Wade Wilson è un ex agente dei corpi speciali. Malato terminale, accetta una dolorosa cura sperimentale che pur salvandolo e dandogli dei poteri speciali, lo deturpa orribilmente., trasformandolo in Deadpool.

I Marvel Comics sono un universo senza fondo: i suoi personaggi sono variegati, si generano e si combinano con quelli già esistenti sviluppando potenzialità narrative in maniera esponenziale. Come il Multiverso della religione induista, si differenzia dall’altro universo “concorrente” della D.C.Comics per una maggiore sperimentalità industriale. Mentre gli exploit autoriali di Batman (DC Comics) appartengono ad importanti e geniali autori contemporanei come Alan Moore e Brian Bolland che fanno riferimento a sé e non immediatamente alla casa DC – e a cui il visionario Christopher Nolan si è ispirato per la sua trilogia – Deadpool, come i Guardiani della Galassia, Ant Man, fanno parte del còté ironico della Marvel, il cui antesignano e certo più popolare è l’Uomo Ragno.

deadpool_ver9Questi sono stati gli spunti più evidenti nella prima trilogia, diretta da Sam Raimi. Deadpool ha delle caratteristiche più marcate e totalmente stravolte. Nato nel 1991 dalle idee di Fabian Nicieza e dai disegni di Rob Liefeld, fin dall’inizio è un personaggio ironico, chiacchierone, sessista (anche se nel film questo aspetto è più castigato). La sua formazione è irriverente, fuori dalle regole comuni, cresciuto a pane e serie tv. Segue comunque un codice comportamentale a suo modo etico, anche se lo fa con numerose e spesso rilevanti eccezioni, di cui magari non si compiace. E possiede una caratteristica che lo differenzia in modalità artistico-progettuale e molto raffinata da tutti gli altri personaggi Marvel e DC: è l’unico protagonista che dialoga direttamente col suo pubblico di lettori, sia sulla carta che al cinema.

È cosciente di essere un eroe disegnato. Ne è consapevole e “ci ragiona”, certamente non in modalità saputamente colta, ma sempre con quel fare scanzonato e impunito. Sempre senza distrarsi dalle missioni narrative, e soprattutto, senza interromperne il ritmo e l’efficacia cinematografiche. Di fatto tutto ciò lo pone in un livello letterario di elevata meta-testualità semiotica, direbbe il compianto Umberto Eco.

ryan-reynolds-deadpool-Il protagonista del film – e anche produttore – (USA, 2016) è Ryan Reynolds. Reynolds ha dichiarato che è stata proprio questa atipicità del personaggio ad affascinarlo e a convincerlo nel progetto. Una scelta, la sua, volta a proteggere il personaggiodai “cervelloni” degli Studios che l’avrebbero trasformato in ulteriore “eroe con tutina”.

Suo complice è stato il regista Tim Miller, il quale insieme ai due sceneggiatori Paul Wernick e Rhett Liefeld ha molto ben definito, fin dalle primissime immagini del film, il senso dell’operazione, padroneggiando la storia con una sicurezza, senza alcun vezzo o prosopopea d’artista compiaciuto.

DeadpoolCiò ha reso la pellicola accattivante e originale. Il regista ha usato non solo effetti fisici (SFX), ma soprattutto effetti visuali (VFX).Lo stile adottato mette insieme fin dall’inizio tecniche diverse come il fermo immagine (lo stop motion dei cartoni, anche se in live action), il ralenti e il flashback. Tutte tecniche che rimandano con intelligenza alla provenienza disegnata del testo. Ma il miracolo della loro efficacia “totale” è opera del montaggio, del sempre impeccabile Julian Clarke, canadese non ancora quarantenne, con una vasta esperienza professionale. Clarke ha saputo renderlo vertiginoso e scoppiettante, senza perdere il senso narrativo imposto. Missione difficile, perché si tratta di dare in più, in mezzo tutto quel rutilante insieme, lo spazio dovuto ai siparietti ironici, le “allocuzioni” al pubblico in sala, senza stemperare la forza e l’impatto dell’azione.

Molto si deve al carisma, la simpatia e consapevolezza intellettuale dell’attore protagonista, che ha perfettamente e fisicamente introiettato la sua complessità. Oltre a tutte le eccellenti professionalità tecnico-artistiche, di un certo impatto è la scenografia, affidata al production designer Sean Haworth, che ha saputo esprimere quell’atmosfera un po’ ingrigita, da periferie urbane, di gente e luoghi comuni, se non proprio di nerds, che caratterizza spesso l’identità del mondo Marvel e dei suoi eroi. Così spesso antieroi.


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