradimenti, facce contrarie e contrari pensieri. Una crisi del settimo mese oppure una vera e propria rottura? L’amato può stare senza la persona amata? E se sì, per quanto tempo?

renzi-e-berlusconiTutto è cominciato quando un giorno il giovane fiorentino Matteo Renzi, avvezzo a linguaggi più o meno poetici e a frasi fascinose, dopo aver vinto le primarie del Partito Democratico ed esserne diventato segretario, invitò a casa sua il vecchio di provincia, e che provincia: Milano. Il vecchio in questione era Silvio Berlusconi. D’ora in poi saranno semplicemente Silvio e Matteo. Dicevamo, dopo aver preso il potere, il fiorentino indicò come punti cardine del suo programma la modifica del Senato e la legge elettorale. Ciò che serviva era un partner con cui condividere queste aspirazioni e sotto il motto “le riforme vanno condivise!” chiamò tutti ma solo Silvio accettò. Il luogo deputato all’incontro fu il Largo del Nazareno a Roma sede del PD. nzarenoEra il 16 gennaio 2014 quando Matteo, durante una intervista alle Invasioni barbariche con Daria Bignardi, annuncia la data dell’incontro, di lì a due giorni. Silvio accettò non senza reticenze dei vari ed eventuali Brunetta e Santanchè, gente di famiglia che più o meno sapevano come sarebbero andate le cose e temevano uno scacco matto. Forse non pensavano proprio ad uno scacco matto ma comunque per loro c’era puzza di bruciato. Dall’altra parte a casa di Matteo accettarono mal volentieri l’incontro. Mal di pancia e coliche renali per un appuntamento, il primo, che doveva siglare un patto, del Nazareno appunto, di cui non si sa tutto o forse è proprio tutto quello che sappiamo. Al primissimo incontro si sa non si va mai da soli, era sì un primo appuntamento ma un pericoloso primo appuntamento; e così Matteo portò con sé Lorenzo (Guerini) e Silvio il fedelissimo amico Gianni (Letta). Matrimonio, scambio di fedi, firme, banchetto nuziale ma senza viaggio di nozze. Troppa fretta. Lo scopo del matrimonio era più importante della prima notte di nozze. Il bene dell’Italia. Le riforme per l’Italia, il Senato nuovo per l’Italia, la legge elettorale per l’Italia. Un amore per l’Italia, un amore nato per il bene del prossimo e non delle e tra le parti, un amore casto e pudico in cui nessuno pretendeva la luna dall’altro se non considerazione e rispetto dello stesso. Nella metafora: compleanni ed onomastici, Ferragosto e Capodanno per conto proprio ma Natale e Pasqua insieme. Le feste comandate insomma, quelle sacre a cui non ci si poteva sottrarre andavano trascorse, dunque, insieme al caldo del cammino con una fetta di panettone, rigorosamente di Milano e nella condivisione di una bella fetta di colomba.

Fuori metafora le feste comandate sarebbero il Senato con il superamento del bicameralismo perfetto, la modifica del titolo V della Costituzione e la modifica della legge elettorale. Vennero discusse solo le linee guida come a dire “per mettersi d’accordo sui punti c’è tempo”. La legge elettorale fino a quel punto era nota semplicemente come Porcellum, nome di battesimo dato dallo stesso ideatore Carderoli. Un atto di assoluta roberto-calderoligenialità: partorire una legge elettorale e chiamarla Porcellum. Come se una mamma dopo aver partorito il proprio figlio lo abbandonasse solo perché è brutto, dopo averlo chiamato Brutto di nome. Sta di fatto che la Corte costituzionale il 15 gennaio 2014 aveva dichiarato la legge incostituzionale per cui la nuova legge era necessaria. In ossequio al principio secondo cui questo matrimonio era e sarebbe stato solo e soltanto per il famoso bene dell’Italia, la legge nuova fu chiamata Italicum. Davanti ai testimoni si firmò un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza del 15% nel caso una delle coalizioni avesse superato il 35% dei consensi, con vincolo massimo al 55%. Se nessuno avesse raggiunto la soglia del 35%, si sarebbe dovuto effettuare un turno di ballottaggio fra le due coalizioni più votate, per assegnare un bonus che consentisse alla coalizione vincente di superare il 50% dei seggi alla Camera. A questo si aggiungevano due soglie di sbarramento per l’ingresso in parlamento: al 5% per i partiti in coalizione, e all’8% per le forze che si presentano da sole. I collegi elettorali in questa prima stesura risultavano plurinominali medio-piccoli, in cui ogni partito presenta liste di tre-sei candidati. Non era prevista la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente quale politico votare. Tutto per il rigorosissimo e nobilissimo bene dell’Italia. Se la legge elettorale è stata subito oggetto di discussione per il resto delle riforme si è aspettato qualche mese. Sta di fatto che il primo incontro non piacque a tutti. Infatti, come in tutte le famiglie che si rispettino non tutti sono sempre d’accordo.

