A Beautiful Day | L’Opinione

Joe è un reduce, con seri problemi di bipolarità. Vive con la madre, che cura e protegge con amore. E’ un freelance, deciso e brutale all’occorrenza, che “risolve problemi”: scomparse, rapimenti, recupero crediti. Assume l’impegno di ritrovare una ragazzina, scappata o forse rapita, ma le cose s’ingarbugliano.

Questo strano, non ordinario e, per certi versi, misterioso film (UK-USA, 2017), è tratto da un romanzo preesistente di Jonathan Ames, edito anche in Italia. Tuttavia è ben fatto e ci “tiene”. Regista e sceneggiatrice ne è l’inglese, in realtà scozzese di Glasgow, Lynne Ramsey: anche se non in possesso di una corposa filmografia, ha diretto film e corti di qualità che l’hanno fatta “attenzionare” dai circuiti europei del cinema colto e festivaliero, nei quali è molto stimata. A lei si deve il drammatico, disturbante e spiazzante “..E ora parliamo di Kevin” (2011), dove il comportamento di una giovanissimo autore di una strage è indagato dal punto di vista spietatamente introspettivo della madre, una memorabile e straziante Tilda Swinton.

Forse è per la sua formazione e origine non propriamente inglese, che ha sempre coltivato e sviluppato propensione e capacità di assumere “altri” sguardi rispetto a quell’ordinarietà mainstream sia concettuale che narrativa, che ci si poterebbe aspettare nel cinema. Qui il protagonista, da veloci, potenti e invasivi flash-back, si vede che ha subito traumi infantili da violenza e condizionamento psicologico paterno, in cui la madre era vittima insieme a lui. Traumi che si sono saldati e sommati a quelli di guerra, dove ha assistito a stragi, e forse vi ha partecipato attivamente, che l’hanno scosso e segnato nel profondo.

Però la ricognizione e l’assemblaggio di questi materiali visuali sono costruiti benissimo, dal punto di vista del montaggio, e assumono una dimensione esplicativa del personaggio. Si configurano come immagini che ci restituiscono schegge di pensiero che lo invadono all’improvviso. E che costruiscono compiutamente, quasi senza che noi ce ne accorgiamo, elementi importanti, che in sostanza definiscono la personalità assai singolare e composita del protagonista. Nella stessa forma di come sono espressi i suoi sentimenti rispetto alle angosce del vivere, sono destrutturate le sequenze di azione e di violenza.

Non c’è alcuna coreografia magniloquente, con ralenti ed effetti insistiti. Essa si presenta trucida e feroce. Ma è come spezzettata, vista, sogguardata in frammenti di specchio, per dettagli resi in brevi flash, non rallentati, ma oggetto di improvvisa quiete: una sorta di fugaci stop motion, talvolta da angolature sghembe e molto ricercate, arrestati e casualmente imprigionati nel flusso del pensiero e della memoria. Danno un effetto quasi psicotico: si manifestano a noi come una specie di delirio del protagonista. E’ una scelta stilistica impressionante per la sua efficacia, rispetto alla visione con cui la regista, e, su sua indicazione, il suo bravissimo montatore Joe Bini, hanno caratterizzato l’originalità della narrazione.

C’è da dire che il montatore J. B., ha lavorato nel cinema di realtà, ma anche col visionario Werner Herzog, con cui ha dato vita, allo stesso modo di questo film, a immagini dalla inquietante fugacità onirica nel mentre rincorrevano e riproducevano la realtà; e ha già lavorato con la regista. E’ un film che riflette sulla disperazione di un’anima dilaniata: non indaga sul sociale. Però la società, i suoi livelli corruttivi e di complicità rispetto a crimini nefandi come la violenza sui piccoli, viene configurata come una cornice di negatività, in cui è il potere politico il garante della sua stabilità. Anzi sono proprio i più alti livelli istituzionali ad essere i più spregevoli: i killer che spargono sangue innocente ne sono diretta, impassibile emanazione.

In questo ricorda, come anche per il dettaglio dell’uso, assai iconografico, del martello, l’acclamato (sempre solo nei circuiti festivalieri o giù di lì) regista sudcoreano Park Chan-wook, e la sua trilogia della vendetta: ma è un rifarsi non solo non ingombrante, ma che si attaglia perfettamente alla prova d’artista del suo protagonista Joaquin Phoenix. E’ un attore dal profilo molto forte e personale: in cui la dimensione dell’angoscia esistenziale sembra essergli connaturata e spontanea, anche al di fuori del lavoro d’attore. Però dà ad essa una soggettività molto risentita e fortemente fisica: e in cui non mancano, accanto alle esplosioni di ira funesta, anche quelle di dolcezza e di profonda vicinanza empatica.

Come accade qui con la madre un po’ svanita: ma soprattutto con la bambina, vittima di oltraggi: probabilmente anche familiari. E’ la giovanissima attrice newyorkese, che viene dal circuito della moda, Ekaterina Samsonov. Il suo ruolo è importante. Anche se appare poco: la sua impassibilità di chi ha dovuto sopravvivere a violenze e oltraggi, è impressionante. E’ una bellezza che incute, nella sua fredda perfezione corrucciata, ma anche con tracce di freschezza infantile repressa, timore e turbamento. Tuttavia è lei che dà a Joe una speranza, perché ha avuto e gli dato fiducia e affetto. In questa dimensione di vera e propria poeticità ritrovata, nonostante le apparenze, è lei che in definitiva “salva” il suo salvatore: come è detto nel finale in quella splendida sequenza nel bar del sogno.  


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