Carloforte: storia di pirati e schiavi

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All’alba del 3 settembre 1798, da quattro sciabecchi e una galeotta, un’orda di 4/500 corsari barbareschi sbarcò sull’isola di San Pietro e mise a ferro e fuoco l’indifesa Carloforte, trascinando via, dopo due giorni di saccheggio indisturbato, 933 prigionieri, che avrebbero sofferto la schiavitù per circa 5 anni in terra d’Africa.

L’Invasione e la razzia

… Incatenavanvasi i vecchi, i fanciulli e quali trovanvosi giagenti nei loro letti in quell’ora avanzata della notte. Le donne avevano a patire onta e villania; alcune di quelle disgraziate furono trafitte dal pugnal dei barbari in sul loro stesso letto, perché avevano ricusato gli immondi loro abbracciamenti…

…ottocentotrenta popolani erano al tempo stesso raccolti; e seminudi e martoriat in ogni maniera cacciavansi e stipanvasi come supplemento di zavorra a caricare le sentine delle navi tunisine. Ciò oltre ai morti, i cadaveri dei quali e molti fanciulli si trovarono dappoi gettati nelle vie. Degli arrestati avevavi più della metà fra fanciulli e donne. Una di queste, svenuta in quell’atto guardavasi dai barbari come già morta e buttatavasi a mare…>>

(così ci racconta lo storico Giuseppe Manno – Alghero, 17 marzo 1786 – Torino, 25 gennaio 1868)

Terminato il reclutamento del bottino umano, il saccheggio delle case. Rapinarono quanto poterono; devastarono e profanarono quello che erano costretti a lasciare. Mentre i pirati compivano indisturbati le loro gesta sulla popolazione inerte e atterrita, trascinando a preferenza le giovani donne e i bambini; mentre nelle case si faceva rapina d’ogni masserizia e di denaro, frutto dei risparmi di quei disgraziati, qua e là si verificavano scene tragiche e dolorose, delle quali si conserva ancora memoria.

Ricorderemo: Agostino Bracci che, trafitto da vari colpi di yatagàn, trovò la forza per rientrare col favore delle tenebre nella sua casa devastata e miracolosamente si salvò; Maddalena Ageno, disperatamente avvinta al cadavere del marito, dal quale non riuscirono a staccarla gli uccisori di lui, venire dai medesimi sgozzata e inchiodata a lui; Maria Armeni, che, ferita da una fucilata, vide portar via il suo uomo e morirle vicino, soffocato, il proprio bimbo ancora lattate; Rosa Parodi, che attendeva un bimbo, uccisa mentre invano implorava misericordia per la creatura ancora in seno; ed ancora Anna Leone che trasportata ferita mortalmente su una tartana, fu lasciata morire senza cura alcuna.

LA SCHIAVITU’

Il carico umano fu trasportato a La Goletta l’8 Settembre ed indirizzato verso Tunisi. Una parte del racconto di Giacomo Mongiardino, vice console di Olanda e Danimarca, ridotto anch’egli in schiavitù:

“...Insomma non sono esprimibili le crudeltà e i maltrattamenti fatti non solo ai rappresentati delle nazioni amiche (erano stati presi come schiavi anche i diplomatici. NA) ma a tutte le mogli e figli in generali, non solo nei due giorni che si stette a bordo in questa rada, ma pendente il tragitto in cui convenne soffrir la fame, sete, nudità e anche dolore vedere questi barbari gettare in mare delle persone semivive, in numero tanto più grande che gli empi, esultando dil lor tal prodezza, dicevano che se l’occasione portava, ne avrebbero fatto altrettanto dei vivi…

lascio alla riflessione di un cuor sensibile la perfidia di quei barbari, e le pene del nostro viaggio, che durò cinque giorni e sei notti passati più con il bastone che con il pane.
Si giunse finalmente alla goletta di Tunisi…

…Il Raisi comandante obbligò tutti i bastimenti neutrali che trovavasi alla Goletta di andare al lor bordo per discendere a terra noi infelici più morti che vivi tanto per il cattivo trattamento, come per no avere mai visto mare e maggiormente sul riflesso di un si improvviso cambiamento, separazione d’ogni qualità di di parentela, sentimenti e pene di mogli, mariti e figli già cibo per i pesci, spogliati di tutti i panni e d’ogni sostanza, ridotti in tal guisa famelici ad una selle più barbare schiavitù…”

La Goletta ( Tunisi)

Qui giunti, furono separati gli uomini dalle donne ed iniziate le pratiche per il riscatto, cui presero parte i Consoli delle nazioni europee a Tunisi e particolarmente quello dell’Olanda, sig. Njssem. Il primo progetto fu inviato a Cagliari per mezzo dei viceconsoli Giacomo Mongiardino e Sebastiano Plaisant, schiavi pure essi.

Le trattative furono lunghe e piene d’ intralci vuoi per le eccesive pretese del bey, vuoi per l’impossibilità contingente per L’Erario Sardo, e si trascinarono per più di 4 anni, nonostante l’interessamento vivo dei vari consoli e dello stesso Napoleone Bonaparte.

Partecipò a queste trattative il vecchio Conte Giovanni Porcile, padre dell’Amm.Vittorio, il quale però non poté veder compiuta la sua infaticabile opera, che si spense, nel pieno della frenetica attività in favore dei concittadini in cattività, a Tunisi dove rappresentava il Re di Sardegna, il 29 Settembre 1799. Finalmente nel giugno del 1803, superate le mille difficoltà e a volte molte titubanze ed egoismi, i Carolini ottennero la liberazione e poterono risalutare la loro terra.

Lapide nella chiesetta della Madonna dello schiavo – Carloforte.
Posata in occasione del 250° anniversario della fondazione di Carloforte.

La Favorita

Non tutti  i Carlofotini fatti prigionieri ritornarono alle loro case. Alcuni perché morti in terra tunisina, pochi altri per scelta, tra questi spicca la figura di Francesca Rosso che, all’età di 16 anni diventa la favorita del Bey e, qualche anno dopo, madre di Sidi Amed Bey, uno dei sultani più illuminati del regno Ottomano, che regnò per 24 anni.


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