Caso Yara Gambirasio. Cos’è successo alla piccola ginnasta?

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Yara Gambirasio - Fonte: rainews.it
Protagonista della rubrica “Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità”, è oggi la vicenda che ha visto coinvolta la giovane Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre del 2010.
Yara Gambirasio - Fonte: rainews.it
Yara Gambirasio – Fonte: rainews.it
Ripercorriamo insieme i fatti:
Per la tredicenne è stata una giornata come un’altra, finita con il solito allenamento di ginnastica ritmica presso il Centro Sportivo di Brembate di Sopra, da cui esce alle 18.44. La cella di Mapello che dista tre chilometri da Brembate aggancia il segnale del suo cellulare cinque minuti dopo, e poi Yara sparisce.
Iniziano le ricerche, e il primo ad essere sospettato è un ragazzo straniero di origine marocchina, Mohamed Fikri, che lavora come operaio presso un cantiere di Mapello. Sembra infatti che in quel posto i cani molecolari abbiano fiutato tracce di Yara, e il 5 dicembre Fikri subisce un fermo a bordo di una nave diretta a Tangeri. I sospetti si sono focalizzati su di lui in seguito ad un’intercettazione telefonica, la cui traduzione, però, si rivela poi errata, e di conseguenza il ragazzo, che riesce anche a dimostrare che il viaggio in Marocco era stato organizzato molto tempo prima, viene considerato completamente estraneo ai fatti.
Tre mesi dopo, esattamente il 26 febbraio 2011, il cadavere della povera Yara Gambirasio viene accidentalmente ritrovato in un campo a Chignolo d’Isola da Ilario Scotti, un aeromodellista. Il luogo del ritrovamento dista da Brembate di Sopra ben dieci chilometri.
Il corpo della ragazza presenta numerosi colpi di spranga, almeno sei ferite da arma da taglio di cui una al collo, e un trauma cranico forse causato dal colpo con una pietra. Yara è stata anche marchiata con una X e una J. Fortunatamente non sono presenti segni di violenza sessuale, ma lo strazio è aggravato dalla supposizione che la morte non sia stata conseguente all’aggressione, ma dovuta al freddo e all’indebolimento causato dalle ferite.
Molte le ipotesi suscitate dal caso, che colpisce ovviamente l’opinione pubblica.
Si pensa addirittura al traffico di droga e a una vendetta della criminalità organizzata, dato che Fulvio Gambirasio, il padre di Yara, aveva testimoniato contro imprenditori collusi con la camorra, ma questa pista si rivela falsa.
Nel 2014, il 16 giugno, viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, che da quel momento diventa uno degli attori principali della vicenda.
Massimo Giuseppe Bossetti - Fonte: news.leonardo.it
Massimo Giuseppe Bossetti – Fonte: news.leonardo.it
Massimo Giuseppe Bossetti è un quarantaquattrenne incensurato, che come lavoro fa il muratore. Cosa c’entra quindi quest’uomo con la piccola Yara? Il fatto è che viene rilevata una corrispondenza di DNA tra il suo e quello trovato sulla biancheria della ragazzina, fino ad allora etichettato come appartenente a “ignoto 1”.
Duecentonovantaquattro prelievi eseguiti sugli indumenti della vittima di cui cinquantadue sulla biancheria intima. Sedici di essi hanno mostrato quindi una corrispondenza con “ignoto 1”. Ai fini di un’indagine “screening”, infatti, in molti si erano sottoposti al prelievo di DNA, e inizialmente le tracce erano state collegate a una persona che frequentava abitualmente una discoteca nei pressi di Brembate di Sopra. Parliamo di Giuseppe Guerinoni, un autista di Gorno che però era morto nel 1999, ma che poteva essere il padre genetico di “ignoto 1”. Una ventilata relazione di molti anni prima, ha portato all’individuazione della madre di “ignoto 1”, una donna con DNA compatibile.
Questa donna, Ester Arzuffi, ha due figli e a uno di essi, Massimo Bossetti appunto, viene prelevato il DNA, anche se tramite uno stratagemma. Il DNA corrisponde a quello di “ignoto 1”.
