Calcio e politica. La democrazia nel pallone

Negli ultimi anni osserviamo come due campi di interesse, come Calcio e Politica, apparentemente molto distanti, riescano in modi sempre inediti e inaspettati a creare canali di comunicazione reciproca. Qualcuno rabbrividirà quando si accorgerà che a scrivere questo articolo è stata una donna, ma questo è #AroundTheCorner.

Calcio e politica, l’oppio e il sale delle contraddizioni contemporanee, due universi apparentemente paralleli. Uno più dell’altro detiene capacità di mobilitazione e senso di appartenenza della popolazione. Per intenderci, indossare una maglia non si configura come la condizione in cui il soggetto inizia a sposare un ideale, ma soltanto come l’accettazione passiva di un codice valoriale legato alla storia e all’identità di una squadra… di calcio.

Al momento dell’approvazione del JobsAct, per esempio, in pochi sapevano di cosa si trattasse e cosa avrebbe significato per i lavoratori. Quando, un mese fa, l’Italia ha perso la sua occasione per entrare a far parte della rosa dei partecipanti ai Mondiali 2018 in Russia, nessuno ha rinunciato a esprimere il proprio dissenso, dolore, rassegnazione, sui social network, inscenando una situazione paragonabile ad un lutto nazionale e, a volte, addossando anche la colpa a esponenti del governo. Mentre gli occhi dei più vengono rivolti alla competizione sessuata al maschile, la nazionale femminile è prima nel suo girone di qualificazione verso i Mondiali 2019.

Per questa ragione non stupisce che qualcuno abbia ben pensato di sfruttare l’occasione per racimolare possibilità: Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono tra questi. Secondo il suo punto di vista, la disfatta calcistica è ricollegabile alla presenza di una ingente percentuale di stranieri in campo e, più in generale, all’interno di tutto il circuito calcistico italiano, dalle giovanili alla Serie A. Qualche tifoso dell’Inter avrebbe dovuto dissentire viste le parole di Muggiani del 1908, momento in cui un gruppo di dirigenti del Milan, ribellandosi alla scelta di non includere in squadra calciatori stranieri, fondarono il nuovo club a vocazione internazionalistica: «Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo». Da ricordare, poi, la sentenza Bosman, attraverso cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea regolamentò, nel 1995, il trasferimento dei calciatori nelle federazioni europee. Come conseguenza, il provvedimento impedì ai club calcistici di imporre un tetto massimo al numero di stranieri in squadra, qualora fosse risultato discriminatorio verso i giocatori appartenenti a stati dell’UE.

La tendenza è diventata quella di aspettarsi inconsciamente che i calciatori prendano scelte politiche, anche se non vengono pagati per questo; sono atleti professionisti che corrono dietro un pallone e provano a segnare nonostante la resistenza della squadra avversaria e del portiere. Lungi dal loro interesse quello di schierarsi e di creare fazioni interne, così come esporre le proprie idee pubblicamente rischiando un allontanamento/avvicinamento da parte di frange della tifoseria. Certo, è capitato nel corso della storia che qualche allenatore (Sarri ne è un esempio) o qualche calciatore (tra cui si annoverano il brasiliano Socrates da un lato e Buffon dall’altro) abbiano dichiarato pubblicamente la fede politica; altro discorso è quello di aspettarsi un atteggiamento politico a tutti i costi. Un po’ come se venisse chiesto, al contrario, a esponenti delle istituzioni di dichiarare, a loro volta, la propria preferenza calcistica. Pochi giorni fa George Weah, ex attaccante del Milan, ha conquistato il 61% dei consensi venendo eletto nuovo presidente della Liberia.

Calcio e politica sono diventati affini. La necessità è certamente quella di non confonderli, ma, ci si domanda se la politica debba iniziare a prendere ispirazione dalla capacità di coinvolgimento che a oggi appartiene al calcio. Oppure no. Siamo arrivati al punto in cui non ci perderemmo per nulla al mondo il derby del cuore, ma chissenefrega chi si assenta in aula il giorno in cui bisogna votare lo Ius Soli; conosciamo tutti i sistemi di attribuzione del punteggio in base alle partite vinte ed ai goal attribuiti, ma poco o nulla dei programmi elettorali che si scontreranno il 4 marzo. I partiti, i movimenti, i sindacati dovrebbero ritrovare l’essenza del campo, le persone dovrebbero tornare a tifare per un’ideale. Fino a sperare che fare politica, interessarsi alla democrazia e al bene comune vengano considerati al pari della partita più importante del campionato.

Pasolini, 3 gennaio 1971:

«Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico»

 

Le foto nell’articolo sono prese da www.google.it


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