di Francesco Paciello

Dalla prossima settimana proveremo a raccontarvi, in un percorso trasversale dal taglio umano, i birrai artigiani della Campania. Sono piccole monografie che hanno la presunzione malcelata di spiegare l’aspetto intimo della birra, dal sogno al bicchiere. Queste figure, nel mondo a cui appartengono, sono definiti Mastri Birrai.  

Wikipedia spiega di che si tratta: “Rappresenta una figura professionale di un addetto alla preparazione della birra, conosce l’arte di miscelare malto, lievito e luppolo all’acqua in modo da ottenere un buon gusto oltre alla giusta effervescenza”. Una definizione scarna, probabilmente banale, giusto per capire qual è il compito pratico.

E in effetti, tra i birrai  avvicinati, la figura del Mastro Birraio è percepita come valore superiore, troppo carico di  enfasi, tanto che nell’usarlo ho spesso riscontrato in loro un certo imbarazzo. Ho l’impressione che generalmente tutti volino basso per eccesso di umiltà, oppure per la consapevolezza che il “profilo” ha ben altro peso, se misurato col metro di una competenza/esperienza di lunga durata e massimo pregio. Ma per ognuno avremo modo di scoprirne il perchè.

Sta di fatto che nella nostra Regione il “movimento della birra artigianale” ha assunto connotazioni che nulla hanno da invidiare ad altre zone d’Italia, sia in pregi che difetti.

Ma a volere essere proprio analitici manca – forse – la consapevolezza generale del prodotto e tutte le conseguenti azioni per cavalcare un possibile mercato, magari attraverso una certosina attività di interazione con il territorio e progetti di promozione/formazione rivolte ai punti di somministrazione ed ai consumatori.

FullSizeRender (11)
Giuseppe Orefice, Presidente Slow Food Campania e Basilicata

Abbiamo coinvolto su questi temi Giuseppe Orefice, Presidente di Slow Food Campania e Basilicata, che spiega: “Ricordo che, nella prima edizione di Guida alle birre d’Italia, i microbirrifici campani erano appena 7 ed erano tutti quelli allora esistenti. Quest’anno ne contiamo una trentina e sono solo la metà di quelli esistenti. Una grande opportunità in parte persa, almeno per quanto riguarda le  conseguenti agevolazioni fiscali, è rappresentato dalle cosiddette birre agricole: birre che vengono prodotte da aziende che producono in proprio almeno il 51% dell’orzo utilizzato. Altra spinosa lacuna che non giova al sistema è quella delle accise, che oggi rappresentano una enorme barriera all’ingresso in un settore che potrebbe ancora creare tantissimi posti di lavoro. Una concreta politica del lavoro dovrebbe prevedere la riduzione delle imposte e del carico burocratico per le aziende dei settori trainanti come ad esempio quello delle birre artigianali. Manca ancora, a mio avviso, un legame stretto con le produzioni del territorio, molto spesso vengono utilizzati come “caratterizzanti” ingredienti che rimandano ad esso, ma sono ancora poche le aziende che hanno chiuso la filiera produttiva utilizzando cereali locali e ancor meno luppoli coltivati nelle vicinanze. In particolare ritengo che il mondo brassicolo potrebbe dare un forte impulso alla produzione di cereali antichi con grandi vantaggi per la tutela della biodiversità e per la riattivazione di economie agricole su territori oggi ritenuti marginali. Slow food intende valorizzare i birrifici artigianali che restituiscono parte dei proventi ottenuti ai contadini e alle aziende agricole locali, acquistando da loro le materie prime migliori.”

IMG_5597

Per realizzare questo reportage, Maurizio Chiosi ed io, siamo andati in giro a conoscerli direttamente, incontrandoli nei luoghi dove si produce la loro birra. Abbiamo parlato con loro serenamente e in assoluto relax, cercando di coglierne l’essenza, prima umana e poi professionale, consapevoli che nel carattere artigianale spiccano elementi capaci di coniugare prodotto, competenza e processi, trasformandoli in un manufatto unico e personale.

Nel raccontare questi artigiani – spesso giovani, pieni di passione e con tanta voglia di fare bella figura – abbiamo  scherzosamente titolato il ciclo Facce da Birra. Il giocoso artificio linguistico va molto oltre, sottolinea una nota comune, perché in quello che va in bottiglia o in fusto loro ci mettono la faccia, dimostrando il teorema che le loro birre gli assomigliano più di quanto si possa pensare.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments