Beatrice Morandini Valmarana, una volta del jet set, chiacchierona, “impicciona” (così la definisce il regista) e autoritaria, incontra nella “comunità terapeutica obbligatoria per donne con disturbi psichici” la fragile – e un po’ sul coatto – Manuela. Entrambe “socialmente pericolose”, inopinatamente stringono amicizia: insieme scappano.
la-pazza-gioia-nastriPaolo Virzì, il regista e cosceneggiatore di questo film (ITA-FRA, 16), a buon diritto si può ritenere il più fedele e creativo erede della gloriosa commedia all’italiana degli anni 60: l’ha aggiornata e adeguata alle situazioni e ai ritmi della società attuale.

Il suo cinema mostra la stessa attenzione “complessa”, caratteristica di quella commedia di esplorazione storico-collettiva, a ciò che sono le situazioni di oggi. Anche se ne coglie spesso aspetti ironici e grotteschi, non usa scorciatoie né di tipo spettacolare né di tipo asseverativo-riduttivo su quei fenomeni che analizza. Fenomeni, peraltro, su cui non vuole “dare giudizi” assoluti di tipo morale: ma suggerire materiali di approfondimento che, partendo dalla cifra umana che a lui principalmente sta a cuore, ne indicano delle linee di comprensione non definitive, ma ricche di sollecitazioni, su cui riflettere e confrontarsi.

In questa ottica ha firmato alcune delle più belle commedie sociali, divertenti e attente, degli ultimi venti anni: come “Ferie d’agosto” (95), “Caterina va in città” (03), “Tutta la vita davanti” (07) e altre ancora. Ma ha anche ben padroneggiato “traduzioni” italiane di cupi noir americani, adattandoli efficacemente alle nostre latitudini, come “Il capitale umano” (13).

Il titolo odierno, a mio avviso tra i suoi più belli e riusciti, dal regista è stato definito “una commedia fiabesca con i piedi per terra”: anche se, a farla da protagonista, è la sofferenza psichica. Da lui esplorata sulla base di un’ampia e approfondita documentazione, in cui il realismo della descrizione puntuale del malessere si accompagna a ricchezza di dettagli umani e personali.

Con lui ha cosceneggiato il film Francesca Archibugi. Che, da regista in “Il grande cocomero” (93), aveva affrontato tematiche similari con eccellenti risultati. E difatti il tocco della grande scrittura si nota sia nella definizione dei personaggi principali che della rete ambientale fisica e interpersonale che li circonda. Nel film i pazzi che vi abitano sono tali: non c’è quel posticcio simil-hollywoodiano che poi fa “servire” allo spettatore un finale falsamente appagante.

La stessa ideazione del casting obbedisce a regole diverse dal solito: trattasi di pazienti psichiatrici autentici resi disponibili da un progetto di teatro-terapia svolto dall’Asl di Pistoia, sotto la guida dello psichiatra Vito D’Anza e suoi collaboratori, medici e non.

Tutto ciò ha assicurato al corpo della narrazione una densità assoluta. Su cui le vicende individuali delle due protagoniste si stagliassero con una forza particolare. La descrizione del loro fare è all’interno della patologia: non è che sono capitati lì per caso, o per errore. No: sono due persone gravemente malate.

Gli autori non imbellettano, o attenuano questo tratto. Ma da questo punto in poi fa partire l’approfondimento umano: quella riflessione sulla ricchezza “crepuscolare” di profonda umanità spezzata, di richieste affettive senza risposta, di capacità emotive  inespresse, come diceva lo psichiatra Eugenio Borgna, che manifestano queste sensibilità tese allo spasimo che si sono ritorte contro loro stessi. 

Infatti la frase “più semplice” che viene detta a loro da coloro che li hanno in carico, o che dicono tra di loro è “Ti voglio bene”: è il viatico che assicura un minimo di serenità, che placa il loro soffrire, pur nello sfacelo individuale. In più vi sono le indifferenze colpevoli (della madre, una splendida e irreale Anna Galiena; o di un velleitario fuori tempo, ma incapace musicista, il padre, Marco Messeri), il puro cinismo dell’amante, per Manuela; l’incapacità di uscire dai ruoli, la totale aridità di classe per i prossimali dell’altolocata: sono le cause di scenario che hanno incubato e favorito l’esplodere dei loro mali.la-pazza-gioia2-1000x600

In particolare Manuela è accompagnata dal dolore straziante di essere allontanata dal figlio, per il quale era diventata un pericolo: questa doppia consapevolezza la distrugge e la rende oggetto della nostra, come anche, ad esempio, degli stessi genitori affidatari, più profonda commozione.

Quella sequenza in riva al mare, nella sua sconvolgente semplicità, è di un’efficacia patetica indimenticabile; ed è resa da Micaela Ramazzotti in una grande prova d’attrice. Il regista ha confessato che per anni è convissuto con forme di tale patologia, nella persona della madre che entrava e usciva dagli ospedali: esse sono presenti nella sua sensibilità e formazione. Ma hanno reso il suo tocco più gentile ma più attento e in grado di gestire drammaticamente la sostanza narrativa, contemporaneamente spigolosa e scivolosa, del film. Anzi, spiritosamente, ha affermato che lo stare in mezzo a quei soggetti in cura, insieme ai medici a loro interessati, ha fatto sentire lui e la troupe davvero a loro agio, “come in un grande gioco liberatorio”. Aiutato comunque dalla portentosa prestazione delle due attrici: ma, a mio avviso, la più articolata e difficile è stata quella di Valeria Bruni Tedeschi. Essa doveva essere più sopra le righe: ma non solamente invasiva; doveva generare altresì uno spazio di complicità e di solidarietà sororale tra le due. Il che è avvenuto.

Il film, non solo narrativamente ma cromaticamente, è aperto e terso, dotato di una luminosità chiara e accogliente laddove le due stanno in viaggio o da sole; mentre diventa da incubo nelle sequenze ambientate una ostile Viareggio, in cui sono perse nella confusa e triviale movida, aggressiva e piena di solitudini collettive.

La fotografia è di Vladan Radovic: che ha una formazione italiana da cinema di realtà e di opere sperimentali; questa duttilità, davvero ammirevole, arricchisce, senza stacchi o cadute, l’impatto del film e la sua corposità. Pure adeguato è il montaggio della navigata Cecilia Zanuso: che, oltre che con Virzì, ha lavorato con molto cinema d’autore italiano. In una dimensione di fluidità del narrare, senza rallentamenti o parentesi fuori luogo, sviluppa e illustra sinteticamente, ma chiaramente, molte complessità delle cause del malessere delle due.


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