New York, Natale 1952. Therese, giovane di belle speranze intellettuali, è alquanto confusa sulle sue scelte di vita, sentimentali e non. Precaria in un grande magazzino, incontra la bella, matura, infelice e distinta Carol. Ed è subito travolgente amore a prima vista.

Il film, “Carol” (USA, 2015) è tratto da un romanzo del 1952 della nota scrittrice americana Patricia Highsmith (1921-1995), i cui lavori letterari hanno trovato grande fortuna nel cinema. È diventata famosa per i suoi gialli che, al modo dei report di “un’entomologa”, osservano “come dall’alto e con distacco” le ombre di cattiveria e di distruttività individuale e sociale, quelle ombre che si agitano nelle pieghe nascoste del sentire della cosiddetta “gente comune”. La stessa autrice ha scritto anche opere totalmente diverse, come nel caso di “Carol”, in cui il “mistery” è solo di ricerca psicologica interiore. Non esiste alcun elemento che non sia legato alle riflessioni dei personaggi principali, e sulle loro implicazioni familiari.

Il libro in realtà fu pubblicato con un altro titolo, e l’autrice scelse lo pseudonimo di Claire Mogan. È evidente che gli editori posero problemi alla scrittrice di gialli per la pruderie della tematica dell’amore saffico. Ma il novel, molto ben scritto, continua ancor oggi ad avere successo, e la scrittrice lo ha ripubblicato col suo nome vero. Per la riuscita di questo film, è stato molto importante il lavoro della sceneggiatrice Phyllis Nagy, nota per essere da tempo e con successo inserita nell’ambito tv.

Il testo letterario, oltremodo introspettivo, è stato abilmente sceverato nei suoi nessi portanti. È stato essenzializzato sugli atti che portano in avanti la storia d’amore e in questo ha rispettato profondamente la sostanza narrativa del libro. Già i dialoghi letterari erano relativamente pochi, mentre abbondavano quelle descrizioni “laterali” di contesto psicologico che, soprattutto a partire dalla sensibilità della giovane, davano il senso delle scelte di tutte due le donne accompagnando il processo di “mise en abime”, ovvero dell’entrare nel profondo della passione. Il punto più alto è quel trafiggersi reciproco lo sguardo, pieno di passione ma anche di tenerezza e di completo e fiducioso abbandono nel corso della loro “prima notte di quiete”, quando portano a compimento totale il loro amore.

Il regista, colto e ormai autore Todd Haynes, ha accompagnato questo percorso con una delicatezza espositiva straordinaria. Ha potuto svolgere un finissimo lavoro di analisi comportamentale, grazie anche al contributo fondamentale delle due attrici protagoniste: la esile, fresca, dubbiosa di sé, ma combattiva Rooney Mara e la esperta e consapevole  di mondo e di vita, affascinante, generosa Cate Blanchett. La prima è un’attrice completa, premiata a Cannes  nel 2015, che ci ha già colpito nei panni “selvaggi” di Lisbeth di “Millennium” (USA, 2011) e altri film in camaleontiche sembianze. La Blanchett, invece, è una star di rilievo internazionale, e con questa interpretazione ha ricevuto l’ennesima candidatura ai Golden Globe.

Fondamentale la qualità della regia, la cui bravura sta nell’essere riuscita a ricostruire una New York anni ‘50 di ineccepibile verità. La scenografia, essenziale, che possiede l’esattezza calviniana di  un panorama dell’anima, ha avuto la collaborazione tecnico-artistica del grande Judy Beckler. Perfino i costumi curati da Sandy Powell hanno la concisa espressività dell’essere dei personaggi. Eccezionale fotografia, quella di  Edward Lachman, uno dei più apprezzabili e sperimentali fotografi americani. Il suo estro ha dispiegato una luce che da una parte “accarezzava” le attrici, e dall’altra ha creato quella sorta di ombra polverosa che immaginiamo nelle foto di quegli anni. Ha ricreato una vera e propria atmosfera storica.

Su questo compiuto scenario il regista ha messo in essere una versione moderna e originale del cinema di Douglas Sirk (il grande regista di mélò anni ‘50 e ‘60). E non si tratta di una copia, ma di una messa in scena di ricerca e approfondimenti sulle motivazioni profonde dei sentimenti, utilizzando un sentire che comunica aldilà del tempo.

 


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