La recente dichiarazione di Aurelio de Laurentiis, presidente della SSC Napoli, contro i giornali del Nord che odiano il Napoli, si inserisce in una crociata molto di moda, soprattutto sui social network, che fa leva su di un rinnovato orgoglio meridionale di cui si fanno alfieri, in particolare nella città partenopea, il Movimento dei Neoborbonici e quello dei nuovi “briganti”. Il Presidente del Napoli Calcio è un personaggio particolare, di certo avvezzo alla polemica sportiva e politica.

La sua intemerata geo mediatica potrebbe essere considerata come l’ennesima boutade, se non fosse che il revanscismo borbonico è un fenomeno ormai non più relegabile al mero folklore. Seppure i briganti rivendichino come scopo della loro azione l’esaltazione del meridionalismo e una rivisitazione storica dei fatti che portarono all’Unità d’Italia, in contrapposizione con il tradizionale racconto del Risorgimento, non hanno mai chiarito se la rivendicata autonomia per il Sud consiste in una vera e propria secessione dall’Italia (paradossalmente lo stesso obiettivo originale della Lega Nord) o semplicemente in un’operazione esclusivamente culturale.

La questione che si pone è se, dunque, la risoluzione della questione meridionale passi attraverso un spinta separatista. La visione autonomista del Sud ha attirato negli ultimi tempi anche personaggi di spicco come il Sindaco di Napoli che sempre più spesso contrappone la sua città al resto d’Italia, ma anche intellettuali e giornalisti che su questo tema hanno costruito fortunate carriere di saggisti.

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Il Nord cattivo che ha depredato il Sud sembra essere il nuovo mantra del meridionalismo 2.0, un ritornello sul quale non solo rivedere la Storia italiana della seconda metà del XIX secolo, ma che serve ad inventare un’identità di popolo facendo leva sul malcontento generale. In definitiva si tratta dell’ennesima espressione dei tanti populismi che si stanno affacciando nella vita politica italiana. In tal senso lo sport, il calcio in particolare con le sue curve ultrà ed il campanilismo esasperato, sono un brodo di coltura già bello e pronto per ospitare queste suggestioni.

Si tratta di fenomeni non nuovi: basti pensare, senza voler eccessivamente drammatizzare, a quanto successe agli albori della guerra che portò alla disgregazione della Jugoslavia, con le fazioni più oltranziste del tifo calcistico serbo e croato che, dopo essersi scontrati negli stadi di Belgrado e di Zagabria, si ritrovarono a combattere in quella terribile guerra civile su fronti opposti.

L’idea di un nuovo Masaniello che, opponendosi al potere centrale, guida il popolo alla rivolta, è connaturata nella storia meridionale ed in particolare di Napoli : d’altronde lo stesso termine masaniello , dal nome del personaggio che guidò una breve rivolta del 1647, è divenuto un sostantivo che sta appunto ad indicare un capopopolo, colui che riesce a trascinare a sé le folle, facendo leva sull’ orgoglio ferito e lasciando intravedere una facile via di riscatto attraverso un’illusoria rivoluzione.

Ma Napoli, e si potrebbe dire tutto il Meridione, hanno davvero bisogno che torni un nuovo Masaniello, come si chiedeva anche Pino Daniele nelle celeberrima “Je so pazz“? Il riscatto meridionalista deve cercare la guida del populista di turno, o piuttosto ha bisogno di una seria presa di coscienza dell’intera società meridionale che individui dentro di sé le forze per un futuro diverso, invece di inseguire i fantasmi di fantomatici nemici romani o settentrionali? Fossimo nei panni del presidente de Laurentiis ci chiederemmo, ad esempio, non tanto perché la carta stampata settentrionale ce l’abbia con la sua squadra, quanto piuttosto perché a Napoli non si stampi un giornale di caratura nazionale, oppure perché l’editore del principale e storico quotidiano cittadino sia romano (d’altronde romano è lo stesso de Laurentiis).

Rivisitare la storia del Risorgimento è ovviamente un’operazione legittima ma che va lasciata agli storici di professione. Inventare un’altra Storia per cercare un consenso facile reclutando un esercito di “briganti” virtuali, è invece una scorciatoia furba che rischia di creare gli ennesimi alibi, anziché richiamare ad un necessario senso di responsabilità.

Prendere coscienza della propria identità è sicuramente un’operazione meritoria purché sia propedeutica ad un nuovo approccio all’eterna questione meridionale. Dalle radici della storia e della tradizione dovrà germogliare una nuova società meridionale, consapevole della sua forza, libera da clientele e condizionamenti mentali, non più prona al potente di turno, sia questi il padrino politico o quello mafioso, in grado di esercitare finalmente i propri diritti ma anche di rispettare le regole di civile convivenza sociale. É un processo lungo che deve però coinvolgere fin d’ora i giovani, la scuola, l’università. Attendere dalla classe politica o dagli amministratori locali un riscatto sociale senza il necessario coinvolgimento di noi tutti, renderà vano qualsiasi tentativo di risollevare le sorti del Sud dell’Italia.

La nostalgia per un passato glorioso (ma poi, ci domandiamo, “fu vera gloria?”)  non può essere certamente una soluzione efficace ai problemi che attanagliano oggi la società meridionale, e rischia solo di gettare fumo negli occhi, isolando socialmente ed economicamente ancora di più il Sud dell’Italia dal resto del Paese e dell’Europa.


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