Cervelli in fuga e cervelli da studiare

La vicenda di Sabina Berretta, la ricercatrice catanese scartata a un concorso per bidello bandito dall’istituto universitario in cui prestava gratuitamente la sua opera, e poi diventata direttrice di un centro di ricerca sul cervello umano a Boston negli Stati Uniti, induce a un’amara riflessione sulla valorizzazione dei meriti nel nostro Paese.

La storia raccontata a la Repubblica dalla prestigiosa scienziata italiana risale certo a diversi anni fa quando, fresca di laurea, per mantenersi agli studi di specializzazione pensò di partecipare a un concorso per un posto di bidello in quello stesso istituto dove svolgeva ricerca e a quella selezione fu bocciata. Senza tema di essere smentiti, possiamo tranquillamente affermare che da allora in Italia non si è fatto quasi nulla per migliorare, soprattutto all’interno delle Università, i criteri di selezione dei ricercatori, privilegiando solo ed esclusivamente i meriti scientifici piuttosto che far prevalere quel cancro tipicamente nazionale costituito dalla raccomandazione.

Il mantra della meritocrazia è stato negli ultimi decenni la costante di ogni Governo, di qualunque colore politico, e il punto di forza di tutti i programmi elettorali di qualsiasi partito o movimento che si sia candidato alla guida della Nazione. Teoricamente, il sistema del concorso dovrebbe essere quello più idoneo a garantire trasparenza nelle procedure e imparzialità nella valutazione dei candidati. Eppure, soprattutto negli atenei italiani, il flagello dei cosiddetti baroni, ossia di quei cattedratici che determinano sostanzialmente la scelta dei collaboratori in base a criteri – familismo, segnalazioni, corporativismo –  che nulla hanno a che fare con gli effettivi meriti, ha determinato molto spesso la cosiddetta fuga di cervelli all’estero e un impoverimento della qualità della nostra ricerca.

Non tutti ovviamente possono permettersi la fuga all’estero, come invece accaduto nel caso della dottoressa Berretta; pertanto vien da chiedersi quanti valenti potenziali scienziati sono costretti a trovarsi un altro lavoro, mortificando le proprie aspirazioni ed impedendo al nostro Paese di compiere un salto nel campo della ricerca. Forse anche a questo è correlato, per esempio, il fatto che, rimanendo in ambito europeo, gli Inglesi vincano premi Nobel in maniera costante mentre lo stesso evento per i nostri ricercatori rimane invece un fatto isolato ed eccezionale.

Nell’intervista data a la Repubblica inoltre, la dottoressa Berretta rivela che quel concorso per bidello fu poi vinto da una sua collega, oggi pure lei valida ricercatrice: un dettaglio di questa storia che conduce a un’ulteriore riflessione sull’organizzazione della ricerca in Italia. Se uno scienziato è costretto, per inseguire i suoi sogni e coltivare la sua inclinazione, a ricorrere all’arte di arrangiarsi, sottraendo tempo alla ricerca per svolgere un altro lavoro pur di sbarcare il lunario e mantenersi agli studi, è evidente che il nostro sistema universitario ha, in tal senso, una grave lacuna. I giovani che evidenzino una particolare predisposizione per la scienza – il discorso poterebbe valere però per qualsiasi altra branca universitaria – andrebbero in realtà “allevati”, finanziati con borse di studio, pagati in maniera adeguata al livello del contributo scientifico che apportano, premiati per i risultati che riescono a raggiungere.

Al contrario, in Italia l’investimento nella ricerca scientifica è sempre misero in confronto agli altri Stati: si direbbe che la nostra classe dirigente non scommette sui propri più validi e promettenti giovani, i ricercatori appunto, dimostrando una miopia ingiustificabile per chi è deputato a programmare il futuro della società. Il corollario di questa impostazione politica sulla ricerca scientifica è che troppo spesso capita che i potenziali scienziati siano sfruttati dall’ente universitario, che utilizza il loro amore per la scienza facendoli lavorare gratis e magari attribuendo i meriti dei risultati raggiunti al titolare di cattedra piuttosto che agli effettivi autori delle ricerche e delle sperimentazioni.RICERCA SCIENTIFICA

E’ del tutto incomprensibile come uno scienziato debba svolgere il lavoro di bidello per poter ancora continuare a studiare, sottraendo energie fisiche e mentali alla sua attività principale e, paradossalmente, impedendo a una persona meno fortunata o dotata negli studi di aspirare a quel lavoro che potrebbe risolvere altri tipi di problemi.

La dottoressa Berretta, oggi, studia il cervello umano in un istituto americano ed ha lanciato un appello per la donazione di materia grigia ai fini dello studio dell’Alzheimer e di altre malattie che colpiscono la mente: magari potrebbe essere utile una ricerca anche sul cervello di quei politici e di quei burocrati creatori di un sistema di valutazione dei meriti che costringe i veri cervelli alla fuga dall’Italia.


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