Dopo il primo appuntamento, Matteo torna a casa e rende partecipi i suoi di quanto stabilito. L’assemblea nazionale del PD il 20 gennaio approva il matrimonio con 111 voti a favore, 0 contrari e 34 astenuti; insomma, nella metafora Gianni (Cuperlo), Giuseppe detto Pippo (Civati) e Pieluigi (Bersani) non erano d’accordo su come organizzare questo Natale e nonostante i vari tentativi di Deborah (Serracchiani) e di Maria Elena (Boschi) di riunire tutti intorno ad un tavolo per parlarne e per trovare una mediazione, dovette intervenire Matteo, sedare le discussioni e dire: “Natale e Pasqua si trascorreranno con Silvio e famiglia, questo è quanto!”. Padre autorevole ed autoritario che lasciva spazio alle parole ma poi le giudicava chiacchiere su cui poter sorvolare. Non che da Silvio le cose andassero meglio. Fitto e company non erano d’accordo, troppe concessioni all’altra parte. Come a dire che loro potevano scegliere tutto il menù e lorofitto potevano solo cambiare i contorni del pranzo di Natale. Troppo poco per chi si era seduto al tavolo del Nazzareno per trascorrere una parte di vita insieme. Silvio faceva chiacchierare ma poi sceglieva in prima persona, dopotutto a Matteo la tecnica l’aveva insegnata lui! Incontri vari ed eventuali finiti più o meno bene con malumori più o meno estesi tanto poi Silvio e Matteo sceglievano sempre. Nonostante tutto per sedare i malumori, entrambi si sentirono una sera per telefono e così modificarono la legge, per quanto possibile. La soglia di accesso al premio di maggioranza passò dal 35% al 37%, mentre la soglia di sbarramento per i partiti in coalizione scese al 4,5%. La legge così formulata è stata fu approvata a Palazzo Montecitorio il 12 marzo con 365 voti favorevoli, 156 contrari e 40 astenuti. Il matrimonio proseguiva ma le discussioni erano all’ordine del giorno come, ad esempio quando si parò del superamento del bicameralismo perfetto e alla modifica del titolo V che regola il rapporto Stato-Regioni. Palazzo Chigi, 14 aprile 2014, Silvio e Matteo si rincontrarono e la proposta di legge fu modificata: riduzione del numero dei senatori, da 315 a 100. Questi non sarebbero stati più eletti direttamente, bensì nominati dai consigli regionali e comprenderanno 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. Meno poteri al Senato, infatti  non avrebbero potuto più votare la fiducia ai governi in carica, ma avrebbero continuato, invece, a votare le riforme e leggi costituzionali, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali degli enti locali, diritto di famiglia, matrimonio e salute nonché ratifiche dei trattati internazionali, Inoltre potrebbe avere un ruolo consultivo sulle leggi presentate alla Camera e sulla legge di bilancio, proponendo delle modifiche che dovranno poi essere votate da Palazzo Montecitorio. Viene modificato anche il titolo V con la distinzione delle competenze dello Stato da quelle delle regioni. Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva, decidendo cosa lasciare alle regioni. Questo è quanto. Questo basta perché il matrimonio vada avanti.

Effettivamente mai una scappatella, un messaggino di troppo con uno o l’altro, sempre rigorosamente amore, platonico ma pur sempre amore. All’opinione pubblica, a quanti guardavano tutto dal di fuori senza poter intervenire nel merito sembrava un gigantesco do ut des. Era chiaro il do ma non l’ut des. Era chiaro che vi dovevano essere dei compromessi. Tu metti le liste bloccate ed io ti concedo una percentuale più o meno bassa per entrare al governo, tu mi dai questo ed in cambio io aggiusto la questione senatori. Va così in ogni coppia. Se tu mi dai un’anta dell’armadio io ti do un ripiano di scarpiera in più, se tu ami il dentifricio di una cerca marca va bene però le tazze nel lavandino non vanno assolutamente lasciate. Nelle coppie si fa così, un do ut des. Tra Matteo e Silvio si aveva paura proprio di questo: cosa si sarebbe ceduto per avere un’altra cosa e poi soprattutto la cosa ceduta valeva almeno quanto la cosa ricevuta? Era questo scambio che appariva poco chiaro e pericoloso ai più perché se i matrimoni politici sono sempre stati pericolosi questo lo era di più. Di solito se l’amore non va per il bene dei figli si sceglie la strada della separazione, traumatica di sicuro eppure è l’unica strada da intraprendere. Nel caso di Matteo e Silvio la separazione, semmai ci fosse stata, sarebbe stata un gigantesco punto interrogativo. Nei matrimoni siglati per il bene di una Nazione una delle parti esce per forza devastata. Chi ne sarebbe uscito così? Matteo, appena arrivato a Roma e voglioso di cambiare le cose, oppure Silvio, vecchia volpe, volpe sì ma pur sempre vecchia? Si sa quando in una relazione la differenza di età è notevole, non è facile trovare la quadra.

