Centri di Assistenza Straordinaria per rifugiati richiedenti asilo (CAS)

0

di Angelo Colangeli

Continuiamo il viaggio nel delicato e controverso mondo dell’assistenza ai Rifugiati nel nostro paese. Nelle prime due tappe dell’8 febbraio Quali e quanti sono i centri per i Rifugiati e del 14 febbraio Status di Rifugiato e obblighi dell’Italia,  sono stati illustrati sinteticamente il sistema e la normativa vigente che regolano la gestione dei Rifugiati. Oggi parliamo nello specifico dei Centri di Assistenza Straordinaria (CAS).

Centri di Assistenza Straordinaria (CAS). I centri di assistenza straordinaria sono istituiti dall’art. 11 del Dlgs. 142/2015 che prevede l’approntamento di misure straordinarie di accoglienza in “strutture temporanee” su disposizione delle Prefetture, “sentito l’ente locale nel cui territorio è situata la struttura” e con regolare procedura di gara pubblica. Ma nei casi di estrema urgenza, è consentito il ricorso ad affidamento diretto. La ratio è di far fronte a “arrivi ravvicinati e consistenti di richiedenti” che non sia possibile accoglierli nei centri di prima accoglienza o nella rete Sprar.

Il circolo vizioso dell’emergenza permanente. Leggendo il Piano di accoglienza del 2016 elaborato dal Ministero dell’Interno, nel 2015 il nostro sistema di accoglienza ordinario sarebbe stato in grado di far fronte alla domanda complessiva pari a circa 150.000 arrivi l’anno di rifugiati richiedenti asilo. Secondo il Ministero si è mantenuto così l’impegno per il progressivo superamento della logica emergenziale. I dati disponibili sembrano però dimostrare esattamente il contrario. Infatti, solo per citare la realtà della Provincia di Roma oggetto di diversi studi, rispetto al 2015 il numero di strutture temporanee presenti sul territorio a oggi risulta più che duplicato, così come il numero di persone in queste accolte.

Anche il tentativo di rendere ordinario il sistema di affidamento della gestione dei CAS, attraverso la pubblicazione di bandi di gara pubblici, è in gran parte non riuscito. Il che ha comportato, come si desume dalla lettura degli avvisi pubblicati nei siti delle Prefetture, l’inevitabile e conseguente prosecuzione della prassi di proroga agli stessi gestori, oltre che la necessità di ricorrere a nuove procedure straordinarie di affidamento diretto.

Va sottolineato che gli enti che si candidano a gestire i centri CAS, devono farsi carico del reperimento degli immobili da adibire a centri di accoglienza. La conseguenza è che possano più facilmente partecipare grandi enti con beni di proprietà da utilizzare, oppure che possano far fronte alle garanzie economiche dei contratti di locazione. Si è attivato così un circolo vizioso che ha portato diversi enti a gestire più di un centro. Si potrebbe citare l’esempio della Ati Senis hospes/Tre fontane che gestisce oggi ben 16 Centri di Assistenza Straordinaria.

Le gare al massimo ribasso. In un’ampia parte dell’opinione pubblica è consolidata l’idea secondo la quale le risorse destinate all’accoglienza dei rifugiati siano troppe, su indicazione del ministero dell’Interno la logica è di contenere il costo giornaliero di accoglienza per persona tra i 30 e i 35 euro. La pertinenza o meno di un determinato costo dipende anche dall’ottimizzazione delle risorse oltre che dallo stato e dalle dimensioni delle strutture. Certo è che dai racconti degli operatori raccolti in molte inchieste e ispezioni, si ha la sensazione che a garantire la sostenibilità economica dei Cas per i gestori siano il sottodimensionamento dell’organico, lo sfruttamento e la bassa retribuzione degli operatori, la manutenzione inadeguata delle strutture, l’erogazione di cibo scadente.

Una trasparenza insufficiente. Ricostruire il sistema di affidamento dei Centri di Accoglienza Straordinaria adottato dalle Prefetture non è semplice. Sebbene sia disponibile on-line la documentazione relativa ai diversi bandi pubblicati per definire gli accordi quadro con gli enti gestori, non sempre sono resi noti gli avvisi di aggiudicazione e i documenti di post-informazione, che dovrebbero informare sugli esiti dei bandi fornendo dettagli sugli enti aggiudicatari e sulle risorse effettivamente impegnate. Né sono pubblicati on-line i testi delle convenzioni stipulate con gli enti gestori.

Infine permane il problema, già denunciato da molti enti e associazioni, dell’accesso ai Cas da parte delle organizzazioni antirazziste e umanitarie non coinvolte nella loro gestione. L’accesso è diventato sempre più difficile, il rischio è quello di un ritorno alla situazione del 2011, quando l’allora ministro dell’Interno adottò una circolare che impediva l’accesso di attivisti e giornalisti nei Cie. Con un piccolo dettaglio: in questo caso stiamo parlando di strutture di accoglienza che ospitano richiedenti asilo, quindi non sottoposti a detenzione e liberi di uscire dai centri. cas

Il difficile rapporto con le comunità locali. La concentrazione dei Cas in aree spesso per lo più periferiche di grandi città, già gravate dalle disfunzioni prodotte da politiche locali poco lungimiranti, ha prestato spesso il fianco all’organizzazione di proteste da parte della popolazione contro l’apertura di nuove strutture, in alcuni casi spontanee, in altri meno. L’episodio più noto è quello di Tor Sapienza, dove nel novembre 2014 il centro di accoglienza sito in viale Giorgio Morandi, è stato oggetto di una violenta aggressione. Bombe carta, pietre e fumogeni sono stati lanciati all’indirizzo del centro. Una grande struttura su sei piani che ospitava un centro di prima accoglienza dedicato ai minori stranieri non accompagnati, un centro Sprar, una casa famiglia e gli uffici della cooperativa Un Sorriso, l’ente gestore.

Al di là delle possibili strumentalizzazioni politiche di queste proteste, preoccupa la facilità con la quale gruppi di cittadini esprimono la loro avversione all’accoglienza di rifugiati nel loro territorio, trattandosi a volte di piccoli gruppi di persone. Una grande responsabilità è sicuramente da ascrivere alla scarsa collaborazione tra Prefetture e municipalità coinvolte, con conseguente disinformazione dei residenti interessati. Si crea così terreno fertile per alimentare pregiudizi, risvegliare tabù e dare voce a gruppi e organizzazioni a sfondo razzista.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments