“La Storia”

Pochi anni dopo la Guerra Civile Americana (1861-1865), nel gelido Wyoming, otto persone sono bloccate in un capanno sopra ad una montagna a causa di una tormenta di neve. “Il Boia“, uno spregiudicato Bounty Killer, trasporta in catene l’assassina e pluri-ricercata Daisy. Durante il loro tragitto verso il patibolo sono costretti a sostare in una baita insieme ad altre sei misteriose persone. Tra fiumi di parole si fa strada il sospetto che non tutti siano ciò che dicono di essere. Forse proprio in relazione alla donna e a ciò rappresenta la ricompensa collegata ad essa: una miniera d’oro. Tutto ciò fino allo scontro finale.

hateful eight

“Review”


Quentin Tarantino
, regista e sceneggiatore del film (USA, 2015), ci ha “fregati” un’altra volta! Ha imbastito un circo, un gran spettacolo, una sarabanda di fatti, parole e persone; effetti e situazioni pirotecniche; veloci ribaltamenti delle situazioni che si fa inseguire fino all’ultimo dei 167 minuti della sua mastodontica estensione: ma siamo tra le “durate medie” dei film di Tarantino.

Taranhateful eight2tino è uno di quei registi che ama e ama fare cinema, e si vede. Fino al punto di ingurgitarne in quantità pantagrueliche; lo fagocita con una voracità senza freni o stacchi da stanchezza o da indigestione. Sembra, a tratti, proprio un personaggio dantesco. Eppure, in questa sterminata quantità di “cibo dell’anima” che è il cinema, e che lui continuamente e maniacalmente assume, riesce ad operare un geniale discernimento: la sua è molto di più di una mirata citazione. Egli, nonostante ogni apparenza, lo filtra e lo elabora. Non lo subisce. Ama il cinema fino alla follia, ma ha la capacità sommamente intellettuale di essere in grado di elaborare delle linee interpretative che sono unitarie e in grado di connettersi al pubblico.

Molti registi sono cinefili e “citazionisti”: ma lo sono della qualità più raffinata e criptica. Spesso velleitaria e, nella sostanza, spettacolarmente, emotivamente impotenti, per non dire noiosi. Non ci rimandano nulla, se non la loro impotenza e spocchia intellettuale. Invece, quando ci si approccia a Tarantino, ci si interroga, colmi di golose aspettative, come i bambini alla vista di un clown amato.

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Sergio Leone

Uno dei registi più idolatrati da Tarantino è di sicuro l’italiano Sergio Leone: tutta la storia dei cadaveri di criminali spacciati dai Bounty Killer e addirittura offerti e scambiati con un grottesco gore implicito corrispettivamente in cambio di favori, per il valore delle taglie “vivi o morti” poste su di loro, è alla base di “Qualche dollaro in più” (1965). Non manca inoltre la sua icona musicale vivente: Ennio Morricone, da Tarantino considerato degno di stare a pari di Mozart e Bach, con il quale ha finalmente collaborato sin dall’inizio delle riprese, e non solo con una canzone come in “Django“.

La distribuzione della pellicola è affidata al Film Group, di cui fanno parte entrambi i figli del regista italiano, Andrea e Raffaella Leone, insieme al 01 Distribution. Ma non ci sono collegamenti riferiti solo ed esclusivamente al “maestro” Leone: Tarantino ha di fatto rivalutato molti registi italiani degli anni ’70, da lui conosciuti, amati e giudicati con maggiore obiettività e lungimiranza di molta critica nostrana. In questo film è citato un altro di quei misconosciuti ma validi professionisti, con qualche punta elevata: Sergio Corbucci, del quale è citato uno dei suoi più convincenti film: “Il grande silenzio” (1967) con Jean-Louis Trintignant e musicato da Morricone. Uno “spaghetti western” ambientato  in un  vasto e suggestivo paesaggio innevato, che raccontava la storia di bounty killer ma da un punto di vista diverso, meno cinico e più democratico e giustizialista (diremmo oggi).

The Hateful Eight”  è invece girato in un unico ambiente, con l’uso dell’angolatura da 70mm, che dà – come ha precisato il regista – un senso di sfondo inglobante tutti i personaggi, che dilata al massimo le sue dimensioni, quasi rendendolo astratto. È l’elemento caratterizzante e da potenza dei suoi personaggi.

3Il cast è composto da attori tutti vetero – tarantiniani: a partire da Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Michael Madsen. Passano dallo sbrodolo verbale, il più sconclusionato e logorroico possibile, ad un’interazione fisica violenta e feroce, con la massima disinvoltura e con la stessa aria sardonica e distaccata. La loro presenza e consapevolezza gestuale è imponente. hateful_eight_twc_2.0Anche la new entry Jennifer Jason Leigh ha energia da vendere, una sua personale configurazione e un masochistico senso dell’humour. In tutto questo fiume di dialoghi e parole rivivono la tensioni sociali del tempo in cui è contestualizzata la storia: la grande Guerra Civile Americana, la schiavitù dei neri, i cui retaggi culturali, il razzismo, non sono stati nemmeno scalfiti. In questo senso il regista cerca di dare valore anche politico al suo narrare.

“Il film sembra lento, ma in realtà non è così. All’inizio si occupa di preparare l’atmosfera di reciproco sospetto hitchockiano, che si realizza, pezzo a pezzo, nella narrazione. E, una volta messa in moto la macchina, è inarrestabile.”

“Conclusioni”

Tarantino ci ha fregati un’altra volta: come in “Pulp Fiction“, le storie, i “capitoli” non sono nella successione in cui li vediamo: il “Capitolo 5”, precede il primo e ne è l’antefatto. Ciò non impoverisce o attenua l’impatto, ma lo potenzia, poiché ormai tutti gli attori sono in presenza di sé e di ciò che realmente sono e di ciò che avrebbero dovuto fare fin dall’inizio. Il puzzle si è definitivamente ricombinato.

Quentin-TarantinoIl miracolo di Tarantino non sarebbe avvenuto senza la qualità armonizzata dei suoi principali collaboratori artistici: la scenografa Yohei Taneda, che è riuscita a dare quell’aria stilizzata di disordine della frontiera: tutto confuso, ma tutto obbediente alla regola della funzionalità; il montatore Fred Raskin, che ha intervallato il passaggio da una personaggio all’altro, ovvero da una frombola di parole all’altra, con stacchi e angolature continue, fluenti, ma assai varie; e il direttore della fotografia, Robert Richardson. Richardson è uno dei più insigni del cinema hollywoodiano. Ha lavorato con i più grandi registi, da Oliver Stone a Martin Scorsese. In questa pellicola riesce a darci il senso cromatico della neve anche “dentro” il rifugio; coglie quell’atmosfera attutente dell’aria anche solo attraverso i cambi di angolatura ottica, che accompagnano i singoli personaggi, il loro di-svelarsi e fare.

Ora che non resta andare al cinema e godersi l’ottava meraviglia di Quentin Tarantino.


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