Cristina Bellon: “Con l’uomo che non sono racconto le fragilità umane”

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Gianni Celati, nel suo “Quattro novelle sulle apparenze” (1987), analizzava la perdita di coscienza identitaria dell’essere umano inteso come essere sociale in seguito ad un evento inaspettato quanto traumatico. Potrebbe essere questo la scia letteraria che Cristina Bellon, scrittrice e collaboratrice di diverse testate tra cui La Stampa e Panorama, percorre nel suo ultimo titolo “L’uomo che non sono” (Cairo, 2017). Un uomo di fronte ad un bivio la cui esistenza è sconvolta da un evento tragico che rompe la sua vita molle e ripetitiva ed a intraprendere un nuovo percorso in cui mai si riconoscerà.

Giovanni Tosi, il protagonista, “è un uomo fragile, un inetto della tradizione dei personaggi del primo Novecento, un uomo che cavalca l’onda del modello sociale che vuole ognuno di noi dietro una maschera di imperfezione e di impeccabilità”. Il personaggio di Tosi non muta e non cresce, rendendo così il romanzo della Bellon un romanzo di “sformazione”.

Al termine di questa ricerca il protagonista giunge a cambiare la propria residenza passando da Milano ad un paese dell’Azerbaigian ma anche in quel luogo-non luogo egli, convinto che mutare il suo appartenere geografico porti automaticamente ad una automatica presa di coscienza, si sente perseguitato dall’inquietitudine. “E’ un’Odissea senza un arrivo – afferma l’autrice – nell’animo del mio protagonista convivono ansia e vuoto perchè in lui non vi è alcuna progettazione di vita, non riesce a provare neanche quel “brivido durante la corsa” che già Giorgio Faletti aveva descritto”.

Al termine di questo ossessiva ricerca, il personaggio di Giovanni Tosi ritrova se stesso ma lo ritrova ad un prezzo troppo alto per la sua indole sconnessa: si accorge che anche nella società della bellezza apparente e della società perfetta esiste un’oscurità più buia di quanto possa egli pensare. L’inettitudine sveviana, la realtà apparente persa nelle molteplici forme dell’io pirandellino ed il realismo quasi verghiano nel tratteggiare la realtà sono le principali forme letterarie a cui la Bellon si ispira. Come per tutti i personaggi incolori, anche il protagonista de “L’uomo che non sono” ha bisogno di una situazione difficile ed improvvisa per prendere coscienza del suo eterno immobilismo ed annebbiamento mentale; quello sarà l’unico momento in cui avverrà la sua crescita interiore.

“Noi non vogliamo mai reagire di fronte ad un modello sociale, politico che ci viene imposto- afferma la Bellon- questa inerzia determina la parte oscura che vi è in ognuno di noi“: Se “l’Uomo che non sono” fosse un film sicuramente sarebbe un film in cui dominante è il tema della doppia personalità, della forzata defezione di una parte della nostra coscienza. Un “inetto” come Giovanni Tosi sarebbe molto piaciuto ad un Mario Monicelli, i cui personaggi mediocri e totalmente assuefatti da un’esistenza plagiata dai modelli sociali imposti, subiscono una mutazione solo a seguito da un evento tragico come ne “Un borghese piccolo piccolo”.

Lei nel suo romanzo affronta una tematica molto comune ma allo stesso tempo insidiosa e non facile da analizzare, quella solitudine esistenziale che porta o ad un nuovo inizio o ad una perdita di un proprio equilibrio…

“L’uomo che non sono” è un libro che racconta le fragilità umane. Il mio protagonista dopo la separazione va a vivere nel paese di campagna dove è cresciuto. Il paese di campagna in cui vive rispecchia la sua personalità solitaria e crepuscolare. Un evento tragico contribuisce a scuotere questa immobilità  esistenziale ed in qualche modo a reagire. Gli eventi che ti mettono spalle a muro fanno cacciare dalla propria personalità molto coraggio ed il coraggio in queste particolari situazioni è una dose necessaria. Lo squilibrio in questi casi è una conseguenza normale, sintomo e cura di questa mutazione umana. Uno sconforto che fa ripartire e ti fa ricordare di essere una persona viva, nonostante tutto.

Il protagonista del Suo libro è un inetto, una figura che sarebbe molto piaciuta ad uno Svevo o ad un Pirandello. Al lettore non sfugge una Sua particolare predilizione per certa letteratura del primo Novecento…

Io mi sono ispirata anche alle Metamorfosi di Kafka. Gregor Samsa, il protagonista, si sveglia la mattina e si vede trasformato in un enorme insetto. La metamorfosi del mio personaggio non è passiva, ma progressiva; una metamorfosi che egli subisce per il trascorrere del tempo (ogni giorno abbiamo una ruga un più proprio per il trascorrere inesorabile nel tempo). Giovanni Tosi decide di cambiare, repentinamente. La tranquillità, simile al paese dove egli vive, non gli va più bene. E’ una metamorfosi attiva in un personaggio passivo. La morte del suo amico Beppe da un lato lo lacera, dall’altro lo salva. Essere riuscita a scrivere in prima persona di un uomo, poi, è una grande soddisfazione.

Quale messaggio principalmente il Suo libro vuole consegnare al lettore?

Tra i tanti messaggi che vorrei che arrivassero al lettore, quello dell’attivismo e della speranza sono quelli a cui tengo di più. Il nostro paese è saturo di persone, professionisti e non, il cui unico attivismo è quello di notare ogni singola cosa che non va ma non far nulla per migliorare la situazione di cui si lamenta. O per migliorare la propria stessa condizione.

 


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