La difesa di Bossetti, negli avvocati Claudio Salvagli e Paolo Camporini, contesta però la prova genetica, sostenendo che nel campione esaminato manca il DNA mitocondriale che invece di solito è associato a quello nucleare.
La procura ritiene invece il test valido.
Pare inoltre che sul computer dell’accusato sia stato rinvenuto materiale pedopornografico.
Massimo Bossetti a sua discolpa asserisce che il trasferimento del suo DNA sui vestiti di Yara sia dovuto ad alcuni attrezzi che gli erano stati rubati sporchi del suo sangue per via di un’epistassi.
Anche l’indizio del furgone non appare certo. L’accusa sostiene che Bossetti a bordo del suo furgone sarebbe passato più volte davanti alla palestra dove si allenava Yara Gambirasio, e che vi avrebbe anche stazionato, mentre il Colonnello Gianpiero Lago dei R.I.S. ammette che il filmato è stato montato per la stampa e che non è sicuro che le telecamere inquadrino sempre lo stesso veicolo.
Marita Comi - Fonte: liberoquotidiano.it
Marita Comi – Fonte: liberoquotidiano.it
A confondere ancora di più la situazione ci sono altre persone che gravitano intorno all’indiziato, come la moglie di Bossetti, Marita Comi, che afferma che il marito la sera del delitto era a casa con lei, e la sorella gemella che avanza accuse di aggressioni che però la procura giudica infondate.
L’unico indagato rimane comunque Massimo Giuseppe Bossetti.
Il 28 febbraio 2015 le indagini vengono chiuse e per il sospetto viene chiesto il rinvio a giudizio. La difesa inizialmente chiede la scarcerazione, ma poi prende in considerazione il rito abbreviato e indica che sul corpo della vittima è stata ritrovata una traccia di DNA più corrispettiva di quella del loro cliente, appartenente a “ignoto 2”. Tramite il criminologo Alessandro Meluzzi quindi, la difesa contesta il processo di identificazione di Bossetti con “ignoto 1”, asserendo che il DNA potrebbe essere stato contaminato. Inoltre, sempre la difesa, contesta il fatto che il test del DNA è stato effettuato senza la presenza della difesa stessa, sebbene quando era stato tracciato il profilo genetico di “ignoto 1”, Massimo Bossetti non fosse indagato.
Il processo di primo grado inizia il 27 aprile 2015 nel Tribunale di Bergamo. L’accusa è quella di omicidio volontario, con l’aggravante del reato di calunnia nei confronti di un collega. Il GUP stabilisce quindi l’apertura del processo in Corte d’Assise, cosa che avverrà il 3 luglio dello stesso anno.
La difesa convoca più di settecento testimoni e sostiene che Yara Gambirasio sia rimasta vittima di un atto di bullismo.
Circa un anno dopo, esattamente il 1 luglio 2016, la Corte d’Assise di Bergamo condanna all’ergastolo Massimo Giuseppe Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, con l’aggravante della crudeltà, revocando al condannato la patria potestà sui tre figli.
Il risarcimento pecuniario ammonta a 1.300.00,00 euro di cui 400.000 euro a ognuno dei genitori della vittima, 150.000 euro a ognuno dei fratelli di Yara e 18.000 euro ai legali.
L’accusa di calunnia decade.

La difesa ha annunciato ricorso in Appello.

I genitori di Yara, Fulvio Gambirasio e Maura Panerese - Fonte: liberoquotidiano.it
I genitori di Yara, Fulvio Gambirasio e Maura Panerese – Fonte: liberoquotidiano.it

Il caso ha ovviamente scatenato l’attenzione dei mass media e del pubblico, sia per la vittima, giovanissima dallo sguardo innocente, a cui è stata rubata brutalmente la vita, sia per l’efferatezza dell’omicidio stesso.

Migliaia le persone che hanno partecipato al suo funerale il 28 maggio 2010; gremita la Chiesa in cui è stata celebrata la Messa dal vescovo di Bergamo Francesco Beschi, e in cui è stato letto un messaggio da parte del Presidente della Repubblica.

Ammirevole la dignità nel dolore dei genitori della piccola Yara, Maura Panerese e Fulvio Gambirasio.

Un omicidio il cui esito finale è ancora incerto.

Paola Bianchi


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