<<Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!>>
Nanni Moretti è rimasto celebre (anche) per questa battuta, una forse delle migliori della cinematorafia nostrana, pronunciata dal protagonista, Michele, in “Palombella Rossa” (1989)

Una lunga e personale battaglia contro l'<<uso criminale delle parole>>  la sua, già con “Ecce Bombo” (1978) e fin da “Io sono un autarchico” (1976), ma che proprio in “Palombella rossa” trova un punto di massimo assoluto (<<noi dobbiamo lottare contro il giornalismo, contro le parole sbagliate>>), con una pervicacia e convinzione che oggi potrebbero far sorridere, o addirittura destare sgomento. Ma cosa è avvenuto dopo quarant’anni? Se anche voi avete grossi problemi a sopportare chi si “rifiuta di capire” siete in ottima compagnia. Facciamo un salto in avanti e guardiamo ad un altro regista, molto diverso sotto tutti i punti di vista, eppure evidentemente molto simile per “vocazione”: questa ulteriore boutade, infatti, ci rimanda a quello che forse è stato il capolavoro di un altro italiano apprezzato anche – o soprattutto – all’estero, porta la firma di Paolo Sorrentino che, ne “Il divo” (2008), vera e propria autobiografia non autorizzata di Giulio Andreotti, realizza una efficace narrazione – sin troppo sopra le righe – di quello che è stato battezzato come passaggio dalla I alla II Repubblica.

Sorrentino la getta lì, nell’emiciclo parlamentare ad opera di un “onorevole” – mai titolo fu più abusato – che… andatevi a rivedere il film. non l’avete ancora fatto? peggio per voi.
Due importanti “fotografie”, quella di Moretti e Sorrentino, che, a distanza di quarant’anni, ci spiegano molto su quel che è avvenuto. Oggi?! Qui ed ovunque, in questo sempre più piccino “Occidente”, è vincente il “decisionismo purchè decida”, il “fare per fare”. Insomma, una nuova categoria del pensiero politico che è figlia del consumismo economico, culturale e sociale e che, proprio per quest’impotenza dovuta alla crisi economica e sociale, diviene sempre più violento nelle parole e nel linguaggio, così promuovendo, di qua e di là dall’Atlantico, appunto, una classe dirigente (ed il conseguente sottinsieme usa e gettapolitico) che fino a  trent’anni fa sarebbe stato inimmaginabile. Senza nessuna eccezione.
Ma cosa c’è alla base di questa involuzione? In estrema sintesi, si è avverata la profezia di chi metteva in guardia dal “vecchio vestito di nuovo”: una parabola che è durata quasi un secolo in Italia, molto di più o poco di meno in altri Paesi, in cui progressivamente si è assistito alla riduzione dell’essere umano ad elemento di mercato, dove ogni visione divergente è stata ridotta al silenzio. Uno degli effetti – che diviene causa della evidente accelerazione di questo processo – è noto nella denominazione ma oscuro nel significato e, soprattutto, nelle implicazioni: mi riferisco all’analfabetismo funzionale, sottile linea rossa che collega passato e futuro. Uno studio di qualche anno fa – se n’è parlato molto dal 2013, ma i dati sono comunque quelli – condotto dal PIAAC (Programme for the international Assessment of Adult Competencies) dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha messo a nudo aspetti preoccupanti che ci riguardano fin troppo da vicino. Al di là dei numeri e delle interpretazioni, una percentuale considerevole di Italiani interagisce limitatamente con la complessaleadersheep realtà contemporanea, ad ogni livello.Percentuale ampiamente variabile a seconda dello studio di riferimento (dal 30% addirittura all’80%), ma con un’uniformità di interpretazione allorquando si effettua una comparazione: l’Italia detiene incontrastata la leadership in Europa e tra i paesi “avanzati”. Il merito della discussione richiederebbe sin troppo spazio e, per gli approfondimenti del caso si rimanda al copioso materiale disponibile (anche online). L’auspicio, tuttavia, è che – anzicchè essere usata come instrumentum regni – l’ignoranza dei cittadini possa essere definitivamente messa al bando e dichiarata nemico pubblico numero uno da tutti coloro che ambiscono ad un ruolo di leadership ad ogni livello. Che sia questa la vergogna nazionale dalla quale niente e nessuno ci potrà affrancare?!
Chissà! Nel dubbio, parafrasando Daniele Luttazzi, un altro amato ed odiato interprete dei suoi giorni (anche lui come i precedenti qui citati massimamente ispirato dal confronto con la cultura d’oltroceano), potremmo dire che questo articolo è pubblicato in forma ridotta per venire in contro alle vostre capacità mentali…

Buonasera 😉


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