Sta di fatto che il rapporto va avanti. Tutti vivono in un unico Parco ma in ale diverse: Matteo negli appartamenti di sinistra o pseudo tali e Silvio negli appartamenti di destra. La famiglia di Matteo è ormai divisa: nessuno lascia la casa paterna ma è come se fossero separati in casa, con una soffitta completamente dissidente e la tavernetta critica ma partecipe della partita. Da Silvio le cose sembravano andare meglio. Vi era solo un gruppo rifugiato nel capanno degli attrezzi che cercava un modo per convincere Silvio a lasciare stare il patto, invano. Tutto più o meno salvo fino alla svolta: l’elezione dell’amministratore del Parco in cui vivevano. Fuori metafora, l’elezione del Capo dello Stato è diventato il pretesto buono per rompere tutto o Fedeli e Boldrini annunciano l'elezione a Sergio Mattarellaforse per non rompere nulla. Matteo ha rivendicato una certa autonomia in questa materia, Silvio un alto tradimento del fiorentino furbetto che tutto doveva fare tranne scegliere solo con la sua parte un nome adatto a ricoprire una carica così importante. Se da un lato Matteo sicuro di proporre il proprio nome, con questo gesto ha riunito la casa con affittuari annessi e connessi, Silvio ha spaccato in due la sua. Pro e contro il patto del Nazzareno. Divisi tra chi sostiene di aver sempre creduto alla bufala del patto, chi dice semplicemente “te lo avevo detto!”, e chi vuole svincolarsi completamente cogliendo l’occasione per divorziare. Matteo dal canto suo ha ottenuto che tutti mangino di nuovo intorno allo stesso tavolo anche se la mansarda e la tavernetta non sono state completamente sgomberate perché se Matteo avesse deciso di ritornare da Silvio mosso dal troppo amore, ebbene le divisioni si sarebbero ristabilite. Niki (Vendola) contento di quanto accaduto: a lui il matrimonio non era mai andato giù. Per Matteo avrebbe preferito qualcun altro, di moralità migliore; il fiorentino, invece aveva ceduto al fascino dell’antico, dello stantio e per lui, Niki, era impossibile dare il consenso a tutto questo. All’ultima scheda scrutinata e all’elezione certa del nuovo Capo dello Stato, Sergio (Mattarella), a casa Renzi calici e prosecchi mentre da Silvio si consumava il disastro di una matrimonio in pezzi, rotto, sfasciato dal fiorentino che aveva deciso di fare tutto da solo scegliendo da solo con la sua parte Mattarella. Nella metafora è come se l’amministratore del Parco fosse stato oggetto di una riunione segreta tra Matteo e gli inquilini dei suoi appartamenti senza interpellare gli inquilini degli appartamenti di destra. Insulti, beffe, colpi di mano, tradimento alto, matrimonio finito. Ognuno a casa sua con la propria gente. “Che se le faccia con i suoi le riforme”, tuona Silvio dal balcone, e Matteo risponde dal terrazzo che mai aveva incluso, all’atto del matrimonio, anche l’amministratore del Parco, fuori metafora del Capo dello Stato. Cronache di un matrimonio finito, di piatti buttati dalla finestra, di coltelli che hanno cominciato a vagare tra le stanze, notti insonni e lunghe telefonate di riappacificazione finchè Matteo non disse ai suoi che la vita sarebbe andata avanti anche senza il milanese. Silvio si ritirò nelle segrete stanze, nei segreti pensieri dei segreti dubbi e lasciò i sui litigare finchè non avrebbe meditato sul da farsi. Ed ora sono così: Matteo da un lato e Silvio dall’altra, sullo sfondo l’Italicum, la modifica del titolo V della Costituzione e il superamento del bicameralismo perfetto. Sedute fiume alla Camera e al Senato con contorno di speranze e desideri degli italiani. C’era da aspettarselo: la differenza di età e poi non si sceglie mai di vivere con le suocere. Meglio vivere da soli, due cuori e una capanna.


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