In un esclusivo e controllatissimo resort tedesco sul Mar Baltico, si dà convegno il G8 per varare misure economiche che saranno disastrose per molti cittadini del mondo. Insieme ad una pop star, una scrittrice, è presente anche Fratello Salus, un monaco certosino: raccoglie la confessione del coordinatore finanziario del G8, che poi si suicida.

Il raffinato e colto autore di questo film (ITA-FRA, 16) è il regista Roberto Andò, palermitano, qui anche sceneggiatore insieme ad Angelo Pasquini, uno dei più esperti del nostro cinema: che sa spaziare dalla commedia al dramma individuale e sociale e al poliziesco.Confessioni_1600x476

Ad esempio, sono sue alcune delle più belle messe in scena tv della serie Montalbano. Devo essere sincero: a me Andò non piace moltissimo; lo trovo spesso rarefatto. In cerca della consonanza più profonda possibile tra immagine ed evoluzione psicologica, resta come in bilico tra un mélò, che ha paura di affrontare, e la cura eccessiva della rappresentazione con cui cerca di esorcizzarlo, di stemperarlo: un che di freddo, lontano.  Però, la sua ricerca è sincera e il suo approccio non è pezzotto; cioè impotente e fintamente intellettuale. No: è proprio la sua personale cifra stilistica. Ma se essa non trova una strada emotivamente impegnativa, finisce col girare a vuoto.

Ma, con altrettanta sincerità, debbo dire che il suo precedente film “Viva la libertà” (ITA, 13), invece, mi piacque molto: perché la sua riflessione politica “sui politici”, e le loro personali responsabilità di scelta, ha toccato corde profonde di sensibilità e riflessione, in bilico tra commedia e dramma politico.

Lì anche c’era Toni Servillo. Evidentemente, lo stato di grazia in cui ha fatto quel film, è continuato in quest’ultimo. Anzi: tra i due, a mio avviso, c’è una profonda continuità-allargamento dell’ottica riflessiva adottata.Le-Confessioni-film-2016

Nell’opera del 13 si ragionava in modi originali e paradossali, nelle forme di una sorta di apologo morale, sulla realtà politica italiana: ma con una intelligenza degli eventi, che, rispetto alla realtà storica (le elezioni politiche generali), hanno avuto conferme profetiche.

Qui, lo sguardo si allarga: riduce impietosamente, di fatto, i personaggi della nostra politica a burattini, i cui manovratori sono colà riuniti: un’associazione informale, tra capi governo, con al centro i gestori dei capitali finanziari, tipo Bildemberg, che controlla il mondo. E questo non è complottismo internet-dipendente, ma pura risultanza di fatti conclamati: il regista ha citato eminenti economisti come Piketty e Stiglitz.

Ma che ci fa un monaco là in mezzo?

Andò, citando Pasolini, afferma che la rottura deve essere “un po’ pazzerella”, altrimenti non è credibile.

Ed è così. Il monaco Certosino, un Ordine monacale votato al silenzio, sparuto e spesso in conflitto con la Chiesa ufficiale, è stato invitato al summit dal coordinatore, il potente collegamento con la finanza, Roché. Perché? Già questo è un giallo.

Egli deve confessare quest’uomo potentissimo, il vero sovrano occulto: il Carlo V dei giorni nostri, da cui dipendono le sorti del mondo occidentale e di tutto il resto del globo, che sente su di sé, nonostante tutto, il peso di scelte colossali. Ma di cui non deve far trasparire la sofferenza: chi lo ha messo là sono gli avidi e cinici, veramente criminali possessori di grandi capitali, gestori di Fondi o di grandi banche d’affari, che pur d’implementare i loro profitti non guardano in faccia a niente e a nessuno: a guerre civili, esodi di massa, destabilizzazioni, carestie.

E, come dice lui stesso, gli “economisti non sono Dio”: le loro indicazioni hanno la presunzione di controllare il caos: ma più spesso lo generano, se non lo moltiplicano. Salus, che vuol dire proprio “salvezza”, un uomo che ha incontrato la vocazione in tarda età, ammette che solo “la pietà” è salvezza, e che “nel male non c’è alcuna utilità”: sono parole e assunti che per quell’accolita di crudeli volpi, esclusa la scrittrice, non hanno alcun senso, almeno all’apparenza.

Egli sguscia da tutte le insidiose questioni poste da quei finti saggi, in realtà fantocci, con imperturbabile, ma non distaccata, serenità e consapevolezza di sé e del suo mondo interiore. Sembra del tutto fuori contesto, lì. Eppure, è la sua sola presenza che mette in crisi l’intero sistema: il tarlo dell’ineluttabilità della propria coscienza sconvolge Roché, latore di segreti inconfessabili e, a cascata, tutti gli altri.grupporppresentanti

E’ un film fortemente intellettuale, perché analizza sotto il profilo etico-comportamentale, questioni assai corpose, come la responsabilità nelle scelte di economia, le loro conseguenze nella dimensione sovranazionale della globalizzazione, in una modalità né ideologica, né moralistica; con un confronto serrato, assai realistico e preciso, con la materia affrontata scientificamente. Ma facendola fibrillare in conflitto con la morale, nella sua essenzialità umanistica. Un binomio -economia/potere ed etica-, che è puro ossimoro.

Il film dà anima a questo conflitto con uno stile concettuale, severo e concentrato: tuttavia molto cinematografico; e che addirittura lega la nostra attenzione su una tensione narrativa che non ha bisogno di mezzi esteriori. Il gioco degli attori è superbo.

Toni Servillo dà una finezza e una risonanza al suo fare che conquistano. L’attore afragolese è talvolta accusato di presentare sempre la “stessa espressione”: è vero; ma in un altro, e più profondo, senso. Egli non segue “il Metodo” Stanislavskji, per cui l’attore deve perdere i contorni della sua personalità per trasporsi e scomparire nell’”altro” (tipo De Niro ecc.): egli porta il senso della “sua” di personalità all’interno del personaggio: lo reiventa a partire da sé.

Il suo apporto, da colto e preparato attore teatrale, è più simile alla tecnica dello “Straniamento” brechtiano: egli nel mentre lo dà sulla scena, ci fa comprendere criticamente gli elementi che lo compongono: come un puzzle che si scompone e si ricompone continuamente davanti a i nostri occhi.

Gli apporti artistici professionali sono tutti di grande livello: mi limiterò a sottolineare la scenografia della giovane Giada Esposito. Impone al procedere narrativo delle insistite linee rette: che hanno la funzione di sottolineare metaforicamente la ghiacciante pretesa di razionalizzare il caos.

La luminosità generale del film, immersa anch’essa in una dimensione raggelata, è assai efficace; è di Maurizio Calvesi, uno dei Direttori della Foto più esperti, navigati e dotati del nostro cinema: una distinguibile presenza storica di grande personalità.


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