Dopo un ennesimo “salvataggio dell’umanità”, i danni collaterali, non solo su cose, ma soprattutto di vite umane, prodotti dagli Avengers destano preoccupazione e sgomento. Da qui la necessità di un controllo della loro attività. Iron Man, e alcuni degli Eroi, ne sono consapevoli e accettano; Captain America, e altri, rifiutano: gli Avengers sono divisi e si scontrano tra loro violentemente.cap-civil-war-stan-lee-178671

Dopo l’uscita di Batman v/s Super Man, tratto dall’universo espanso della DC Comics, targato Warner, ecco la risposta Marvel: che però ha un suo Studio, benché legato alla Walt Disney, che ne cura la distribuzione attraverso il marchio Buenavista. Perché porre attenzione (attenzionare, si dice con un sintetico neologismo) su questi fumettoni al cinema? Per diverse ragioni. Piacciono a tutti i pubblici del pianeta (Cina e India comprese) : e una qualche ragione di confezione, di resa, se non di partecipazione allo “spirito del tempo” (Hegel), ci sarà pure; e sarà opportuno riflettervi.

Poi è da considerare che questi film stanno salvando Hollywood. Si pensi che “Batman v Superman” ha incassato più di 836 mln di dollari, in tutto il mondo, Usa compresi (Worldwide), e ne è costato 250; e che il presente film ne ha già incassato quasi 700, a fronte di 250 di investimento, ed è ancora in sfruttamento.

E tutti gli altri film dei due universi della letteratura disegnata stanno marciando sui 900mln di dollari d’incasso in media: insomma una grande, salvifica boccata d’ossigeno finanziario: soprattutto costante e programmabile nel tempo. Infatti sono previsti piani di sfruttamento produttivi da qui al 2020; senza contare altri personaggi e storie, come quelli del riuscito e pimpante “I Guardiani della Galassia” o di “Deadpool”, o gli “X-Man”, o “Thor” che, pur essendo parte del multiverso Marvel, sono concettualmente distinti dai Supereroi che stiamo vedendo: e sui quali sono aperti altri cantieri. Hollywood, comunque, sta attraversando una grave crisi: i biglietti staccati, se non fosse per questi filmoni, sarebbero di numeri decrescenti: e non sono nemmeno sufficienti i nuovi introiti che vengono dall’Oriente, a rimpiazzarli. O per meglio dire: la produzione in sé, soprattutto per l’entrata in scena di nuovi soggetti che investono, tipo Sky Tv (che però è collegata alla Fox), Netflix o Amazon, si sta ampliando. Ma è per la tv.

Le nuove serie lì presentate sono di eccellente qualità cinematografica: anzi, sono le nuove forme di cinema: basti pensare alla VI di “Trono di Spade”, o, da noi, a “Gomorra 2”. E le sale? Che fanno? Chiudono? In realtà, la partita è del tutto aperta.

E questi filmoni sono una specie di ombrellone che proteggono le sale, specie, ahimé!, le multisale e i multiplex: le monosale quasi per niente.

Comunque permettono, restando aperte, di programmare altri film, magari diversificati per singoli segmenti di pubblico. Anche se per “tv “ non è solo da intendersi il tradizionale schermo, ma un terminale smart, che può essere anche connesso a internet, telefonino, tablet, notebook, computer: “ma è il progresso bellezza!”, si dirà parafrasando Billy Wilder/I.A.L Diamond.chris-evans-captain-america-civil-war-image

Però, una volta fatte tutte queste importanti considerazioni di economia e sociologia/cultura della fruizione cinematografica, si arriva, come accennavo all’inizio, sempre ad una domanda chiave: ma il film è bello? “E’ ten’ e’ qualità?” Perché se non c’è questo, si gira a vuoto, nonostante i milioni. Embé, che vi devo dire?, a me il film (USA, 16) è piaciuto.

I registi sono due fratelli, Joe e Anthony Russo, di origini italiane, ma nati a Cleveland, Ohio: quindi un po’ da provincia profonda, benché urbana. Essi, coadiuvati da due scafatoni, gli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, che hanno già molto (e bene) lavorato con la letteratura disegnata al cinema Marvel, hanno assai movimentato le dialettiche tra i Supereroi. Hanno inserito delle differenze di motivazioni, che esprimono delle diverse psicologie di fondo.scarletwitch

Iron Man, l’iconico e spiazzante Robert Downey jr è, diciamo così, più istituzionale: essendo erede delle industrie Stark, che lavorano per il Pentagono…; anche se fino ad un certo punto: poi ha sempre delle riserve, soprattutto quando si parla dell’omicidio dei genitori. In questo c’è qualcosa della sindrome-Batman, l’ossessione della vendetta: ma risulta solo in accenno, e avrà la lucidità di sottrarvisi.

Così Captain America, il bellone ma bene in parte Chris Evans, senza strafare, lasciando più spesso la scena a Iron Man, è nu guaglione… di 100 anni, come dirà ironicamente al suo coetaneo ex-nemico, ma sofferto e fragile, Soldato d’Inverno, l’attore Sebastian Stan; o ancora Scarlett Johansson, la Vedova Nera, sta con Iron Man: ma è combattuta e amica di tutti.

Poi c’è Vision, il più astratto, solenne e umano/non umano contemporaneamente dei personaggi Marvel: la sua complessità caratteriale è notevole, pur all’interno di un giocattolone fatto per divertire; è affidato al colto attore, di provenienza teatrale, l’inglese Paul Bettany.

Ma la furbata che più “spacca” è l’avere “buttato in mezzo” alla “disturbata” collettiva Spider Man e Ant Man. Il primo è riportato al testo originale di Rip Kirby: uno scavezzacollo “figlio di famiglia”, ironico e ribelle: e sarà il prossimo a uscire in un film suo, dopo la lunga parentesi Sony.

Poi c’è l’Ant Man del film già visto (l’attore Paul Rudd), imprevedibile e borderline. Le due new entries danno una botta di energia all’insieme: però non fanno perdere il filo della narrazione, che vede al centro Iron Man e Captain America: sono loro i portatori di idee contrastanti.

Il film assorbe questi punti di vista in una narrazione unitaria assai movimentata, in cui convivono ironia e riflessione su un tema assai spinoso: quello, appunto, dei danni collaterali. In che misura siamo disposti ad accettarli? E se coinvolgono vite umane? E’ chiaro che sono scelte volte ad evitare il danno maggiore: ma chi decide? E in base a quali logiche? Se noi pensiamo all’invasione dell’Irak del 2003….

Il film mette in chiara evidenza le criticità, anzi ne è la spinta drammaturgica, quantunque in un’ottica di alta e intensa spettacolarità, e senza dare soluzioni. Però ciò serve a dare un’impronta psicologicamente problematica alla narrazione, pur mantenendo un punto di vista corale e lasciando spazio alle elaborazioni dei singoli profili. In questo gli sceneggiatori sono stati abilissimi. Molto fluidi e plasticamente impressionanti gli effetti speciali, sia quelli meccanici (SFX), coordinati da Daniel Sudick, che, soprattutto, quelli ottico-visuali (VFX), curati da numerose companies specializzate: il cui coordinamento è stato affidato allo sperimentale e fantasioso Huseyin Caner.


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