Metà degli anni 70, Copenaghen: Erik, su impulso della moglie Anna, decide di rendere la grande casa avita, sede di una Comune, chiamando a conviverci gente che possa accettare regole condivise. Bene o male, le cose sembrano andare per il verso giusto: ma Erik prende una cotta per Emma, bellissima studentessa…festa

Il film (DK, 2015) è tratto da un testo teatrale dello stesso regista Thomas Vinterberg e di Mogens Rukov; ed è stato lo stesso regista a scriverne la sceneggiatura con Tobias Lindholm, suo abituale collaboratore.

Vinterberg, insieme al connazionale e celebrato Lars Von Trier, ha fondato nel 95 una specie di scuola teorica di cinema, denominata “Dogma”, la cui regola  fondante era il legame strettissimo, assoluto ed esclusivo con la realtà sociale contemporanea da documentare, evitando e circoscrivendo al minimo gli orpelli della finzione narrativa, da loro considerata in blocco una specie di falsificazione. Un intento ideologico, che però esprimeva il desiderio presente in modi stringenti di confrontarsi con quella realtà.

L’indirizzo ha dato anche stilisticamente degli apporti significativi, utilizzando in modi spesso originali stilemi di ripresa prima soprattutto legati al linguaggio e all’estetica tv. Chiaramente, il successo ha sterilizzato ogni intento barricadero, rendendolo una specie di vezzo aristocratico. E comunque il fenomeno, in quelle  forme che sembravano più dirompenti, si è esaurito in poco tempo. D’altra parte, gli sviluppi tecnici del cinema, soprattutto la crescente digitalizzazione, hanno reso meno profondo il fossato tra il cosiddetto cinema di documentazione di realtà e la cosiddetta narrazione fiction: tutte e due in realtà sono modalità narrative che obbediscono, con stilemi diversi, alle leggi della fiction cinematografica.

Gli intenti artistico-espressivi dei singoli autori , le loro volontà soggettive sono decisive nell’annodare, in maniera più o meno stringente, i loro sguardi alla realtà; né esistono caselle rigide di etichettamento.

Ed è proprio questo autore ad esserne prova vivente: egli è passato con naturale e professionale disinvoltura dai film del Dogma ad uno di severa e incisiva denuncia dei meccanismi di isteria collettivi nelle realtà protette e ricche del suo paese (“Il sospetto”, 2012) ad un non sgradevole film in costume, ambientato nell’800 inglese, tratto da un classico di quella letteratura (“Via dalla pazza folla”, 2015). Il presente film è un omaggio alla sua memoria autobiografica: egli davvero è vissuto coi suoi in una Comune in quegli anni. E quindi le dinamiche collettive che vi son espresse hanno il sapore della verità.

La felicità narrativa e la piacevolezza di buona parte del film, della prima parte in particolare, si è ottenuta anche grazie al fatto che la sceneggiatura aveva davanti una già collaudata opera teatrale: quindi i tempi del dialogo erano chiari al regista, che ha potuto facilmente plasmarli e immetterli in una coerente e ed armonica scansione di spazi sia scenici che visuali. Perciò il film non manifesta per nulla la sua origine teatrale. Quando irrompe la freschezza, l’irresistibile e perentoria forza della bellezza della giovane Emma, il registro narrativo cambia radicalmente. Tutti i nodi vengono al pettine. Escono con chiarezza le vere nature delle persone rispetto alle scelte fatte e/o imposte.comune

Quindi Erik “ritorna” ad essere il padrone della casa: le sue scelte professionali e di vita prendono il sopravvento, soprattutto in relazione al suo rapporto con la nuova fidanzata, che diventa l’elemento scatenante. Esce altresì tutta la fragilità di Anna, la moglie: donna generosa e forte, pensava di assorbire la scelta del marito, e addirittura di conviverci, in base agli ideali di vita che lei si era imposta, e di cui credeva di esserne sinceramente imbevuta. Quelli del socialismo e della fratellanza “praticata”.

ai bagni

Ma i fatti le mostrano che non è vero niente. Lei è prostrata dall’invasione di questa ragazza nella vita del marito, e quindi anche nella sua vita. Lei che credeva di essere immune dalla banale gelosia avverte con dirompente sofferenza che non può gestire il tradimento. Tutto il castello degli ideali crolla.

La splendida attrice Trine Dyrholm, una vera icona del cinema nordico e danese in particolare, rende questa sofferenza con un margine di interiorizzazione sempre crescente; che la devasta e la possiede. Ma in lei, grazie anche alla sua natura non squallida, non c’è il rancore, ma la consapevolezza dell’impotenza e della crisi di tutti i suoi ideali che sembravano guide della sua e altrui esistenza.interno

Ma il regista non si pone in modo perentorio. Anche se coglie questi passaggi, non condanna complessivamente questa esperienza: anzi. Ne coglie con attenta e disincantata simpatia le fragilità e l’inconcludenza delle premesse ideologiche (ciò vale anche per il Dogma?), e anche la buona dose di ipocrisia; ma sottolinea anche la positività delle volontà di mettersi personalmente in gioco, accanto alle velleità, di creare qualcosa di bello e diverso.

 

a tavola

Non c’è l’acidità del rimpianto astioso, o della paternalistica supponenza liquidatoria; quanto piuttosto una decisa e saggia capacità di confrontarsi dal passato con ciò che di positivo e di duraturo vi poteva essere. In ciò è la crescita del personaggio della ragazza, quello più a futura memoria. Il padroneggiamento tecnico ed espressivo è totale.

Ad esempio: non comprendiamo che il film si svolge in quegli anni solo dall’abbigliamento, dalle scenografie e dalla presenza di oggetti dell’epoca, che ben la definiscono. Ma è la temperie culturale che è sul proscenio con chiarezza. Il tutto accompagnato da un uso della fotografia, del giovane Jesper Toffner, che rende l’atmosfera dolcemente crepuscolare e invitante.

Il montaggio, curato da Anne Osterud, danese che ha lavorato con grandi registi e Janus Billeskov-Jansen, che ha lavorato già col regista, rende il gioco collettivo ben orchestrato: in più riesce a infondere “vita” alla casa. Che non è un mero contenitore, ma un personaggio attivo: sapiente, silenziosa e saggia; ubicata in una posizione da sogno, che si ricorda nel profondo.

Tutta questa complessità tematica e stilistica rende il film piacevole e non banale.


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