Città resilienti: quando la gestione dei rischi incontra il governo del territorio

Da Nord a Sud la cultura locale ha ribattezzato aree del territorio con appellativi rappresentativi della loro predisposizione ad essere interessate da rischi, eppure, nel tempo, proprio queste aree sono state oggetto di incosciente trasformazione ad opera dell’uomo

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di Nicoletta Fasanino

Contrada “Pantano” derivato dal latino palta, ossia fango, è una delle aree del beneventano maggiormente colpite dall’alluvione del mese scorso (Campania), il monte Toc che  in dialetto friulano indica qualcosa di “guasto”, condividendo lo stesso etimo dell’aggettivo “Patoc” che significa “zuppo” o “marcio”, è stato il tragico protagonista del disastro del Vajont (Friuli), Collina Malavicina, in Calabria, si è mossa con una velocità di 6 metri al minuto invadendo il cinema ed il centro commerciale su cui incombeva.

Incoscienza per mancanza di conoscenza o di scrupolo? Non sarebbe difficile rispondere. È certo, però, che non è mancato l’interesse ad urbanizzare, anzi più propriamente ad invadere gli spazi dentro e fuori le città, senza tenere minimamente conto del fatto che il territorio ha una sua storia geologica e idrogeologica che non può essere assolutamente ignorata.
Tuttavia, volendo risalire in lungo ed in largo la Penisola incontriamo tantissime realtà in cui questo, purtroppo, si è verificato.
Saluggia, in Piemonte, ospita un impianto nucleare in area a rischio idrogeologico, così come Genova, Messina, Reggio Calabria sono costruite sull’acqua delle fiumare inghiottite sotto il cemento delle città, 6250 scuole e 550 ospedali sorgono in zone ad elevato rischio idrogeologico (fonte: ISPRA).
Le conseguenze di questo sciacallaggio antropico ci vengono presentate prevalentemente durante i mesi invernali quando piogge, più o meno abbondanti, cadono sui nostri territori causando disagi e danni che dal 1944 ad oggi sono costati 61,5 miliardi a fronte dei 40 miliardi che occorrono per la messa in sicurezza del territorio e dei 180 milioni destinati nell’ultima legge di stabilità per il triennio 2014-2016. Per il solo rischio idrogeologico, s’intende.

A queste cifre, infatti, bisogna aggiungere 181 miliardi di danni causati dai terremoti in Italia che stiamo ancora pagando. I soli finanziamenti autorizzati per il sisma che colpì la valle del Belice (Sicilia) nel 1968 ricoprono un arco temporale di 65 anni (dal 1968 al 2018) e sono stati destinati ad una ricostruzione di opere inutili come quelle di Gibellina, città museo, progettata da famosi architetti e artisti, ma assolutamente mal pensata rispetto al fattore più importante: la ripresa delle normali condizioni di vita delle comunità.
E mentre si costruivano opere d’arte quale simbolo dell’intervento dello Stato in queste aree terremotate, nel 1976 (ben otto anni dopo il sisma) erano ancora 47 mila le persone che vivevano nelle baracche (le ultime 250 baracche con i tetti in eternit furono smontate solo 2006); la ferrovia Salaparuta-Castelvetrano che collegava la maggior parte dei centri dell’area terremotata con la zona costiera, distrutta dal sisma, non venne mai più ricostruita; venne finanziata e costruita l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo, invece di far fronte alla ricostruzione della viabilità ordinaria di collegamento tra i centri abitati, opera più essenziale ed urgente.

In sintesi: il territorio italiano è a rischio per diversi fenomeni naturali e non, l’incuria dell’uomo ha fortemente incrementato la predisposizione del territorio a subire danni, negli anni non si è stati capaci di gestire le risorse destinate alle ricostruzioni, gli investimenti necessari per la messa in sicurezza sono dell’ordine del miliardo ed invece vengono stanziati milioni.
Eppure il vento soffia ancora” cantava Pierangelo Bertoli.

Avere consapevolezza di cosa ci sia dietro la mancanza di sicurezza che ciascun cittadino lamenta oggigiorno è importante per capire che direzione intraprendere e, soprattutto, che bisogna pretendere anche in periodi dell’anno in cui la nostra percezione del rischio diminuisce.
La gestione dei rischi non può essere condotta part-time o in occasione di eventi che pregiudicano vite e proprietà. È un processo che va condotto al pari delle altre attività di governo del territorio: gestione rifiuti, traffico, servizi sociali.
Tutto deve essere coordinato e organizzato affinché, al verificarsi di un evento, la comunità sappia rispondere prontamente subendo il minor numero di danni possibile.

