Lo scorso 21 aprile si è chiuso il processo, svoltosi con rito abbreviato, per l’omicidio di Davide Bifolco, il sedicenne di Rione Traiano – quartiere popolare della periferia di Napoli –  ucciso il 4 settembre 2014. Il carabiniere Giovanni Macchiarolo, che quella notte aprì il fuoco in circostanze non ancora chiarissime, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione ed all’interdizione quinquennale dai pubblici uffici. La sentenza, con cui il gup Ludovica Mancini ha condannato il militare a scontare una pena di un anno più gravosa rispetto a quella richiesta dal pubblico ministero, è stata definita esemplare dal legale della famiglia Bifolco, Avv. Fabio Anselmi, soddisfatto della pronuncia a cui si è giunti nonostante il procedimento rocambolesco e le approssimative indagini del PM, ostativi alla possibilità di fornire la prova della volontarietà dell’omicidio. L’esito giudiziario è stato accolto diversamente dalla madre del giovane e dai ragazzi dell’Associazione Davide Bifolco, radunatisi dinanzi al Palazzo di Giustizia per manifestare, con toni abbastanza coloriti, il proprio dissenso.corteo

La vicenda è stata oggetto di un grande interesse mediatico fin dalle prime battute. A tal proposito, in occasione di una conferenza tenutasi il 18 aprile presso la facoltà di Giurisprudenza, Anselmo ha dichiarato di accettare di buon grado le critiche di chi gli biasima di “iniziare i processi sui giornali”. Sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica, in simili casi, è indispensabile ad impedire che, una congenita reticenza ad indagare in maniera approfondita ed imparziale conduca, fra gli scudi di un generale silenzio-assenso, ad una inevitabile archiviazione. Assolutamente inopinabile tale punto di vista, a maggior ragione se sostenuto dall’esperto difensore di Uva, Aldrovandi, Cucchi. D’altro canto, proprio il sottoporre agli occhi della moltitudine una situazione così delicata è stato foriero di incidenti di percorso non certo trascurabili: la campagna di criminalizzazione sulla cui scia, all’indomani della tragedia, maturava l’idea che le foto estrapolate da un profilo social di un adolescente potessero essere indice della sua pericolosità sociale; L’allestimento del ridicolo teatrino sul cui palcoscenico lottano i “sottoproletari” di ultima generazione e i “fedelissimi” della Benemerita o della “patria”.acab

Al di là degli schieramenti ci teniamo a prendere le distanze dalla banale considerazione proveniente dall’interlocutore medio: “Rione Traiano è una zona pericolosa, se girate in tre sullo scooter e tirate dritto al posto di blocco ve la andate a cercare”. Il discorso non regge, dato che non è prevista la pena di morte per le suddette infrazioni e che, applicandosi le medesime leggi in vigore in qualsivoglia quartiere o città del Paese, di omicidio indubbiamente si tratta, non riscontrandosi cause di giustificazione. Pur ammettendo un sentimento compassionevole nei confronti di un pubblico ufficiale che, in seguito all’interdizione, andrà probabilmente incontro alla perdita del posto di lavoro, è indiscutibilmente da punire, quantomeno, la sua imperizia. Un evento del genere provoca un estemporaneo “corto-circuito”: il diritto alla vita che dovrebbe rinvenire nello Stato il suo sommo protettore, viene oltraggiato per errore di un suo rappresentante. Come fare per scongiurare il ripetersi di tali episodi? A nostro avviso, più della comminazione di sanzioni esemplari, ad assolvere questo compito sarebbe più idonea l’adozione di adeguate misure preventive, relative, ad esempio, a migliorare la preparazione delle forze pubbliche che operano in determinati contesti. Chi presta servizio in una zona in cui si aggira un latitante (come nella fattispecie che abbiamo delineato) è costretto a subire uno stress psicologico non sopportabile per l’uomo comune, e quindi è d’uopo fornirgli gli strumenti per agire con un margine d’errore pari a zero. Anche in questa maniera si potrebbe allontanare l’alimentazione di una generalizzata sfiducia nelle istituzioni, gettando  le basi di una rivoluzione culturale, antitetica a quella sottoculturale delle contrapposizioni.


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