Nel luglio del 2010 sollevavo il caso sulla reale percezione nei consumatori dei prodotti a denominazione d’origine chiedendomi pleonasticamente a cosa servisse un marchio di provenienza senza adeguate attività che cementassero il valore della loro unicità. E non parlavo solo d’informazione, di storytelling di luoghi e produttori o di luccicanti vetrine in autocelebrazione ma di una vera e diffusa somministrazione culturale che, partendo dal basso e attraverso la didattica, si trasformasse in capitale di conoscenza e di appartenenza. Erano i tempi delle mozzarelle blu tedesche, oggi passate all’oblio, che imperversavano senza ritegno tra i banchi del fresco di molti supermercati.

Dopo le note truffe americane, negli ultimi giorni, è montato – giustamente – lo sdegno nazionale per una decisione comunitaria infelice e incomprensibile: pare che i pomodori prodotti in Belgio, magari con moderne tecniche fuori terra e in impianti all’avanguardia,  possano ostentare – senza rischio di mistificazione – l’etichetta di “Pomodoro San Marzano”.

Il genoma è lo stesso, senza dubbio, ma manca tutto quello che lo rende unico: la provenienza.

Approfondiamo il concetto spiegando cosa c’è dietro la provenienza.

Un prodotto agricolo Dop ha caratteristiche assai precise che lo vincolano ai luoghi di produzione: le caratteristiche chimico-fisiche dei terreni, la stagionalità, le tecniche di coltivazione e la maturazione naturale sono solo alcune di esse, senza citare la cultura tradizionale e l’economia locale che ne identificano la peculiarità.

Sono caratteristiche che sulla carta risultano indiscutibili e costituiscono l’ossatura dei disciplinari che regolano la materia, profilo ben definito a cui un prodotto in area Dop non può prescindere senza correre il rischio di restarne fuori.

Ma poi, a leggere i comunicati ufficiali, scopriamo che la Dop “Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino”  è riservata al prodotto lavorato, cioè al pomodoro pelato e conservato in banda stagnata o vetro, e non al prodotto fresco, e restiamo di stucco.

In pratica “la Commissione europea non ha ricevuto nessuna notifica di violazioni riguardo l’etichettatura o la commercializzazione del Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino” precisano le fonti UE e quindi “la varietà San Marzano è una varietà come quella del ‘cuore di bue’ o del ‘ciliegino nero’ e come tale si può produrre dovunque” pertanto “quelli coltivati al di fuori dell’Italia non devono indicare o suggerire sull’etichetta che sono di origine italiana o rispettare il disciplinare del Dop, usando ad esempio una bandiera italiana o il logo del Dop”.

Rosso San Marzano in vetro

Belle parole, come se non bastassero già le difficoltà dei consumatori ad orientarsi tra qualità, prezzo e tracciabilità reale di prodotti primari come olio, carne e latte.

“Giocare sull’equivoco, in una condizione d’ignoranza generalizzata nella filiera del consumo, è quanto di più torbido e politicamente scorretto si possa immaginare.”

Il ruolo della politica e di tutte le organizzazioni preposte sul campo  è quello di salvaguardare i consumatori difendendo le produzioni di eccellenza riconosciute che, specie nel settore agro-alimentare e nel meridione d’Italia, sono il motore di una economia purtroppo fragile, spesso di carattere familiare, ma sicuramente eroica.

Per farlo bisognerebbe spendere peso specifico nei luoghi giusti di Bruxelles e liberarsi da penosi vincoli di opportunità commerciale che troppe volte ci obbligano supini alla volontà delle majors della distribuzione comunitaria.

In predicato non osiamo pensare agli scenari che ci riserveranno gli accordi transoceanici che si delineano in ambito TTIP.

PS: Inquieta il paradosso che l’Unione Europea finanzi parallelamente il progetto dei presidi Slow Food tra i quali campeggia, a pieno titolo, il Pomodoro San Marzano (prodotto fresco).

 

 


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