Dalla fine del XVIII secolo ad oggi, ci sono state tre rivoluzioni industriali e siamo nel pieno di una quarta, anche se non ne siamo completamente coscienti. Ogni “rivoluzione” implica profonde trasformazioni in ambito economico, sociale, culturale e politico. Cerchiamo innanzitutto di riassumere brevemente le caratteristiche delle precedenti rivoluzioni industriali e l’impatto che hanno avuto sull’uomo per poi soffermarci sulla quarta.

La prima rivoluzione industriale risale nel 1784 quando in Inghilterra sono stati introdotti gli impianti di produzione meccanici nel settore tessile grazie all’energia idrica e a vapore. La seconda rivoluzione industriale parte nel 1914 con l’introduzione della produzione di massa grazie all’energia elettrica, dei prodotti chimici e del petrolio e all’utilizzo di nuovi sistemi di comunicazione e di trasporto. rivoluzioni industriali
La terza rivoluzione industriale inizia nel 1969 e svilupperà tutti i settori economici e industriali precedenti; ma sarà caratterizzata soprattutto dall’introduzione dell’elettronica, delle telecomunicazioni e dell’informatica consentendo una maggiore automazione della produzione. L’industrializzazione, partita dall’Inghilterra per poi estendersi nel giro di pochi anni in molti altri Paesi, ha innescato una serie di cambiamenti sociali. In generale, tutte le rivoluzioni si sono riverberate in tempi e con dinamiche ed effetti differenti nei Paesi che, per tradizioni, cultura ed organizzazione delle istituzioni della società, della politica e dell’economia, differivano assai l’uno dall’altro. Tuttavia la corsa all’industrializzazione ha rappresentato una vera e propria “sfida” tra le nazioni, per cui molti processi collegati – e di seguito appena accennati – sono stati pesantemente favoriti dai governanti, con la promessa più o meno esplicita di un “nuovo benessere” mai conosciuto prima, comportando, nel tempo, la mutazione dei rapporti di forza all’interno della società e conseguentemente della stessa classe dirigente.  Le innovazioni tecnologiche vennero impiegate nell’industria tessile e pesante (metallurgica e meccanica), e questo ha sempre comportato lo spostamento della popolazione dalle campagne alle città. La produzione crescente dei mezzi di trasporto ha portato ad un ampliamento dei sistemi stradali e ferroviari, la costruzione di navi sempre più grandi per solcare gli oceani e raggiungere più velocemente i Paesi colonizzati e rifornirsi delle materie prime da lavorare. Le scoperte nel campo della medicina migliorarono le condizioni sanitarie e igieniche, abbattendo i tassi di mortalità causate dalla peste, dal colera e carestie varie. Un sensibile prolungamento della vita media degli individui, un estendersi dell’alfabetizzazione, la disponibilità per un maggior numero di persone di beni e servizi vennero estesi anche a quelle classi meno abbienti che in altre epoche ne erano totalmente esclusi. La crescita demografica ha comportato una maggiore offerta e un incremento del PIL (prodotto interno lordo). Negli anni settanta poi, il progresso nel campo dell’informatica e delle telecomunicazioni ha consentito lo sviluppo del terziario ed è attualmente considerato il settore più importante dell’economia. Le rivoluzioni industriali quindi hanno portato ad uno stravolgimento delle strutture sociali che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali e al cambiamento radicale delle città.

Difronte a questo progresso sociale non sono mancati gli aspetti negativi. Per fare qualche esempio l’inglese Charles Dickens nei suoi romanzi aveva messo in evidenza una umanità disperata dagli spietati meccanismi produttivi imposti dalla rivoluzione industriale; il francese Émile Zola lamentava le miserevoli condizioni delle classi più umili nella Parigi dell’epoca; l’italiano Giovanni Verga denunciava il disagio e lo sfruttamento sociale del Sud Italia. Sopra tutti, le opere di Karl Marx e Friedrich Engels incideranno profondamente nel panorama politico internazionale poiché mettevano in evidenza come la condizione dell’uomo nella società capitalistica sia caratterizzata da una profonda alienazione. Temi peraltro ancora oggi molto dibattuti.

Quali sono invece le caratteristiche principali della quarta rivoluzione industriale che stiamo assistendo? Quali potrebbero essere gli impatti nella società?  La quarta rivoluzione industriale viene fatta partire convenzionalmente dal 2014 ed è basata principalmente sulla virtualizzazione e sull’interconnessione tra dispositivi intelligenti. Questo significa che l’innovazione digitale nei processi dell’industria sarà determinante e le macchine potranno sostituire l’uomo in molteplici settori lavorativi, come in parte sta già avvenendo. I robot sono impiegati non solo nelle industrie ma possono essere anche medici, operai, segretarie, cuochi, giornalisti, traduttori e così via. I robot, a differenza dell’uomo, lavorano 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, non chiedono ferie, ne aumenti e riducono notevolmente i costi di produzione portando efficienza, velocità e flessibilità. Inoltre è già una realtà il fatto che l’intelligenza artificiale consente ai robot di auto-ripararsi da soli senza l’intervento dell’uomo.
Due sono gli scenari che si potrebbero prospettare: da una parte il timore che i robot possano togliere lavoro agli uomini impoverendo la società e dall’altra c’è chi pensa che i robot potranno garantire ad ogni cittadino un reddito annuale in modo incondizionato. La velocità con la quale avanza il progresso tecnologico obbliga molti Paesi ad attuare una nuova politica sociale, ad investire nella digitalizzazione e ad innovare i programmi didattici nelle scuole per consentire alle nuove generazioni una formazione pronta per il futuro. Paesi che non si adegueranno alla quarta rivoluzione industriale resteranno pericolosamente indietro perché come dice Klaus Schwab, fondatore e presidente del WEF (World Economic Forum): “Non è più il pasce grande che mangia il pesce piccolo, semmai il pesce più veloce che mangia il pesce più lento”.


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