Claudio Lolli. Addio alla generazione degli “zingari felici”.

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di Maria Rosaria Anna Onorato

 

Alla fine degli anni ’70 non sapere nulla di Claudio Lolli era quasi una bestemmia.

La prima volta che ho ascoltato una canzone di Lolli è stato nel lontano 1976, usciva proprio quell’anno “Ho visto anche degli zingari felici“. Il mio battesimo radiofonico avvenne sulle note iniziali di quella canzone. Io, gucciniana di professione, faccio l’annuncio e rimango tesa e zitta in ascolto, scorre lenta l’ouverture iniziale, sax incredibile e poi improvvisamente la voce di Lolli inonda la stanza di registrazione, rigiro tra le mani la copertina del 33 giri pensando “domani lo compro”.

Lolli è stato indubbiamente un protagonista musicale di quegli anni, di una protesta giovanile che andava via via incupendosi. Professore al Liceo scientifico Leonardo da Vinci di Casalecchio di Reno, geneticamente malinconico, diceva spesso che voleva far passare l’idea che l’inquietudine fosse di “sinistra”. Allora si poteva dire senza tema di essere smentiti o assaliti dalla rete. Era un messaggio e molti di noi si ritrovavano nelle sue parole, nelle sue tristezze, nelle sue speranze.

Lolli ha raccontato le ansie e le speranze di una generazione alle prese con l’utopia della rivoluzione e del cambiamento; le ha narrate talmente bene che, nel brano “Borghesia“, con un sordo dolore dentro, abbiamo riconosciuto il mondo degli adulti che ci aveva generato e al quale, presto, saremmo appartenuti per sempre.

Godi quando gli anormali son trattati da criminali/ chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali/.  Ami ordine e disciplina/ adori la tua Polizia tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare/ Sai rubare con discrezione meschinità e moderazione/ alterando bilanci e conti fatture e bolle di commissione/ Sai mentire con cortesia con cinismo e vigliaccheria/ hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia

In quegli anni di assalti alla luna pensavamo con le sue stesse parole “riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza”; parole perfette, nessuna sbavatura, nemmeno un ricciolo fuori posto.

“Lolli non esiste è una figura dell’immaginario di tutti i lolliani”: ha detto il chitarrista Paolo Capodacqua. Fino ad oggi Lolli è esistito davvero, con le sue strofe perfette, da professore di liceo di altri tempi, con le sue canzoni al prezzo politico di tremilacinquecento lire, con la sua rabbia autentica, perché si sa se non si è giovani, arrabbiati e ribelli non vale!

Ogni tanto nelle sere d’estate, nel caldo insopportabile e silenzioso di Agosto, spalanco la finestra, alzo a manetta il volume delle casse e mi sparo un Claudio Lolli versione 1973 “Un uomo in crisi“, mi sembra di fare un dispetto alla signora di fronte che segue il suo programma preferito e a tutti quelli che si sono addormentati senza più sperare o sognare una felicità tutta intera.

Claudio Lolli dalla terra nella quale ti sei rifugiato, cantore di bellezza, aiutaci ancora a correrci dietro, far l’amore, rotolarci  per terra! Ne abbiamo tanto bisogno.

 

Note: Foto da www.google.com


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