Una comunità resiliente, oggi si dice.
In maniera semplicistica, per una comunità essere resiliente significa l’essere dotata di una capacità di far fronte alle perdite, capacità che tuttavia può variare proprio a causa del verificarsi di un evento. Se consideriamo infatti l’abilità di impiegare risorse per far fronte al verificarsi di due eventi successivi, sebbene l’intensità del secondo possa essere minore, il suo impatto potrà essere maggiore proprio per gli effetti indotti dall’evento precedente. Questa diminuzione della capacità di affrontare un evento grave può realizzarsi nei nuclei familiari attraverso livelli di indebitamento, o diminuzione dei risparmi, rendendo difficili le forme di investimento nella crescita per il futuro. Questo implica anche che si potranno trovare in una situazione più rischiosa (conseguenze negative a lungo termine) se si dovesse verificare un altro evento. Analogo discorso può essere fatto per le autorità locali che, di solito, deviano denaro dal bilancio per finanziare le perdite.

È chiaro, quindi, che attualmente le nostre comunità si possono dire tutt’altro che resilienti e che c’è davvero molto da fare, ma da cosa iniziare?
Innanzitutto bisogna pianificare le emergenze, ma ciò non vuol dire mettersi d’accordo con gli eventi meteo che generano danni sul territorio. Significa, invece, organizzare le risorse per far fronte agli eventi di crisi attraverso azioni volte a prevenire i rischi, a gestire le necessità in condizioni critiche e a proteggere la vita umana.
Tutto questo parte dalla conoscenza del territorio e degli scenari di rischio che possono interessarlo e si concretizza in quello che si chiama Piano di Emergenza Comunale (PEC) o Piano di Protezione Civile Comunale.
Uno strumento fondamentale per individuare i punti di crisi, le cause, i danni potenziali, gli elementi esposti e, soprattutto, le attività da compiere per prevenire o affrontare un’emergenza, individuandone anche i soggetti responsabili.
Tuttavia, non bisogna pensare che il PEC sia tutto ciò che serva o che, appunto, manchi per realizzare sicurezza e resilienza.
La pianificazione dell’emergenza è parte di un ben più ampio processo che prevede una pianificazione degli interventi di riduzione dei rischi e l’educazione delle comunità alla prevenzione ed alla gestione delle emergenze.

Conviviamo ogni giorno con rischi “familiari”: guidare l’auto, cucinare, scendere le scale, fumare, ma risulta difficile abituarci all’idea che la nostra città occupi un territorio “vivo”, che si evolve. Se pensiamo ad una frana, infatti, essa è frutto di un processo di evoluzione geomorfologica di un versante su cui piove, nevica, tira vento, batte il sole, e può capitare che in un certo momento della sua “vita” sia “predisposta” ad alleggerirsi di un po’ di materiale. Questi processi a volte richiedono moltissimo tempo, altre, grazie alla mano dell’uomo, un po’ meno. Esiste una probabilità, esiste un prima o poi, ed occorre che siamo preparati a metterci al riparo proteggendo, intervenendo.
Bisogna perciò conoscere il territorio, le risorse necessarie per prevenire e proteggere, ma occorre anche essere capaci di organizzare i bisogni e gli spazi della città in maniera funzionale alla gestione delle emergenze (si pensi ad un Piano del traffico che non tiene conto delle vie di fuga!) e dei rischi (non destinando, ad esempio, le aree maggiormente critiche ad attività che potrebbero subire ingenti danni), nonché rendere partecipi e consapevoli i cittadini in ogni fase della costruzione della conoscenza del territorio e delle attività di prevenzione dei rischi.
È per questo che oggi si parla e si deve parlare di pianificazione integrata della città, di formazione delle comunità, di informazione prima dopo e durante le emergenze.

Tutto questo è resilienza, tutto questo è gestione dei rischi.

Senza questa consapevolezza continueremo a ringraziare “Angeli del fango”, a spostare lacrime e mattoni, a vivere nella preoccupazione di allerte chiedendoci “siamo realmente pronti?”.


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