Pericle Scalzone è l’esecutore brutale delle violenze ordinate da don Luigi, boss finto pizzaiolo, a Liegi. Costretto a nascondersi per un errore, approda a Calais, dove conosce Nastasia.

Il film (ITA-BELG-FRA, 16), a parte la sua genesi produttiva non lineare, è tratto da un bel romanzo noir dell’ischitano Giuseppe Ferrandino: ma anche la storia di questo è complicata. Scritto nel 93, si deve al successo avuto in Francia (nel 95) se nel 98 è stato ripubblicato in Italia, e con maggiore attenzione sia da parte del pubblico che della critica.scamarciopericle

Si parla di un film tratto dal romanzo da diversi anni: Riccardo Scamarcio ne aveva acquistato i diritti. Questi, fallito un tentativo con Abel Ferrara, insieme alla sua compagna Valeria Golino, attivando la casa di produzione da loro posseduta, Buena Onda, soci con Viola Prestieri, hanno scelto il regista Stefano Mordini per realizzare il film, sempre con lui come protagonista.

Poi, in sede di scrittura, il regista anche sceneggiatore, insieme alla brava e di lungo corso Francesca Marciano, che aveva già sceneggiato il film della Golino come regista (“Miele”, 13) e alla giovane Valia Santella, sodale della Marciano, hanno rimodulato la vicenda, ambientandola in Belgio, dove avevano trovato altri produttori: i famosi registi Jean-Pierre e Luc Dardenne; e a Calais, in Francia, per l’altro produttore Alain Attal e l’attrice francese Marina Fois. Del resto, anche il primo film della Golino è stato coprodotto in Francia.Italy Venice Film Festival 2015

A me la vicenda produttiva ha incuriosito e intrigato. Questi cineasti hanno trasformato, con obiettiva cazzimma produttiva e intelligenza artistica, delle evidenti difficoltà in elementi positivi nella fase creativa: ma nella storia del cinema ciò non è raro: basti pensare a Orson Welles e a molto del nostro Neorealismo.

Se avessero rispettato l’ambientazione originale, che era a Napoli, sarebbe stato un prodotto di maniera, un simil-Gomorra: con tutto il trito armamentario di povertà, squallore e violenza espressiva, che avrebbe solo copiato l’originale.

L’averlo spostato in un altrove, pure metropolitano, ma altrettanto spaesato e povero, ne ha più approfonditamente messo al centro l’aspetto di ricerca psicologica del personaggio eponimo (il protagonista): lo stesso regista ha definito il film “un noir esistenziale”. E, su questo versante, il film si tiene.

Nonostante la freddezza dell’autore del libro, tali scelte hanno amplificato e precisato il confronto di Pericle col suo ambiente di partenza, che è diventato nomade -perché si sposta da Napoli a Liegi-: ma più chiaro anche se, nello stesso tempo, più enigmatico. Si accorge che la sua brutalità e grossolana primitività erano prodotte dal condizionamento e dalla chiusura in cui era stato tenuto: era stato costruito e allevato così. Non è una pippa sociologica: ma la squillante consapevolezza individuale che gli nasce spontaneamente dall’essersi spostato da quell’oscura provincia depressa, ad una località nuova, aperta sui confini e sul mare, come Calais. E dall’avere incontrato Nastasia “una che legge libri, lavora e ha due figli”: ciò rinfaccia alla sua antica fiamma Anna, figlia del boss, di cui pensava di essere innamorato.

In realtà lei era parte e complice di quel percorso di soggezione, abbrutimento e di imprigionamento spirituale con cui il finto-padre/padrone lo teneva rinchiuso nella gabbia della sua aggressività quasi bestiale. E questo rinfaccio, una delle sequenze chiave del film, avviene sempre con quella cantilenante impassibilità espressiva, che denota la sua natura di persona “interrotta”, privata degli affetti elementari.

Pericle più che “nero” è oscuro a se stesso.

E’ come un bambino non cresciuto.

Scamarcio mostra talento nel dare vita a questo difficile personaggio: lo fa con umiltà e intelligenza. La sua degradazione è interiorizzata e si basa su scelte attoriali non esteriori: come la postura, il modo di parlare e di muoversi.

Il suo protagonismo è centrale: mette in ombra ogni altro personaggio: tranne l’ambiente. Il suo habitat, per quanto costruito in una città “altra”, non è che un teatro fosco e inanimato della sua solitudine interiore. Anzi, questa sua inconoscibilità così astratta e gelida, si sviluppa di riflesso alla portata espressiva e descrittiva dell’ambiente. Perciò le scelte di locations sono state intelligenti e perfettamente funzionali.

Il regista non ha all’attivo molti film: ma sono tutti caratterizzati da un senso di ricerca e di sperimentazione. Né disdegna di coniugare efficace spettacolarità con approfondimenti non banali né scontati su ambienti e psicologie divergenti, come nel poco visto ma ben fatto “Acciaio” (12).

Qui controlla i vari passaggi con sicurezza e senso della narrazione. Convince quel senso desolato, ma aperto alla speranza con cui costruisce il finale del film: il vivere di quella gente attorno e con Pericle, ha il senso della quotidianità, nonostante tutto. Anche il criminale, pensa realmente di essere un buon padre e la figlia, una buona figlia: anche se sono dei pessimi, ancora di più.gigio_Morra_7

L’attore napoletano Gigio Morra, col suo misto di ipocrita paternalismo, spregevole furbizia e laido cinismo, è di una bravura esemplare, nel suo essere concentrato, sotto le righe e così poco appariscente: su questa linea l’orrenda figlia, l’esordiente Valentina Acca. La Fois ha una sua inquieta fragilità, ma aperta alla vita e all’amore. Le scenografie, oltre che adatte, assai di presa, pur senza essere “belle a tutti i costi”, sono curate dallo specialista, “prestato” al regista dai Dardenne coi quali ha lavorato, il belga Igor Gabriel. Mentre la Direzione della Foto è del giovane italiano Matteo Cocco, che si è formato in Germania e ha già validamente collaborato, coniugando sperimentalismo cromatico e sensibilità visuale, con Gaudino in “Per amor vostro” (15).

Della stessa qualità è il montaggio di Jacopo Quadri: uno di quei professionisti di talento che ha accompagnato il meglio del cinema italiano: da Martone a Virzì; passando per il premiato “Sacro GRA” (13), e film di giovani registi come “Pandemia” (11) e opere sperimentali. Le sue cesure sono eleganti: danno la giusta sottolineatura temporale di ritmo e di concentrazione.

Pericle è “vestito” nel film dalla costumista  Antonella Cannarozzi, un’altra serissima e dotata professionista del nostro cinema: la sua scelta di andare sempre in una lercia tutina sportiva sottolinea e amplifica il suo essere “di corsa” e di passaggio sulla scena della vita.


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