“Città che legge”, l’esperimento del libro come luogo d’incontro

di Francesco Paciello

La lettura è da molti considerata un esercizio intimo, spesso non condivisibile e comunque personale. Si legge sui mezzi pubblici, in aereo, a letto prima di affidarsi alle braccia di Morfeo, nei pomeriggi liberi e talvolta in bagno con l’obiettivo inconscio di rendere nobile una necessità fisiologica.

Se è vero com’è vero che leggere alimenta il pensiero e l’anima, è anche vero che farlo da soli crea universi paralleli in cui si rischia di rimarcare convinzioni proprie inconfrontabili se non con quelle che l’autore tenta di offrirci. Magari di tanto in tanto, e solo quando se ne avverte la necessità, il confronto si sviluppa sul piano delle convinzioni di un critico letterario che non è sempre imparziale e gratuito.

Nel tempo l’esercizio si è evoluto. Si sono sperimentati i gruppi di lettura, ordini chiusi e quasi monastici, attraverso i quali si è tentato di sdoganare la solitudine virtuosa del lettore e affidarlo al piacere collegiale dello scambio delle sensazioni, all’intrigo del commento e alla voglia di condividere la personale percezione del racconto. L’avvento della rete ha ulteriormente innovato i gruppi che si sono poi trasformati in luoghi di discussione virtuale che sicuramente hanno abolito frontiere e barriere geografiche ma irrimediabilmente troncato il calore e il contatto di pelle rendendo il confronto orfano delle reazioni umane che le emoticons (faccine espressive), per quanto innovative e specifiche, non hanno mai sostituito adeguatamente.

LOCANDINA-Città-che-legge-e1447354261533Con “Città che legge” si prova, a dispetto del trend di massa, a riportare la lettura condivisa sul piano del contatto sociale. Un libro, un soggetto e la sua storia ritrovano confronto fisico, si sezionano e si analizzano, e poi s’incrociano in un ampio ventaglio di stimoli che vanno dalla parola alla musica, rendendolo evento sensoriale. Non a caso, per questo primo evento, è stata scelta di una delle opere più pregne di aspetti terragni e più rappresentativa della condizione popolare: “Ninfa Plebea” di Domenico Rea è infatti un crogiolo incandescente di aspetti crudi e di sensazioni forti; un romanzo che emerge dal territorio e che lo rivolta con maestria. Un potente mix con il quale si è conquistato nel 1993 un Premio Strega forse mai così meritato.


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