Si conta in circa un milione di voti lo scarto tra remain e leave – a favore di quest’ultimo -, una briciola se paragonata ai circa 510 milioni dell’UE a 28. Poco meno di un battito di farfalla in un mondo mai come oggi connesso e globalizzato di 7,5 miliardi di abitanti. Eppure questo “imprevisto” che arriva dalla capitale della finanza mondiale, oggi mette di fronte tutti ad un futuro meno certo, per quanto possibile, di quanto non lo fosse già ieri. In queste ore, come era facile aspettarsi, tutti gli scenari si stanno realizzando: si scatenano le frange anti-europeiste di tutti gli stati, mentre, con lo stesso tempismo, altri rientrano verso un più pacato possibilismo (“bisogna cambiare l’UE da dentro”), ed addirittura – si pensi alla Scozia, all’Irlanda del Nord od alla piccola Gibilterra – c’è qualcuno che, pur di non rinunciare all’Unione, starebbe valutando la scelta indipendentista [dalla Gran Bretagna, NdR]. Insomma, grande confusione sotto il cielo. Nel frattempo le valute segnano un “muro”, con la sterlina che crolla rispetto a tutte le altre, e gli indici di borsa tracollano, lasciando sul campo perdite a due cifre per il momento peggiori di quelle nate dalla crisi della Lehman. I timori dei media e dell’establishment, sottotraccia fino a ieri sera, si sono trasformati in dichiarazioni perplesse e confuse, che al contempo cercano di riportare tranquillità e malcelano un vuoto di certezze appena oltre il cono dei riflettori. Tant’è che non si contano più le riunioni convocate con la massima urgenza in ogni ente, autorità ed istituto del globo. L’astensionismo di questa tornata referendaria si è però ridotto ad un terzo se paragonato con l’ultimo evento elettorale paragonabile – elezioni europee del 2014 – e di circa il 10% in rapporto alle elezioni politche dell’anno scorso, segno che c’è un sentimento diffuso in Gran Bretagna – in particolare in Inghilterra, e fatta eccezione per Londra – che l’Europa è percepita più come un problema per i cittadini, che come beneficio. Il dato andrebbe però rivisto alla luce di considerazioni che sono necessarie sebbene più articolate: l’elettorato britannico dovrebbe rappresentare nell’immaginario collettivo l’enorme paradosso di un’entità sovranazionale – la UE – intenta ad occuparsi più di una parte dei suoi cittadini – piccola e benestante – piuttosto di una fetta enorme, classe media o working class, che da almeno un decennio sconta una crisi senza precedenti che non è solamente economica, ma senz’altro di rappresentanza e, se vogliamo, indice di un “vuoto culturale” che segna la fine di un’epoca di passaggio che dura da forse cinquant’anni. Oggi il quadro che si può delinare è abbastanza chiaro: una parte della popolazione dei paesi europeri si sente fuori dai giochi, non ha nessuna intenzione di ridare fiducia ad alcuno e rappresenta il nocciolo duro dell’astensionismo; un’altra parte è comunque fiduciosa in un assetto tradizionale che vede lentamente svanire all’orizzonte riferimenti culturali, personaggi e partiti politici; infine una terza parte che ha ancora una speranza di cambiamento, ma che non necessariamente ha possibilità di essere rappresentata in un contesto in cui la rappresentanza è addirittura stata svuotata di significato. Queste tre forze convivono in maniera tanto contraddittoria quanto naturale in ognuna delle tornate elettorali qui ed altrove, e rappresentano il caos della democrazia alla fine dell’era post-moderna. E l’esperienza britannica ci dice che questo stato di cose non è governato dalla politica – si pensi al premier Cameron che, cavalcato a fini elettorali il brexit, appreso l’esito della votazione si è immediatamente dimesso -, nè dai mass media, nè tantomeno è compreso dagli analisti. Per farsene un’idea basterà farsi un’affacciata all’edicola, per vedere cosa commentavano i giornali di oggi…


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